lunedì 30 luglio 2012

Interrogativi sulle vere origini dell'uomo


Interessanti discussioni da cui trarre spunto per un approfondimento condiviso di uno dei principali temi e misteri della paleoarcheologia: le origini dell'uomo.

http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=7892&whichpage=1

http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=12189&whichpage=1

http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=7892&whichpage=1


La Fratellanza - La nascita dell'Uomo


Riprendendo le scoperte nel 2005 di David Haussler e Katherine S. Pollard dell’Università della California a Santa Cruz sul gene HAR1 e su come questo possa rappresentare un'ulteriore prova a quell'ibridazione alieno-umana alle origini dell'homo sapiens.


Se l'RH- è la prova di un innesto nel DNA umano ("Genesi di un enigma"), i geni HAR1 e FOXP2 sono l'oggetto dell'innesto.


La teoria dell’evoluzione e il creazionismo sono le principali teorie sulla comparsa del genere umano che l’uomo ha preso in considerazione.

Esaminiamole brevemente: la teoria dell’evoluzione parla di come da una specie di primati siano derivati gli uomini moderni, mentre il creazionismo sostiene che un’eterna, onnipotente entità abbia creato l’uomo dal nulla. A noi queste teorie non convincono del tutto. L’ipotesi del creazionismo non è esauriente perché si parla di un essenza che è sempre esistita e crea dal nulla la vita. I credenti di questa dottrina si affidano completamente alla fede senza nemmeno analizzare i loro libri sacri.

La parola fede è propriamente intesa come il credere in concetti, dogmi o assunti in base alla sola convinzione personale o alla sola autorità di chi ha enunciato tali concetti o assunti, al di là dell'esistenza o meno di prove pro o contro tali idee e affermazioni. (wikipedia)

Per quanto riguarda la teoria dell’evoluzionismo abbiamo trovato delle anomalie di percorso nel processo di trasformazione dell’essere umano. La prima domanda che ci siamo posti è perché proprio la scimmia ha acquisito capacità superiori a quelle degli altri animali? Perché ad esempio non sono stati i delfini o gli elefanti, animali dotati di una certa intelligenza?

Ma diamo per buona la scimmia. Abbiamo notato che c’è molta confusione e incompletezza nei dati forniti dai ricercatori. Comunque abbiamo potuto constatare che per arrivare dalla scimmia all’homo erectus sono passati milioni di anni, ma per arrivare dall’homo erectus all’homo sapiens è passato un tempo relativamente breve. Inoltre l’homo erectus è stato presente sulla terra per quasi 2 milioni di anni (molto di più delle altre specie homo) come se l’evoluzione di quelle specie fosse ultimata.

20-15 milioni di anni fa: primi ominidi
2.000.000 – 300.000 anni fa: homo erectus
300.000 anni fa circa – oggi: homo sapiens

Una delle cose che ci differenzia dalla scimmia è un gene chiamato HAR1, scoperto nel 2005 da David Haussler e Katherine S. Pollard dell’Università della California a Santa Cruz; è una sequenza di 118 basi nel DNA umano, che si trova nel cromosoma 20. Questo gene viene espresso durante lo sviluppo embrionale e produce una migrazione neuronale indispensabile allo sviluppo di un cervello veramente umano. (wikipedia) Pare che questo particolare gene si sia modificato molto velocemente nell’uomo rispetto a tutte le altre specie.

[…]Nei polli e negli scimpanzè, le cui linee si sono divise milioni di anni fa, sono diverse solo due basi su 118, mentre tra umani e scimpanzè, le cui linee si sono separate molto più di recente, le differenze sono 18. il fatto che HAR1 sia rimasto di fatto fermo nel tempo per centinaia di milioni di anni indica che fa qualcosa di molto importante; il fatto che improvvisamente sia stato modificato nell’uomo suggerisce che questa funzione è stata significativamente mutata nella nostra linea filogenetica.
(Katherine S. Pollard, Che cosa ci rende umani?, in Le scienze n.492. agosto 2009)


E se qualcuno avesse aiutato l’homo erectus a diventare quello che è l’uomo moderno?
Oggi la scienza ha raggiunto traguardi importanti. Basti pensare alla clonazione, alla manipolazione del DNA, alla fecondazione artificiale, ma anche agli obiettivi raggiunti in ambito spaziale con le varie missioni di esplorazione. E c’è ancora molta strada da fare.

Se qualcuno migliaia di anni fa avesse già sviluppato la tecnologia che noi stiamo conquistando solo ora? Qualcuno che l’ha sfruttata per viaggiare nello spazio fino ad arrivare sul nostro pianeta e poi modificare gli esseri viventi che qui si trovavano per i loro scopi. Le prime civiltà sembravano essere a conoscenza delle loro origini, sembravano sapere qualcosa che poi si è perso nel tempo, qualcosa che hanno lasciato scritto e che noi oggi cataloghiamo come epica, semplici racconti inventati; ma se quei racconti fantastici descrivessero fatti realmente avvenuti? Certamente a una prima lettura superficiale non sembra, ma se si approfondisce l’analisi si può intuire che forse non sono proprio opere di fantasia. I testi sumeri ci dicono che questi esseri venuti dal cielo avevano bisogno di qualcuno che lavorasse al loro posto per procurare cibo e ogni altra cosa che poteva essere loro utile.

Io produrrò un umile primitivo;
‘uomo’ sarà il suo nome.
Creerò un lavoratore primitivo;
egli avrà in carico il lavoro degli dei,
affinché essi non si stanchino.
(Epica della creazione)
….
Questi opere narrano della nascita dell’uomo molto più dettagliatamente della bibbia che secondo gli studiosi non è altro che la sintesi degli scritti più antichi (Z.S.).
Infatti nella genesi è scritto ‘E il signore prese ‘l’uomo’ e lo pose nel giardino dell’eden perché lo coltivasse e lo curasse’.  (Gen. 2,15) Non c’è una certa somiglianza? Come se Dio avesse creato l’uomo perché si occupasse al suo posto del ‘giardino dell’eden’?
Alcuni passi delle suddette opere epiche poi sembrano descrivere i processi scientifici compiuti da questi dei/alieni per ottenere un essere adatto ai loro scopi.

Preparerò un bagno purificatore.
Che un dio conceda il suo sangue…
Con la sua carne e il suo sangue,
Ninti mescoli l’argilla
(cit. Quando gli dei come gli uomini)

Non sembra la descrizione del processo di preparazione per la manipolazione del DNA visto da occhi inesperti? L’argilla nominata, secondo Zecharia Sitchin, uno studioso della lingua e della cultura sumera, è riconducibile alla parola ‘uovo’.
< Il termine accadico che indica l’argilla è ‘tit’, che significa anzi, più precisamente, ‘argilla modellante’. La grafia originaria della parola era TI.IT (ciò che è con la vita). In ebraico, ‘tit’ significa ‘fango’, ma il suo sinonimo è ‘bos’, che ha la stessa radice di ‘bisa’ (palude) e ‘besa’ (uovo). La storia della creazione è piena di giochi di parole. […] l’appellativo della Dea Madre, NIN.TI, significava sia ‘signora della vita’ che ‘signora della costola’. E allora, non potrebbe darsi che ‘bos-bisa-besa’ (argilla-fango-uovo) sia una sorta di gioco di parole per indicare l’ovulo femminile? >  (Zecharia Sitchin, Il pianeta degli dei)

A Ninki, la mia sposa divina
Sarà affidato il travaglio.
Sette dee della nascita
Le staranno vicino per assisterla.
(cit. Quando gli dei come gli uomini)

Questo passo fa pensare a quella che oggi è la fecondazione in vitro. Niente di magico o sovrannaturale viene descritto, ma solo processi scientifici che non potevano essere compresi dai primi uomini. Questa ipotesi può spiegare l’improvvisa accelerazione dell’evoluzione della specie homo che probabilmente avrebbe impiegato molto più tempo per raggiungere certi risultati. La nuova specie ottenuta tramite esperimenti genetici si sarebbe poi moltiplicata sfuggendo al controllo dei loro creatori.

La bibbia sembra derivare dalla più antica epica sumerica e questo spiegherebbe tanti passi del testo sacro che altrimenti suonerebbero strani.

Es. GEN. 6-[1]Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, [2]i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero.

I Nefilim erano sulla Terra,
in quei giorni e anche dopo,
quando i figli degli dei
vivevano  insieme alle figlie di Adamo,
e concepivano figli con esse.

La traduzione della Bibbia dall’ebraico è sempre stata oggetto di controversie. Nel testo originale sono nominati due esseri divini che sembrano ben distinti: Elohim e Yahweh.

Elohim è la parola ebraica per ‘dei’, ma secondo alcuni può essere tradotta come ‘coloro che vengono dal cielo’ essendo in realtà la fusione di tre parole:

“Ellu Habahim Mishamayim” (Jean Sendy). Yahweh invece sembra essere il nome proprio di una particolare divinità probabilmente più importante delle altre, una sorta di leader.

Gli elohim sono subito nominati nella genesi (è la terza parola) mentre Yahweh entra in gioco solo più tardi come colui che ha di fatto creato l’uomo. Un po’ come nella mitologia sumera questo compito era stato affidato ad Enki.

Nella bibbia ufficiale le parole ‘Elohim’ e ‘Yahweh’ sono state sostituite entrambe con ‘Dio’ nella traduzione del V sec. a cura di San Girolamo. Nonostante questo alcuni passi hanno molto più senso se ci si attiene alla versione originale. Inoltre l’ebraico antico non è affatto facile da leggere e tradurre, infatti gli scritti originali appaiono come una serie di lettere attaccate una dietro l’altra senza spazi tra le parole, senza contare che non si usava scrivere le vocali. Un testo ebraico appariva in pratica così:  n p r  n c  p  d c r  l c  l  l  t  r r   (in principio dio creò il cielo e la terra), ma quelle lettere potrebbero essere interpretate in molti modi diversi, basta anche solo il cambio di una vocale per cambiare il significato di una parola e quindi dell’intera frase.

Esaminiamo alcuni passi dell’antico testamento.

GEN. 1,1 In principio Dio creò il cielo e la terra
Nella versione originale al posto di ‘Dio’ c’è la parola Elohim quindi probabilmente sarebbe più corretto dire ‘In principio gli dei crearono il cielo e la terra’

GEN 1,26 E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

GEN. 3.22 Il Signore Dio disse allora: «Ecco l'uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva sempre!».

Anche qui la parola originale è Elohim e questo spiegherebbe anche il plurale usato da Dio che si riferirebbe agli altri dei che erano con lui.
In altri passi appare piuttosto evidente che Dio/Yahweh non era solo, non era l’unico.

Esodo Cap. 15 – 11 “Chi è come te fra gli Elohim, Yahweh?”…


Esodo Cap. 18 – 11 “Ora io so che YAHWEH è più grande di tutti gli Elohim,
poiché egli ha operato contro gli Egiziani con quelle stesse cose di cui
essi si vantavano”

Inoltre il dio descritto nella bibbia appare un dio fisico, presente e che interagisce con gli uomini, a partire da Adamo, un dio che compie azioni ‘normali’ quasi come un comune uomo.


GEN. 3,8 Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno..
Esodo 33,11 “Così Yahweh parlava con Mosè faccia a faccia, come un
uomo parla con un altro”

Per non parlare di come questo Dio/yahweh effettuava i suoi spostamenti.

Isaia 19,1  “Ecco, Yahweh cavalca una nube leggera ed entra in
Egitto” …

Esodo 19, 9 E Yahweh disse a Mosè: "Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube..

Un dio che dovrebbe essere onnipotente ha bisogno di una ‘nuvola’ per viaggiare? Sembra quasi la descrizione di un qualche mezzo aereo descritto da chi non poteva capire cosa aveva di fronte.

L’intera analisi della bibbia e dell’epica sumera richiederebbe un tempo molto lungo, ci sono studiosi che hanno dedicato la loro intera vita a questo. Noi ci siamo soffermati solo su alcuni esempi e vi invitiamo a fare altrettanto, a verificare,  a ricercare e a mettere in dubbio tutti i dogmi con i quali avete vissuto aprendo la vostra mente senza dare niente per scontato.

Una coincidenza è il caso, due coincidenze sono un indizio, ma tre sono una prova…


domenica 29 luglio 2012

Le nostre ricerche/pubblicazioni


Da oggi, tutti gli articoli scritti dal Progetto Atlanticus, oltre che sulle pagine di Ufoplanet, sono consultabili, ma soprattutto scaricabili nel formato PDF originale, ai seguenti link.

"L'alba dell'uomo moderno"
http://www.mediafire.com/view/?1kbyyosoh2ixzgv

"Il seme degli dei"
http://www.mediafire.com/view/?n3931ou11n4j4ly

"Le tecnologie aliene"
http://www.mediafire.com/view/?74z1bpifx9osfwv

"L'oro, il metallo degli dei"
http://www.mediafire.com/view/?k8y5wqoig752yqt

"Una nazione di 12000 anni fa"
http://www.mediafire.com/view/?wpmqcstdnbgd1qx

"Il grande inganno"
http://www.mediafire.com/view/?4ylbhc6zr1dzsal

"La torre di Babele"
http://www.mediafire.com/view/?p1yhvcky3y5hu72

"Il segreto dei druidi"
http://www.mediafire.com/view/?wmfws9cgznmwhyk

"Il messaggio di Orione"
http://www.mediafire.com/view/?1rddv75994961ym

Ogni qualvolta il Progetto Atlanticus deciderà di rendere disponibile i risultati delle proprie ricerche, il relativo link verrà comunicato sui profili dei social network oltre che in questa sede.

Rendlesham


La Roswell britannica, l'avvistamento UFO di Rendlesham.

Luci nel cielo, un incontro ravvicinato in una foresta inglese, un messaggio in codice binario le cui coordinate portano a una leggendaria e mitologica isola al largo delle coste irlandesi, Hy Brasil, dove dimoravano i figli degli dei, tra cui quel Cú Chulainn, personaggio della mitologia irlandese dal nome così simile al più noto Kukulkan d'oltreoceano.

http://zret.blogspot.it/2011/04/il-codice-binario-di-rendlesham.html.

sabato 28 luglio 2012

Riflessione sul PIL


L'indicatore per eccellenza dell'andamento economico di un paese è il PIL (Prodotto Interno Lordo). E' su questo valore e sul rapporto con altri coefficienti che si fondano tutte le principali analisi economiche finanziarie e vengono prese le decisioni anche a livello socio-politico di una nazione.

Basta pensare ai parametri imposti dalla UE proprio relativamente al rapporto Debito/PIL per renderci conto quanto il valore del PIL e il suo trend % influenza la nostra vita.

Ma, come disse Robert Kennedy durante un suo discorso, tenutosi alla Kansas University il 18 Marzo del 1968:

«Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende l'inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell'equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta»

Esatto:

- Il PIL tiene conto solamente delle transazioni in denaro, e trascura tutte quelle a titolo gratuito: restano quindi escluse le prestazioni nell'ambito familiare, quelle attuate dal volontariato (si pensi al valore economico del non-profit) ecc.

- Il PIL tratta tutte le transazioni come positive, cosicché entrano a farne parte, ad esempio, i danni provocati dai crimini (riciclaggio di denaro), dall'inquinamento, dalle catastrofi naturali. In questo modo il PIL non fa distinzione tra le attività che contribuiscono al benessere e quelle che lo diminuiscono: persino morire, con i servizi connessi ai funerali, fa crescere il PIL.

Il dibattito sul PIL non si è fermato. Il presidente francese Nicolas Sarkozy nel corso della conferenza stampa di inizio 2008, annunciò di aver incaricato due premi Nobel per l'economia, l'americano Joseph Stiglitz e l'indiano Amartya Sen, di riflettere su come cambiare gli indicatori della crescita in Francia. «Bisogna cambiare il nostro strumento di misura della crescita», ha detto Sarkozy, convinto che contabilità nazionale e PIL abbiano «evidenti limiti» che non rispecchiano «la qualità della vita dei francesi».

Ma ancora oggi è il PIL a influenzare e determinare le decisioni di governi e operatori finanziari.

Quanto sarebbe diverso il mondo se abbandonassimo la misurazione del PIL e adottassimo nuovi indicatori economici in grado di "quantificare" anche altri aspetti della vita dell'uomo, più legati alla socialità dello stesso e a un concetto diverso di "benessere"?


Subjective Well-Being
Per esempio il cosiddetto “subjective well-being” (SWB), vale a dire la percezione che gli individui hanno della propria vita e del grado di soddisfazione che provano per essa. Questo indicatore della felicità delle persone, per quanto sintetico, ha il vantaggio d’essere stato rilevato da diversi decenni e in molti paesi del mondo. Studi empirici evidenziano che il SWB stenta a crescere nel tempo in diversi paesi, come il Giappone, o diminuisce, come negli USA, nonostante il reddito pro-capite abbia avuto una evidente tendenza a crescere . Ciò costituisce per gli economisti un paradosso, chiamato “paradosso della felicità” o "paradosso di Easterlin", in quanto gli economisti sono abituati a pensare al reddito come ad un buon indicatore di benessere.

Index of Sustainable Economic Welfare (ISEW)
In tale indicatore rientrano non solo il valore complessivo dei beni e dei servizi finali prodotti in un paese, ma anche i costi sociali e i danni ambientali a medio e lungo termine. In pratica, il calcolo dello sviluppo di un paese non si baserebbe più soltanto sulla mera crescita economica ma anche su fattori sociali ed ambientali che considerano la soglia dello Sviluppo Sostenibile. A questo riguardo, è recentemente stata pubblicata da Donzelli l'analisi condotta dall'Università di Siena sotto la direzione del professor Enzo Tiezzi: "La soglia della sostenibilità ovvero tutto quello che il Pil non dice".

Genuine Progress Indicator (GPI)
In italiano "indicatore del progresso reale". Il GPI ha come obiettivo la misurazione dell'aumento della qualità della vita (che a volte è in contrasto con la crescita economica, che invece viene misurata dal PIL), e per raggiungere questo obiettivo distingue con pesi differenti tra spese positive (perché aumentano il benessere, come quelle per beni e servizi) e negative (come i costi di criminalità, inquinamento, incidenti stradali). Simile a questo indice esiste un Prodotto interno lordo verde introdotto da alcune province cinesi.


Ecco allora che io vorrei un Europa (e un mondo) più attento al miglioramento di questi indici e non esclusivamente al PIL o al rapporto deficit/PIL in quanto a questi ultimi non corrisponde un reale "valore" SOCIALE.

Gli Oopart

Gli Oopart, mai abbastanza presi sul serio e 'dimenticati' perchè compromettenti per la storiografia ufficiale...


venerdì 27 luglio 2012

Horus e la ghiandola pineale

Corrispondenze tra la simbologia dell'occhio di horus e la conformazione del nostro cervello il cui focus è centrato sulla ghiandola pineale, la quale riveste importanza fondamentale per risvegliare quell'elemento divino implicito in ciascuno di noi.


giovedì 26 luglio 2012

La città di Caral


Connessioni tra le prime civiltà urbane umane sulle due sponde dell'Oceano Atlantico, possibili prove di un retaggio comune ci vengono fornite da un misterioso sito archeologico trovato in Perù. Trattasi dell'antica città di Caral.


Per raggiungere il sito archeologico di Caral si deve viaggiare da Lima a Huacho, città costiera situata a circa tre ore di bus dalla capitale. Quindi, con una buseta stracolma di passeggeri si giunge al paese di Supe, da dove, con un taxi collettivo, si arriva finalmente a Caral, a circa venti chilometri dalla costa, in una stretta valle.

Arrivando in auto si notano da lontani alcuni imponenti edifici piramidali e ci si rende conto che l’ntera zona archeologica è molto grande, e comprende altri siti in fase di studio. Quando poi si cammina tra le antiche rovine di Caral ci s’immerge in un atmosfera magica, impregnata di spiritualità e mistero.

Durante il percorso s’apprezzano vari edifici piramidali, utilizzati sia per motivi spirituali che amministrativi, alcuni resti di edifici usati come come abitazioni dalla casta alta dei sacerdoti, vari altari cerimoniali e una piazza circolare il cui livello è ribassato rispetto al quello del terreno, probabilmente utilizzata dai sacerdoti e dall’elite politica della città per cerimonie e celebrazioni.



Da alcune evidenze archeologiche (tessuti di cotone e shicra, un tipo di giunco utilizzato per contenere alcune pietre), che sono state datate con il metodo del carbonio 14, si è giunti alla conclusione che il sito di Caral è stato occupato a partire dal 3000 a.C. La cosidetta civiltà Caral-Supe (alla quale appartengono altri siti archeologici delle vallate vicine), viene cosí ad essere antica quasi quanto la civiltà dei Sumeri (3700 a.C.).

Gli archeologi dell’equipe di Ruth Shady Solís, la responsabile del progetto Caral-Supe, hanno comprovato che la città di Caral era interconnessa con altri importanti centri urbani e cerimoniali della costa, come Bandurria e Aspero, alcuni della sierra, come Huaricoto e La Galgada, e della selva come Piruro e, in epoca più recente, Kotosh, con il suo enigmatico tempio. Si pensa pertanto che fosse sviluppato un vivace commercio tra la costa, con i suoi prodotti marini e la frutta, la sierra, con i cereali andini come la quinua e la quihuicha e la selva con le sue piante come il tutumo e piume d’uccelli come il páucar. La popolazione totale di Caral potrebbe aver raggiunto le 3000 unità, ma stime più prudenti indicano in non più di 1000 il numero d’abitanti.



Uno degli enigmi di Caral è il fatto che furono trovate delle statuine d’argilla non cotta. La cultura Caral appiartiene pertanto al cosidetto periodo pre-ceramico. Come fu possibile che una civiltà gerarchica, capace di costruire strutture piramidali alte fino a trenta metri, il cui sistema sociale era differenziato e che dominava un territorio di circa 87.000 chilometri quadrati, non abbia conosciuto la ceramica? Il fatto che la cultura Valdivia dell’odierno Ecuador abbia realizzato meravigliose creazioni ceramiche fin dal 4000 a.C. ci fa domandare perché questo tipo di tecnologia non si sia sviluppato a Caral. Inoltre, a complicare la nostra ricerca sta il fatto che a Caral furono trovati degli esemplari di spondylus, un mollusco bivalve tipico dell’Ecuador.

Un altro dei misteri di Caral è che a tutt’oggi non si è trovato un cimitero: si sono recuperati solamente i resti ossei di due persone.
La mancanza di un cimitero nella zona potrebbe far pensare che Caral fosse solo un centro cerimoniale, ma gli edifici abitativi fanno scartare questa ipotesi. Si spera che con le prossime ricerche sul campo, condotte con sofisticati metodi tecnologici, si possa trovare il cimitero, che fornirebbe ulteriori importanti informazioni sulla vita di questo antico popolo.

A Caral non si utilizzava il bronzo e neppure il rame o l’oro. Era una società agreste, basata sul baratto, ma che disconosceva l’uso dei metalli e della ceramica. Non dobbiamo pensare che una società sia meno avanzata di un altra perchè non utilizzava queste tecnologie che vennero dopo, semplicemente per loro non era indispensabile quel tipo di sviluppo, e si concentrarono nell’affinare altre conoscenze, come per esempio l’uso delle piante medicinali e dei tessuti. A tale proposito va detto che il telaio non era conosciuto e per la creazione di tessuti si utilizzavano rudimentali tecniche d’intreccio.

L’influenza della cultura Caral nella valle di Supe durò fino al 1800 a.C., quando, per cause ancora ignote, andò lentamente declinando e i suoi abitanti emigrarono verso altre terre, probabilmente più fertili e umide.



Nel sito internet da dove ho raccolto le informazioni sopra riportate


è anche possibile leggere l'intervista all'archeologo Pedro Novoa Bellota, uno dei responsabili del progetto Caral-Supe, effettuata da Yuri Leveratto.

E' possibile mai una così forte vicinanza temporale tra la nascita della civiltà sumera e il fiorire delle prime società urbane in mesoamerica?

La mia ipotesi è che ci sia una regia comune, ad opera dei superstiti della fiorente civiltà antecedente alla fine della glaciazione di Wurm le cui vestigia sono o andate perdute, sommerse dall'innalzamento del livello del mare, o riutilizzate dalle nuove società umane nate dalla Rinascita: sumeri, egizi, valle dell'Indo, olmechi, toltechi, minoici, ...

mercoledì 25 luglio 2012

L'esoterica guerra dei simboli


A livello di lotta e confronto esoterico senza alcuna esclusione di colpi tra opposte fazioni di potere, l’utilizzo dei simboli e soprattutto la pubblica distorsione della loro corretta interpretazione, costituisce ancora oggi un elemento di eccellenza da gettare sul campo tale da essere, in alcuni casi, determinante ai fini della sconfitta dell’avversario.

Pochi lo sanno ma l’esagramma “di David” è stato in realtà letteralmente preso a prestito dal mondo ebraico per la sua idealizzazione, prelevandolo precisamente dall’antico mondo indoeuropeo Vedico – indiano. E’ Shiva infatti, il Dio della distruzione e (forse!) rinascita, l’essere divino da sempre perfettamente rappresentato dal simbolo dell’esagramma nei Paesi in cui è presente l’induismo. Addirittura, nel mondo asiatico, si dice che la stella a sei punte era un simbolo antichissimo presente nell’antico continente di MU (mentre una svastica antidiluviana avrebbe dovuto rappresentare il continente atlanto-nordico di ATLANTIDE)

http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/articolo_view.asp?ARTICOLO_ID=9456


Il "Dono" del "Peccato originale"

Secondo il racconto biblico tra tutti gli alberi piantati nel giardino, ne erano due particolari: l'"Albero della Conoscenza del Bene e del Male" e l'"Albero della vita". Dio proibì all'uomo di mangiare i frutti del primo, e la disobbedienza portò alla cacciata dal giardino dell'Eden, negando all'Uomo anche i frutti del secondo, come in Genesi 3,22: Poi Dio YHWH disse: «Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre.

Io credo che quella che definisco l'"Eredità degli Antichi Dei" sia rappresentata metaforicamente proprio da questi due 'alberi':
- l'albero della conoscenza
- l'albero della vita

Ancora una volta dimostriamo di seguito la stretta correlazione esistente tra i Sumeri e gli Ebrei, questi ultimi ritenuti addirittura come l'evoluzione degli stessi Sumeri nelle ricerche di Kramer e di Rhol.

Il paradiso dei Sumeri si chiamava Dilmun e può essere identificato nel golfo Persico cioè nelle terre a sud sommerse. In questo luogo dove non esistevano malattie e morte, il dio Enki usava accoppiarsi sessualmente con le dee sue figlie. Dopo aver mangiato i frutti degli alberi creati dalla dea Ninhursag venne da questa maledetto e condannato ad atroci sofferenze. Per far guarire la costola di Enki, Ninhursag creò quindi una dea dal nome Ninti che significa colei che fa vivere, e il significato del nome traslato in ebraico avrebbe originato il nome Eva.

In un altro mito sumero il contadino Shukallituda, non riuscendo a coltivare la sua terra troppo arida, chiese aiuto alla dea Inanna: questa gli consigliò di piantare degli alberi per fare ombra, facendo così nascere la prima oasi, con una tecnica di coltivazione comune nei deserti intorno al golfo Persico. Il mito si conclude con una trasgressione sessuale in cui il contadino stupra la dea addormentata: come punizione per l'affronto Shukallituda è costretto ad abbandonare il suo giardino.

Infine nel mito di Gilgamesh l'eroe cerca l'ultimo uomo sopravvissuto al diluvio, Utnapishtim, il quale conosce la pianta dell'immortalità che cresceva in paradiso. Utnapishtim rivela a Gilgamesh che il paradiso è sprofondato nel mare, allora Gilgamesh recupera una fronda della pianta sul fondo del mare, ma durante il ritorno un serpente divora la fronda e ritorna giovane.

La Genesi e l'Esodo furono scritti dalla classe di sacerdoti ebraici, i Leviti, dopoché furono condotti in Babilonia, a partire dal 586 a.C., nelle terre abitate un tempo dai Sumeri e poi dai Babilonesi, dove si tramndavano le storie e i resoconti sumeri.

È quindi probabile che i compilatori dei testi biblici abbiano adottato e modificato il racconto mitologico sumero sull' E.DIN (come veniva chiamato dai Sumeri). La parola "E.DIN" significava la Dimora dei Giusti

Ma allora cosa rappresentano gli alberi della conoscenza e l'albero della vita?


L'albero della vita

E' lo stesso Yahweh, il dio enlilita veterotestamentario a dirci a cosa corrisponde l'albero della vita: la vita eterna (o apparentemente tale).

Il possesso di questo requisito da parte del genere umano era certamente colto come un rischio da parte della fazione enlilita. Un essere umano dotato del ciclo vitale proprio degli anunnaki sarebbe stato oltremodo pericoloso per la gestione della missione terra e l'equilibrio dell'ecosistema terrestre al quale gli enliliti sembravano tenere in modo particolare.

Ciclo vitale 'divino' che, in quanto noi risultato di un incrocio con gli anunnaki, è presente potenzialmente nel nostro DNA. Il segreto sta nel come attivare quella parte di DNA che consentirebbe all'uomo di ottenere ciò che viene definito 'vita eterna', ovvero trasformarsi, evolversi in "del tutto simili a..." invece che "a immagine e somiglianza di..."

Questi segreti sono inseriti in chiave esoterica negli elementi della cabala ebraica e anche dell'alchimia.


Ma non solo.

La promessa della vita eterna è il punto di arrivo dell'intera dottrina cristiana delle origini. Nei vangeli viene infatti descritto il tentativo di Gesù Cristo di insegnare ai suoi discepoli e attraverso di loro a tutta l'umanità il modo per giungere alla vita eterna.

Vita eterna che trova la sua massima espressione nel momento della "trasfigurazione" di Cristo sul monte Tabor dopo la resurrezione. L'episodio della trasfigurazione è narrato nei tre vangeli sinottici (Vangelo secondo Marco 9,2-8, Vangelo secondo Matteo 17,1-8, Vangelo secondo Luca 9,28-36). Secondo questi testi Gesù dopo essersi appartato con i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, cambiò aspetto mostrandosi ai tre discepoli con uno straordinario splendore della persona e una stupefacente bianchezza delle vesti.
E' la conclusione del processo alchemico, che attraverso il passaggio tra le 3 diverse fasi dell'alchimia (Nigredo, Rubedo, Albedo) giunge al "corpo di luce", ovvero alla realizzazione dell'evoluzione umana non più "a immagine e somiglianza di...", ma "esattamente come..."

E tutto ciò è già nelle nostre possibilità! L'esortazione di Gesù a cercare il Regno di Dio dentro di noi è, a mio parere, da leggere proprio in questa ottica.

Il percorso di studi esoterici deve giungere alla consapevolezza del potenziale uomo-dio implicito nel nostro DNA, realizzando il vero messaggio cristiano di quel Gesù, venuto sulla Terra a concludere ciò che il serpente dell'Eden (enkilita) aveva iniziato... e Yahwhe' impedito, quest'ultimo su istruzione di Enlil.


L'albero della conoscenza

L'albero della conoscenza è invece il grande dono che Enki conferisce all'umanità, contravvenendo al volere di Enlil.

La capacità di procreare, la possibilità di realizzare una società umana la quale, nelle aspettative di Enki, avrebbe dovuto dimostrarsi capace di convivere con se stessa e con il mondo che la ospita. La conoscenza del bene e del male, ovvero delle leggi che governano l'intero creato.

Quelle stesse conoscenze che gli Enkiliti conferirono ai primi uomini / semi-dei che riempiono i nostri miti. Quelle stesse conoscenze tramandate nei secoli dei secoli dalle società segrete e occulte classificabili sotto il nome di "Massoneria" dalle prime sviluppatesi in ambito mesopotamico-egizio a quelle più recenti di carattere templare.

Conoscenze utilizzabili per guidare il genere umano su quel percorso auspicato da Enki... o, ahimè, per dominare l'umanità, tradendo l'originale significato del "frutto della conoscenza" e sostanzialmente dando ragione alle percezioni di rischi legate alla visione enlilita dell'uomo sintetizzabile in questo concetto: bestie sono e bestie rimarranno sempre.

Spetta a noi dimostrare che Enlil aveva torto e di aver meritato il dono di Enki rappresentato dalla conoscenza del bene e del male per poter giungere infine alla seconda parte del dono: la vita eterna, ovvero un nuovo livello di consapevolezza.

http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=12739

martedì 24 luglio 2012

Morti misteriose


Phil Schneider, Ron Rummel, Ann Livingstone e molti molti altri 'investigatori' del mistero trovati morti in circostanze misteriose.

Ripercorriamo rapidamente i temi delle loro indagini e interroghiamoci sulle loro morti: cui prodest?

lunedì 23 luglio 2012

Enigmi Alieni

Adoro questo ciclo di documentari, fondamentalmente ispirati alla "Teoria degli antichi astronauti" che rappresenta l'ossatura su cui si fonda tutta la mia ricerca. Voglio proporvi alcune delle mie puntate preferite, raccolte nel canale youtube "Atlanticus Project":





domenica 22 luglio 2012

Il ritorno degli Dei


Sulla scia del recente intensificarsi dell'attività solare, consapevole dell'esistenza del ciclo undecennale che guarda caso avrà il suo picco alla fine del 2012 vorrei tornare a esprimere il seguente concetto.

Io ritengo che all'uomo è stato "concesso" il pianeta secondo il modello che ho mutuato dalla profonda spiritualità delle tribù dei nativi americani in cui si sancisce una figura di uomo non padrone del pianeta, ma suo custodetrova fondamenta nel seguente principio: l'uomo non è padrone della terra, ma suo custode.

Il momento storico in cui questa concessione si realizza è definita nelle mie ricerche nei passi biblici (Genesi 9:8-17) nei quali si dice che "non ci sarebbe stato più nessun diluvio a distruggere la terra" e che l'arcobaleno sarebbe stato il segno di questo patto.

Ora bisogna comprendere i motivi del perchè Dio (o gli antichi creatori) volessero approffittare del cataclisma noto come Diluvio per cancellare la razza umana. Nei miei studi attribuisco alla volontà di fazioni 'antagoniste' all'uomo la volontà di farlo sparire, perchè pericoloso per l'equilibrio del pianeta, e alla volontà di fazioni 'favorevoli' all'umanità il desiderio di preservarne l'esistenza, da cui la costruzione dell'Arca e il successivo percorso di "Rinascita" che condusse al sorgere delle prime civiltà.

Ma tornando alla concessione, come ogni concessione esiste una scadenza; scadenza che gli stessi testi sacri e le numerose profezie prevedono e sui quali anche scienziati di nota fama (Newton) hanno effettuato studi per identificarne il momento.

Ognuno di noi ha una evidente scadenza 'biologica', ma il mio lavoro di ricerca presuppone una scadenza 'universale' dove l'umanità verrà chiamata a rispondere di come ha custodito il pianeta Terra, affidatole dopo la fine della glaciazione di Wurm.

E' la logica conclusione del patto descritto dalla Bibbia - e oggi assistiamo a un intensificarsi di eventi e a una convergenza di eventi che lasciano presagire davvero l'arrivo di un cambiamento epocale, così come peraltro previsto dalle profezie: non la fine del mondo, ma un momento di transizione che si concluderà con due possibiità:
1) il ritorno all'età dell'oro
2) la distruzione
e ciò sarà in funzione di come abbiamo gestito il dono che ci fu dato: il pianeta, e la nostra stessa civiltà... 



sabato 21 luglio 2012

Il Progetto Blue Beam


Il progetto Blue Beam: l'idea di simulare una falsa invasione aliena per indurre tutta l'umanità ad allinearsi compatta sotto la bandiera del NWO per fronteggiare la comune minaccia...

simulare o... strumentalizzare il ritorno degli antichi dei in arrivo per giudicare l'umanità alla scadenza del tempo concessole?

Ricordo il postulato di base delle teorie avanzate dal Progetto Atlanticus, ovvero la concessione a scadenza del pianeta Terra dopo l'ultimo cataclisma noto come Diluvio Universale, da parte delle divinità-aliene citate nei miti delle prime civiltà storiche (Anunnaki, Nephilim, Elohim,...)

Tutto ciò è anche previsto dalla maggior parte delle religioni e dei miti antichi, dalla parusia cristiana, al ritorno messianico ebreaico, dal calendario maya 2012, all'apocalisse di San Giovanni e alle profezie di Malachia.

Ora, se per un qualche motivo, i detentori di tali conoscenze esoteriche volessero strumentalizzare il ritorno di questi antichi dei per realizzare i loro piani di dominio, non vi sarebbe occasione più proficua di trasformare la presenza aliena in una minaccia... esattamente come fu fatto per l'11 settembre con l'attacco alle twin towers.


Il Mito della Caverna


Un regalo a tutti gli amici che visitano "Le Stanze di Atlanticus": il mito della caverna di Platone, tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Mito_della_caverna, che ben descrive l'umanità, in particolare quella attuale...

Si immaginino dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dall'infanzia, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo sono bloccati, in maniera che gli occhi dei malcapitati possano solo fissare il muro dinanzi a loro.

Si pensi, inoltre, che alle spalle dei prigionieri sia stato acceso un enorme fuoco e che, tra il fuoco ed i prigionieri, corra una strada rialzata. Lungo questa strada sia stato eretto un muricciolo, lungo il quale alcuni uomini portano forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e questo attrarrebbe l'attenzione dei prigionieri. 

Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un'eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro.
Mentre un personaggio esterno avrebbe un'idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (si ricordi che sono incatenati fin dall'infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre "parlanti" come oggetti, animali, piante e persone reali.

Si supponga che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l'uscita della caverna: in primo luogo, i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del sole ed egli proverebbe dolore. Inoltre, le forme portate dagli uomini lungo il muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; persino se gli fossero mostrati quegli oggetti e gli fosse indicata la fonte di luce, il prigioniero rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, preferirebbe volgersi verso le ombre.

Allo stesso modo, se il malcapitato fosse costretto ad uscire dalla caverna e venisse esposto alla diretta luce del sole, rimarrebbe accecato e non riuscirebbe a vedere alcunché. Il prigioniero si troverebbe sicuramente a disagio e s'irriterebbe per essere stato trascinato a viva forza in quel luogo.

Volendo abituarsi alla nuova situazione, il prigioniero riuscirebbe inizialmente a distinguere soltanto le ombre delle persone e le loro immagini riflesse nell'acqua; solo con il passare del tempo potrebbe sostenere la luce e guardare gli oggetti stessi. Successivamente, egli potrebbe, di notte, volgere lo sguardo al cielo, ammirando i corpi celesti con maggior facilità che di giorno. 

Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell'acqua, e capirebbe che: « è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano. »

Resosi conto della situazione, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all'ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa vedere distintamente anche nel fondo della caverna; durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri, in quanto sarebbe tornato dall'ascesa con "gli occhi rovinati". 

Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento e, anzi, potrebbe spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso la luce, in quanto, a loro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell'accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte.

(Platone, La Repubblica, libro VII, 516 c - d, trad.: Franco Sartori)

E voi, chi siete nel mito? Quale ruolo giocate? 

Quelli imprigionati in fondo alla caverna? 
Quelli che  portano forme di vari oggetti, animali, piante e persone? 
Quelli che costringono il prigioniero a uscire alla luce del sole? 

O quello che appresa la Verità torna nella caverna per divulgarla alle altre persone?

Se vogliamo che il mondo si salvi ... giochiamo fino in fondo il ruolo di colui che uscì alla luce del sole...



venerdì 20 luglio 2012

Atlantide e i Celti


Tutti noi conosciamo il mito di Atlantide come ci è stato tramandato da Platone. Questo mito si salda ad una serie di narrazioni tradizionali nell’area centroeuropea che parlano di favolose terre scomparse o diventate irraggiungibili per i comuni mortali: Avalon, Ys, Lyonesse nell’area celtica, Thule e Asgard, per i Germani. Qualcuno, del resto, ha collegato il mito di Atlantide a quello mediorientale del Diluvio Universale (del quale la versione ebraica che compare nella bibbia è la più nota, ma certamente non la più antica né la più elaborata dal punto di vista letterario, si pensi alla versione numerica contenuta nel mito di Gilgamesh).

Ora, tutte le volte che si cerca di stabilire una connessione fra queste narrazioni, ci s’imbatte sempre nella medesima difficoltà: si tratta delle reminiscenze di un unico evento o non piuttosto del ricordo di eventi di natura locale avvenuti in luoghi e tempi diversi? In fin dei conti, anche in epoca storica non mancano esempi di alluvioni, di diluvi, d’inondazioni che al livello delle popolazioni che li hanno vissuti, potrebbero essere stati percepiti come “universali”.

Occorre rilevare poi che la geologia e la tettonica a zolle non offrono alcun appoggio al mito di Atlantide se lo prendiamo alla lettera secondo quella che ne è la versione più diffusa e comune, ossia supponendo l’esistenza in un’epoca non lontana da quella che consideriamo storica – tra quindici e dodicimila anni fa – di un continente perduto o di un’isola di grandi dimensioni nell’oceano Atlantico davanti alle Colonne d’Ercole (ma è tutto da verificare se le Colonne d’Ercole come le intendeva Platone, o meglio come le intendevano coloro di cui Platone ha tramandato la testimonianza, coincidano effettivamente con la loro identificazione odierna, lo stretto di Gibilterra).

A quanto pare, già alcuni milioni di anni fa, prima dei più lontani albori della nostra specie, l’oceano Atlantico non era molto diverso dalla sua configurazione attuale. Certo, la tettonica a zolle ci insegna che le placche continentali e gli oceani cambiano la loro conformazione, che nuove terre emergono ed altre sprofondano, che i continenti si allontanano e si avvicinano, che gli oceani si allargano e si restringono, ma occorre considerare una scala temporale di decine di milioni di anni per vedere mutamenti apprezzabili.

A prescindere dalla scala dei tempi, il mito di Atlantide così come è solitamente formulato sarebbe forse più credibile se la faglia che si trova al centro della famosa doppia catena nota come dorsale medio – atlantica non fosse una faglia di espansione ma di subduzione della crosta terrestre. Poiché le dimensioni del nostro pianeta rimangono uguali nel tempo, è abbastanza evidente che a faglie di espansione nelle quali si forma nuova crosta terrestre ed i cui bordi si allontanano, debbano corrispondere altrettante faglie di subduzione, nelle quali uno dei due bordi della faglia – che sono i margini di due zolle tettoniche che vengono a contatto – sprofonda sotto l’altro; se così fosse, potremmo anche ipotizzare che Atlantide si trovasse sul bordo sprofondato della faglia, sempre ammesso di poter far quadrare la scala dei tempi, se sorvolare sul problema di come un tale inabissamento, lentissimo sulla scala umana, potrebbe coincidere con la catastrofe improvvisa descritta da Platone, ma la faglia medio – atlantica non è una faglia di subduzione.

Tuttavia c’è un senso nel quale il mito di Atlantide acquista una nuova ed imprevista credibilità. Molti storici si sono soffermati sulla circostanza, davvero bizzarra, che le grandi civiltà umane iniziano tutte improvvisamente, in assoluta indipendenza l’una dall’altra ma in sorprendente sincronia, in una data posta grosso modo attorno al 3000 avanti Cristo, 5000 anni fa, come se un inimmaginabile starter avesse sparato un colpo di pistola: le civiltà mediterranee egizia e mesopotamica, la civiltà cinese, quella indiana, quelle dell’America precolombiana.

Una simile coincidenza la cui casualità sarebbe in effetti ben poco credibile, avrebbe in realtà una spiegazione ragionevole e relativamente semplice: tra quindici e dodicimila anni fa sarebbe terminata l’ultima età glaciale. Non si può pensare però che il mutamento del clima possa aver determinato lo scioglimento istantaneo dell’immensa calotta glaciale che si era accumulata nel frattempo; è ragionevole supporre che tale scioglimento abbia richiesto migliaia di anni. Nel corso di questo lasso di tempo il livello dei mari sarebbe continuato ad aumentare a causa della quantità d’acqua che progressivamente ritornava allo stato liquido.

Consideriamo che gli uomini hanno sempre avuto la tendenza ad insediarsi in prossimità delle coste, a creare qui le città e gli insediamenti maggiori, soprattutto perché nell’antichità le vie d’acqua erano in pratica le uniche vie commerciali disponibili. Dei cavalieri montati potevano percorrere rapidamente grandi distanze nell’entroterra, ma far viaggiare delle merci era tutt’altra faccenda. Fino all’invenzione dell’attacco a collare del cavallo da tiro avvenuta attorno al 1000 d. C. e la ferratura, anch’essa invenzione di età medievale, non c’era modo di far viaggiare via terra grandi quantitativi di merci in tempi relativamente rapidi ed in condizioni economicamente convenienti (1), ma ancora oggi le nostre metropoli, le città più grandi del pianeta, sono città costiere, ed è stato calcolato che un aumento del livello dei mari di non più di tre metri sarebbe sufficiente a distruggere la nostra civiltà e gran parte delle sue vestigia.

A questo punto è facile comprendere che l’arretramento delle linee di costa conseguente al progressivo aumento del livello dei mari avrebbe comportato la sommersione e l’abbandono degli insediamenti più antichi, fino a quando, cinquemila anni fa, attorno al 3000 avanti Cristo, il livello degli oceani e dei mari interni avrebbe smesso di aumentare, generando così l’impressione della comparsa improvvisa e contemporanea di civiltà complesse ed altamente organizzate in varie parti del mondo, cività ciascuna delle quali aveva probabilmente alle spalle una storia precedente andata sommersa.

Aggiungiamo un’ulteriore ipotesi: che parte almeno delle antiche culture europeo – mediterranee sia collegabile ad una civiltà madre le cui vestigia sono andate sommerse. Questa ipotesi sarebbe riferibile alla narrazione platonica del mito di Atlantide?

Platone ci dice che Atlantide era un’isola posta oltre le Colonne d’Ercole “Più grande dell’Asia e della Libia messe insieme”. Una dimensione spropositata se consideriamo che l’Asia è il continente più vasto di questo pianeta, ma “Asia” per gli antichi Greci significava semplicemente la penisola anatomica, la parte occidentale dell’odierna Turchia, mentre “Libia” era la fascia costiera del Maghreb, eventualmente con il massiccio dell’Atlante, ma escludendo la distesa sahariana alle spalle di esso, ed a loro sconosciuta. Le dimensioni della supposta Atlantide diventano allora, come si vede, ben più ragionevoli.

Per i Greci dell’età classica, le Colonne d’Ercole coincidevano con lo stretto di Gibilterra, ma tale identificazione vale anche per i Greci più antichi? Platone riferisce che il mito di Atlantide gli sarebbe stato narrato dal nonno Solone, il famoso legislatore ed uno dei Sette Savi, che l’avrebbe appreso in Egitto dai sacerdoti, come parte di una tradizione antichissima di cui i Greci avevano perso memoria.

Diversi studiosi hanno osservato che sia la costa europea sia quella africana in prossimità dello stretto di Gibilterra si presentano come piuttosto basse ed assai poco adatte ad essere descritte come “colonne”, descrizione che invece si attaglierebbe bene al promontorio calabro ed a quello siciliano che formano lo stretto di Messina. L’ipotesi che viene fatta al riguardo, è che tale denominazione risalga all’età micenea (i Micenei raggiunsero quasi certamente la Sicilia, e tracce di un loro insediamento sono state ritrovate a Lipari), per poi perderne la nozione durante il cosiddetto “medioevo ellenico”, il periodo di regresso conseguente all’invasione dorica.

Nell’età classica, essi non avrebbero più potuto identificare le Colonne d’Ercole, i “confini del mondo” con quello che in seguito alla loro espansione ad ovest ed alla nascita della Magna Grecia era diventato “il giardino di casa”, e le avrebbero spostate molto più ad occidente.

Se questa ipotesi è corretta, allora Atlantide si sarebbe potuta trovare in qualsiasi punto fra il Tirreno e le Isole Britanniche.

Riletto in questa chiave, il mito platonico appare molto più credibile, ma cosa ci dice al riguardo l’archeologia? Esistono le tracce di una cultura antica diffusa in vaste zone dell’Europa e del Mediterraneo che, per le modalità della sua diffusione faccia pensare ad un’espansione soprattutto marittima, e che sia sufficientemente antica da poter essere considerata la civiltà madre delle varie culture sorte più tardi nell’area europea e mediterranea?

La risposta a questa domanda è nettamente affermativa. Stiamo parlando, la cosa dovrebbe essere abbastanza chiara, della cultura conosciuta come megalitica, caratterizzata dall’edificazione delle grandi strutture in pietra note come menhir, dolmen, cromlech. Questo tipo di strutture è diffuso in una fascia mediterranea che attraversa il mare nostrum lungo un’asse est – ovest che va dal Libano alla Penisola Iberica, tocca l’Italia meridionale, ha un centro particolarmente importante nell’isola di Malta, poi risale le coste atlantiche dell’Iberia e della Gallia e raggiunge le Isole Britanniche dove si trovano non solo complessi megalitici di particolare importanza come Avebury e Stonehenge, ma menhir, dolmen e cromlech sono particolarmente diffusi nelle Isole Britanniche, nonché in Bretagna sulla costa atlantica della Gallia.

Questa cultura megalitica fu probabilmente spazzata via nel Mediterraneo già in epoca preistorica, lasciando dietro di sé solo la grandezza muta dei suoi monumenti, e vari indizi fanno pensare ad un’estinzione improvvisa e violenta della cultura megalitica nell’area mediterranea, in particolare a Malta, probabilmente in seguito all’invasione di nuovi popoli. Soprattutto le statue della Grande Madre deliberatamente decapitate e sepolte per esorcizzarne il potere, fanno pensare all’invasione ed alla conquista dell’isola da parte di popolazioni rivali.

Il culto della Grande Madre associato ai megaliti si trova anche presso popolazioni sicuramente protoceltice o celtiche, ad esempio nell’area della Val d’Assa.

Nel pantheon celtico la Grande Madre ha diverse incarnazioni: Epona in primo luogo e probabilmente Brigit; ad ogni modo la religione celtica, come quella pagana classica, era lontana dall’idea semitica ebraico – cristiano–islamica della divinità esclusivamente maschile e dal relativo disprezzo della donna e demonizzazione della sessualità.

Nelle Isole Britanniche, a differenza di quanto avvenne nell’area mediterranea, la cultura megalitica fu assorbita e fatta propria dalle popolazioni celtiche che vennero a contatto con essa, sopravvivendo in qualche modo alla conquista romana, alla diffusione del cristianesimo, persino alla fine dell’età antica.
Ancora nel V secolo della nostra era, la leggenda arturiana è connessa al ruolo sacro attribuito alle “grandi pietre”. A Stonehenge, il complesso megalitico della piana di Salisbury, è attribuito il ruolo di insolito monumento funebre di re Artù e dei suoi cavalieri, e si noti che la leggenda attribuisce la sua edificazione a Merlino mediante la magia – particolare molto importante – sottraendo magicamente le pietre da un precedente monumento megalitico in Irlanda.

Senz’altro non si può escludere che sia stato il concetto del cromlech ad ispirare l’idea della Tavola Rotonda con un probabile anello di congiunzione intermedio rappresentato dall’usanza delle tribù celtiche di tenere le assemblee tribali sedendo in cerchio, appunto, all’interno di un cromlech.

Occorre però segnalare una difficoltà importante per identificare l’Atlantide megalitica con l’Atlantide platonica.

Le regioni dell’Europa e del Mediterraneo sommerse dall’innalzamento dei mari conseguente alla fine della glaciazione sono molte, e non vi sono indizi al presente che consentano di localizzare quella in cui deve aver avuto origine la cultura megalitica, la patria sommersa degli Atlantidi. Ne citiamo qualcuna: il ponte di terra che un tempo esisteva fra la Turchia e l’Europa, e che univa il Mar di Marmara, il Bosforo, i Dardanelli; una vasta estensione di terra allora emersa che univa quasi la Tunisia alla Sicilia; la parte settentrionale di quello che è oggi l’Adriatico; un’unica grande isola che si estendeva là dove oggi si trova l’arcipelago delle Baleari; in Atlantico l’area della Manica che era emersa durante l’età glaciale ed univa le Isole Britanniche al continente – alcuni autori identificano questa terra oggi invasa dall’oceano con la Lyonesse delle leggende celtiche - ; nel Mare del Nord il Dogger Bank, la regione di acque basse nota per la sua pescosità ed un tempo sicuramente emersa: ancora oggi i pescatori trovano i resti di quelli che un tempo furono rami di alberi impigliati nelle reti sollevate dal fondale.

Come si vede, c’è l’imbarazzo della scelta, ed è un grave imbarazzo.

Al momento non c’è modo di risolvere questo problema, e lo lasceremo in sospeso, vi sono però due questioni alle quali è possibile cercare di abbozzare una risposta:
1. Quali popoli, quali aree, quali culture furono quelle maggiormente interessate, conservarono, si può dire, i frammenti dell’Atlantide megalitica?
2. Quale rapporto esiste nello specifico fra essa ed i Celti?

Se noi osserviamo una carta geografica che riporta la disposizione dei monumenti megalitici, vediamo che essi disegnano una specie di “L” con il fulcro nella Penisola Iberica, da Baalbek in Libano attraverso Malta e l’Italia meridionale, risalendo poi la costa atlantica attraverso la Gallia, le Isole Britanniche fino alle Orcadi che ne rappresentano la propaggine più settentrionale.

Per quanto riguarda l’Italia meridionale, abbiamo la testimonianza rappresentata dal dolmen di Minervino (Bari), non si tratta però di una testimonianza isolata. Nell’articolo I pagani sono ancora fra noi (“Focus”, agosto 2005), Franco Capone menziona un culto rivolto a grandi pietre di forma fallica (menhir) nell’area di Isernia, un’area luogo di culto di origine preistorica. Non è tutto: nel Gargano si sono conservate le tracce di un culto dei morti ricordati nella notte dell’equinozio d’autunno che presenta forti analogie, per non dire una sostanziale identità con la celebrazione celtica di Samain (o Samhain). 

Monumenti megalitici, c’informa ancora l’articolo di Franco Capone si trovano anche a Calimera (Lecce) fra cui un singolare masso forato attraverso il quale i devoti dovevano passare replicando l’atto della nascita, cosa che ci rimanda un’altra volta al culto della Grande Madre.

Gli evidenti riferimenti alla sessualità contenuti in questo culto, così come l’aspetto od il significato fallico dei menhir – analogamente ai ligam indiani - non ci devono stupire né tanto meno scandalizzare: nelle antiche religioni non semitiche, il sesso non era demonizzato, ma considerato un aspetto fondamentale dell’esistenza.
Naturalmente, quando parliamo di megaliti, non facciamo riferimento a qualsiasi costruzione realizzata con pietre di grandi dimensioni, ma intendiamo riferirci ad una precisa tipologia di monumenti dalla quale, ad esempio, sono escluse sia le piramidi egizie sia le zigurrat mesopotamiche.

C’è forse però in Egitto un edificio che si può considerare megalitico, si tratterebbe di un edificio di età sicuramente anteriore al periodo dinastico, l’Osireion di Abido, sopra il quale è stato edificato il tempio di Seti I. Teniamo presente il quadro cronologico: i complessi megalitici delle Isole Britanniche, probabilmente di poco posteriori a quelli maltesi, avrebbero un’età di 800 – 1000 anni più antica delle piramidi, e verrebbero quindi ad essere coevi dell’Osireion, se è corretta l’antichità attribuitagli.

Può sembrare strano che indizi importanti circa il passato, soprattutto se remoto di migliaia di anni, si possano ricavare dalla linguistica, ma le lingue che noi parliamo non sono delle costruzioni convenzionali, bensì il prodotto di un’interazione fra culture e gruppi umani che si perde nella notte dei tempi, antica quanto l’uomo stesso. Sostrati, prestiti da una lingua all’altra, contaminazioni, rendono il linguaggio non diverso da un sito archeologico che conserva informazioni altrimenti perdute sul passato, e la parte più conservatrice del linguaggio è senza dubbio la toponomastica.

Per fare un esempio molto chiaro e ben noto, osservando una carta geografica degli Stati Uniti, i nomi delle località: delle città, dei monti, dei fiumi, degli stati, conservano in modo evidente sia le tracce delle lingue amerindie estinte, sia per quanto riguarda il sud degli “States”, della passata dominazione spagnola. 
C’è un termine, usato principalmente come toponimo, che ricorre con frequenza sospetta in tutta l’area della nostra Atlantide megalitica: una radice che suona come (H)EBR- o (H)IBR-.

In Medio Oriente troviamo ovviamente gli Ebrei, ma non solo, menzioniamo Hebron, poi ancora gli Eboriti (popolazione insediata in Palestina prima di Cananei ed Ebrei, alla quale pare si debba l’introduzione dell’agricoltura nella regione), forse la stessa radice diventa Ebla e, con l’inversione delle due consonanti, Arabia, Arabi. In Egitto troviamo menzionati fra i “popoli del mare” che invasero “Le due terre”, gli Habiru.
In Occidente troviamo (H)iberia, la Penisola Iberica, (H)ibernia, antico nome dell’Irlanda; sempre nella Penisola Iberica il fiume Ebro, poi ancora nelle Isole Britanniche Eburacum, l’antico nome della città di York, e le isole Ebridi. In Grecia, non riferito alla toponomastica, troviamo forse l’indizio più interessante, la parola “ybris” dal doppio significato di “sangue misto” (da cui “ibridi”) e di “orgoglio”, “superbia” solitamente dagli esiti catastrofici. Un etimo diverso ma che rafforza lo stesso quadro, è rappresentato dalla sorprendente omonimia fra il sito archeologico bretone di Carnac e quello egizio di Karnak.

Come dobbiamo interpretare tutto ciò? Con ogni probabilità la catastrofe dell’Atlantide megalitica, la sua progressiva sommersione non fu un processo assolutamente lineare, conobbe delle accelerazioni, almeno un’accelerazione catastrofica compatibile con il racconto di Platone, ma fu un processo abbastanza graduale da consentire a molti di mettersi in salvo, fondando colonie sparpagliate in una vasta area del Mediterraneo e delle coste atlantiche dell’Europa, dove avranno portato o cercato di ricostruire la loro cultura megalitica o quello che ne rimaneva.

Spesso costoro avranno dato alle colonie il nome della madrepatria o saranno stati identificati con il loro antico nome etnico. Molte di queste colonie saranno state assorbite o distrutte dai popoli vicini, ma, questo è un meccanismo che si vede all’opera altre volte nella storia più recente, quando una popolazione barbarica sottomette o soppianta una cultura superiore, tende a presentarsene come l’erede e la continuatrice.

Un esempio tratto dalla storia più vicina a noi illustra bene questo processo. Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, i bizantini continuarono a chiamare se stessi Romaioi, “Romani”, i veri ed i soli eredi di Roma, identificando gli occidentali come Visigoti e Longobardi ancora mille anni più tardi, quando l’Occidente non si poteva più di certo considerare barbarico, ma non finisce qui. Quando i Turchi invasero l’Anatolia ed i Balcani, eliminando quasi l’impero bizantino che si ridusse alla sola Tracia orientale, chiamarono il loro sultanato (il primo sultanato turco, quello dei Selgiuchidi, poi distrutto dai Mongoli, prima che ai discendenti di Selgiuk si sostituissero quelli di Othman, gli Ottomani), Ar – Rhum, ossia sultanato “di Roma”, “dei Romani”, il nome era sopravvissuto sebbene i Turchi con Roma non avessero palesemente nulla a che spartire né in termini antropologici né culturali. Nello stesso tempo la Germania si faceva chiamare Sacro Romano Impero e c’erano (e ci sono ancora oggi) anche la Romania e la Romagna. Così, analogamente, non dovremmo stupirci della sopravvivenza di toponimi che si rifanno probabilmente all’Atlantide in luoghi e presso popoli del tutto diversi.

L’indizio più interessante, però, ci è dato dalla parola greca hybris verosimilmente risalente alla stessa etimologia.

Probabilmente essere “ibridi”, “di sangue misto”, poter vantare almeno in parte, o magari vantare senza fondamento, un’ascendenza atlantide era per le aristocrazie delle tribù e delle città – stato post – diluviane il massimo titolo di orgoglio, anche se al termine si associava il concetto che l’orgoglio eccessivo è prima o poi punito dagli dei, che è probabilmente una reminiscenza della catastrofe che aveva colpito la madrepatria atlantide.

Come si pongono i Celti in relazione a tutto ciò, poiché è probabile che essi non fossero né i diretti discendenti di Atlantide né i creatori originali della cultura megalitica? Furono probabilmente coloro che più di ogni altro assimilarono la cultura megalitica e la continuarono fin addentro all’età storica.

Il dato più interessante, però, è con ogni probabilità un altro: vi sono buoni motivi per ritenere che i Celti non si limitarono a rinvenire i megaliti, utilizzarli nelle loro cerimonie, replicarli a loro volta, ma è possibile che aspetti importanti della loro cultura abbiano un’origine atlantide, a cominciare dal più importante di tutti, la religione, il druidismo.

Su chi fossero i Celti, non abbiamo molti dubbi: sappiamo che le lingue celtiche appartengono al ramo occidentale delle lingue indoeuropee. Oggi noi abbiamo spesso a che fare con popolazioni come gli Afroamericani, che parlano inglese, lingua anglosassone del ceppo germanico, ma i cui geni provengono dall’Africa subsahariana, oppure i Peruviani, amerindi che parlano lo spagnolo ma la cui impronta genetica proviene solo in minima parte, o per nulla, dalla Penisola Iberica, ma per quanto riguarda il mondo antico la corrispondenza fra lingua ed etnia è quasi sempre sicura, comincia a divenire meno netta solo con i grandi imperi, quando la lingua dei dominatori viene imposta a popolazioni diverse.

Con ogni probabilità, le popolazioni indoeuropee dalle loro sedi originali nell’Europa centro – orientale, si divisero nei due rami occidentale ed orientale, distinti da particolarità linguistiche (lingue del “centum” e lingue del “satem”). Il primo gruppo s’irradiò verso l’occidente e il sud, differenziandosi nelle popolazioni celtiche, germaniche, latine, elleniche; il secondo originò gli Slavi ed alcune popolazioni oggi estinte (Sciti, Sarmati, Tocari), ed un ramo di esso, probabilmente muovendo verso sud e sud – est dalla regione aralo – caspica, colonizzò l’Altopiano Iranico e l’India.

Oggi l’idea che la regione indo – iranica fosse la sede originaria dei popoli indoeuropei, derivata dal fatto che in quest’area abbiamo le più antiche lingue indoeuropee scritte, il sanscrito e l’avestico, è generalmente respinta dagli studiosi.

Sembrano esserci ben pochi dubbi sul fatto che i Celti giungessero nelle loro sedi storiche migrando prevalentemente per via di terra. Ancora all’epoca di Cesare, quella celtica era una cultura essenzialmente non marinara. I migliori marinai della Gallia erano all’epoca una popolazione non celtica stanziata alla foce della Loira, i Veneti o Vendi (che hanno dato il nome alla regione da loro abitata, Vendee, in italiano Vandea), strettamente imparentati con i Veneti che s’insediarono nell’alto Adriatico.

Tutto ciò propende fortemente contro l’ipotesi che i Celti fossero i portatori originari della cultura megalitica. Tranne che nelle Isole Britanniche, la diffusione dei megaliti è essenzialmente costiera, fa pensare a un modello d’insediamento analogo a quelli realizzati nel Mediterraneo in epoca storica dai Greci e dai Fenici.
Questo ci porta a porci una domanda: chi ha colonizzato le Isole Britanniche prima dei Celti?

La più antica colonizzazione sembra avvenuta in epoca neolitica da parte di una popolazione di origine verosimilmente mediterranea di pastori ed allevatori di colorito scuro e di bassa statura. Questa popolazione sostrato che è stata man mano assorbita o ricacciata verso le parti più marginali del suo antico dominio, è stata identificata con i Pitti, termine probabilmente improprio, poiché in latino “Picti” significa “dipinti” e faceva riferimento all’uso – comune agli stessi Celti – di dipingersi la faccia prima di scendere in battaglia (uso tramandato, si ricorderà, fino a Bravehearth).

Diversi anni fa, nel corso di una simpatica intervista televisiva, il cantante Paul McCartney, ex membro dei Beatles, raccontò di essere particolarmente benvoluto da molti conoscenti per l’usanza di andarli a trovare il primo dell’anno, e nelle Isole Britanniche vige la credenza che incontrare uno scozzese a capodanno porti fortuna per l’anno che inizia, e l’autentico scozzese – ci tenne a precisare – lo scozzese di puro sangue è bruno come lo stesso McCartney; è cioè un pitta, potremmo dire noi, ed osserviamo come questa tradizione rifletta la persistenza dell’idea del pitta come uomo legato ai poteri magici.

I Pitti apparivano come uomini “magici” per uno stile di vita più elementare, maggiormente in contatto con le forze telluriche ancestrali o perché già influenzati dalla cultura atlantico – druidica? Una domanda a cui sarebbe bello poter rispondere, anche se notiamo che ci può essere una sovrapposizione fra le due cose, e che ad esempio, periodi di isolamento dal contesto umano, trascorsi nelle selve a contatto con le manifestazioni elementari della natura, facevano parte dell’iniziazione di un druido.

Ad ogni modo, poiché sembrerebbe trattarsi di una popolazione o di un insieme di popolazioni dedite principalmente all’allevamento, alla pastorizia, a forme di agricoltura semistanziale, quindi le Isole Britanniche dovevano essere oggetto di un popolamento piuttosto rado che deve aver permesso ai superstiti atlantidi di trapiantarvi e mantenervi la loro cultura senza difficoltà, ed in effetti le Isole Britanniche divennero la seconda patria della cultura megalitica.

I Celti, giunti sulla costa atlantica, non colonizzarono la Britannia che piuttosto tardi: a lungo essa fu percepita come “Glas Myriddin”, il “recinto di Merlino”, sacro e di conseguenza tabù.

Noi conosciamo il termine “Myriddin”, “Merlino” come nome proprio del mago mentore di Artù nel V secolo, ma è probabile che esso in origine fosse un nome comune, designasse “l’uomo sacro”, e potremmo tradurre “Glas Myriddin come “L’isola dall’uomo sacro” o “degli uomini sacri”. Probabilmente il Merlino delle saghe arturiane non è stato che l’ultimo di molti Myriddin che si sono succeduti attraverso i secoli e i millenni. Anche dopo la colonizzazione celtica della Britannia continua a persistere il mito dell’isola sacra, irraggiungibile ai comuni mortali e spesso invisibile, che prende il nome di Avalon.

Ad un certo punto i Celti cominciano ad insediarsi in Britannia, come se fosse stato concesso un permesso o tolto un divieto, ed a questo punto succede qualcosa di estremamente importante che modifica la cultura delle popolazioni celtiche al di qua ed al di là della Manica: si diffonde la religione druidica.
Nel De bello gallico di Cesare abbiamo una testimonianza su cui non si è forse riflettuto a sufficienza. Cesare dice che la religione druidica “fu scoperta” in Britannia e da qui si estese alla Gallia continentale. Il termine da lui usato è “inventa” (da “invenio”), “trovata”, “scoperta”, al limite “inventata”, un termine che sembrerebbe più adatto per un ritrovato di tipo tecnico od una scoperta scientifica; di una religione ci aspetteremmo che sia concepita, elaborata, magari rivelata, ma non scoperta, trovata.

Quale senso dobbiamo dare a ciò? Senza dubbio si può “scoprire” una religione entrando in contatto con un gruppo umano che ne è portatore. Notiamo che ad esempio la leggenda arturiana sull’edificazione di Stonehenge dà fortemente l’idea dell’impadronirsi, del fare propri gli esiti di una cultura precedente, cosa senz’altro vera se il druidismo celtico era la prosecuzione di quello atlantico – megalitico.

Ma soprattutto venendo a contatto con gli eredi di quella che fu una civiltà superiore, ci aspetteremmo di apprendere no, o non solo, un messaggio religioso, ma una serie di conoscenze scientifiche e tecniche.
Bene, in realtà è proprio così: ad esempio le tecniche costruttive dei monumenti megalitici continuano a sfuggirci. Anni fa, un’equipe di archeologi provò a spostare un menhir fra i più piccoli di un complesso megalitico, che pesava “solo” cinque tonnellate. Nonostante tutti gli ausili offerti dalla tecnologia moderna, l’impresa si rivelò assolutamente improba, al punto che ancora oggi è un fitto mistero con quali tecniche i monumenti megalitici possano essere stati eretti.

Più in generale, però, se vogliamo capire cos’era il druidismo, dobbiamo sbarazzarci dell’idea ebraico – cristiano – islamica della religione come complesso fideistico indimostrabile.

Io mi sono già soffermato con una certa ampiezza in un articolo su questo stesso sito, Considerazioni sul druidismo, a cercare di valutare insieme a voi cosa esso realmente fosse (senza la pretesa di arrivare a conclusioni definitive in una materia che la scarsità di fonti scritte rende congetturale), ma sarà il caso di riassumere in breve alcuni concetti.

Il termine verrebbe da “dru – wid”, “vedere molto”. Assai più che a quella del prete, la figura del druido corrisponderebbe a quella del sapiente come l’intendeva la Grecia arcaica. La realtà, secondo questo tipo di pensiero, sarebbe unica, non distinta in naturale e soprannaturale, ed il lato fisico e quello spirituale ne farebbero parte al medesimo titolo, e così uniche sarebbero la conoscenza della realtà e la capacità di agire che sulla conoscenza si basa. Per conseguenza, il druido riassumerebbe in sé i tratti, che nella nostra cultura moderna post – cristiana corrispondono ad altrettante figure distinte, del sacerdote, del filosofo, dello scienziato, del tecnico, del mago.

Considerate le cose in quest’ottica, non ci stupiamo che i druidi fossero nella società celtica i continuatori dell’eredità culturale dei costruttori di megaliti, ed è esattamente questo il tipo di realtà che dovremmo aspettarci.

I Celti non furono i figli di Atlantide, ma con ogni probabilità ne furono gli allievi più fedeli. E’ un’eredità che in parte è giunta fino a noi, e che stiamo cominciando a riscoprire.

http://www.celticworld.it/sh_wiki.php?act=sh_art&iart=383

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