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giovedì 31 marzo 2016

Alla Fine del Viaggio

Cinque anni fa iniziai questo percorso di ricerca e di studio di ciò che abbiamo sempre definito come “Mosaico della Verità”, totalmente ignaro di dove mi avrebbe portato, delle incredibili scoperte che avrei compiuto, delle attività che avrei realizzato, ma soprattutto delle straordinarie persone che avrei incontrato nel corso del cammino, preziosi collaboratori, alcuni dei quali diventati dei veri amici e altre persone ancora le quali ho riconosciuto come vere e proprie presenze karmiche che sono e che saranno eternamente presenti nel tempo.

A ciascuno di essi sono e sarò grato in eterno per gli insegnamenti ricevuti e per le lezioni fornite.

Ma purtroppo arriva sempre un momento nella vita di ciascuno di noi in cui ci si deve fermare a fare i conti con se stesso e, come anche il mito di Inanna ci insegna, forse un po’ morire per poter ritornare alla luce e continuare a vivere, a fronte di un nuovo ‘solve et coagula’ tra i tanti che la vita ci pone davanti.

D’altronde in ultima analisi non è forse questo il grande insegnamento che le tradizioni e i miti di ogni tempo ci vogliono fornire attraverso la codifica del simbolismo dell’immutabile eterno ciclo di vita-morte-rinascita risultante dalla semplice osservazione dei cicli stagionali della natura?

Ed è per questo che oggi mi vedo portato a “uccidere” metaforicamente il Progetto Atlanticus e tutti i suoi collegati, ritirandomi da ogni tipo di attività pubblica, nel tentativo di ritornare ad essere quel Player B che un giorno qualcuno mi disse io fossi e del quale da tempo sento di non avere, o di avere perso, le qualità e le caratteristiche che lo contraddistinguono e che abbiamo imparato insieme a riconoscere.

Voglio porgere le mie scuse verso le persone coinvolte nei progetti attualmente in essere ai quali, per i motivi sopra esposti, non potrò più dedicare la necessaria attenzione e che pertanto risultano interrotti fin da subito.

Il mio ultimo saluto vuole essere una esortazione a non smettere mai di pensare, sempre con senso critico e capacità di discernimento, di continuare il percorso e di affrontare con vigore le sfide che la vita ci pone davanti e che noi stessi ci siamo posti prima di venire al mondo. 

Soprattutto di non rinunciare mai a confidare di poter cambiare il mondo combattendo le forze arcontiche nonostante sia questa una battaglia che sappiamo di non poter vincere sul piano fenomenico, ma che, nonostante ciò, vale la pena combattere fino alla fine, poiché è attraverso di essa che perfezioniamo la conoscenza della nostra reale natura trascendente, “… nei secoli dei secoli fino a completa guarigione…” il che, credo, sia la cosa più importante essendo l’utopia del ‘risveglio’ collettivo, del ritorno all’età dell’oro edenitica, la sommatoria di singoli ‘risvegli’ individuali e di ritorni a un ‘eden’ già dentro di noi e che attende solo di essere riscoperto.

Buon viaggio… e buon solve et coagula a tutti…


Post Scriptum

Il blog rimarrà aperto al fine di lasciare la possibilità a chiunque di poter continuare ad attingere a quanto prodotto nel corso di questi anni di attività, ma non verrà più aggiornato. Lo stesso vale per gli altri canali collegati al Progetto inclusi i profili  facebook, i gruppi e i vari thread aperti sui forum.

giovedì 24 marzo 2016

Un Tuffo nell'Invisibile - L’errore e i limiti odierni nel considerare l’invisibile come inesistente

Domenica 10 Aprile, Progetto Atlanticus, presenterà a Pella, in provincia di Novara, presso il magico contesto della sede della associazione Arianrhod, la conferenza dal titolo:

UN TUFFO NELL’INVISIBILE - L’errore e i limiti odierni nel considerare l’invisibile come inesistente

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L’errore di considerare l’invisibile come inesistente, principio figlio di un certo tipo di “scientismo” e di un “razionalismo” radicale ha sancito nettamente la separazione tra scienza e misticismo impedendo nella sostanza lo studio, l’approfondimento e la conoscenza di una parte considerevole di mondo senza la quale si perde la possibilità di comprendere la nostra stessa natura.

Oggi siamo ancorati al piano fisico a causa della nostra limitata capacità di interfacciarci con ciò che la cosmologia del Progetto Atlanticus definisce “Piano Metafisico” popolato da entità trascese che le religioni hanno definito demoni e angeli.

A differenza di come invece veniva concepito nell’esoterismo secolare e, ancora prima forse, nelle società preistoriche antidiluviane dove vi era una maggiore connessione e armonia con le forze della natura. 

Quell’armonia andata persa con la discesa biblica della ‘corruzione’ nel cuore dell’Uomo che costò ad esso già una volta il Diluvio e alla quale diventa ineluttabile ricollegarsi.

http://www.arianrhod.it/

mercoledì 23 marzo 2016

Il Cuore della Conoscenza Ancestrale

Seguendo il suggerimento di un amico, caro e competente, ho letto i due  splendidi libri di Lady Gregory sulla mitologia dei Celti, e, così di primo acchito e senza troppo pensare due considerazioni iniziali mi vengono in mente.
 
La prima di queste considerazioni è che, leggendo le storie e le avventure di Cuchulain di Muirthiemne e la storia dei Tuatha de Danaan, in una certa misura continuiamo a rileggere l’eterna storia di Gilgamesh, dal momento che tutta l’epica celtica che conosciamo, o almeno che io conosco, si basa sulla ricerca dell’immortalità, intesa come raggiungimento della perfezione, e sul cammino irto di ostacoli, che tutti, uomini e dei, devono affrontare per raggiungerla.
 
Naturalmente esistono differenze tra la mitologia celtica e quelle dei paesi mediterranei o dell’Asia Minore, ma, dal momento che si tratta sempre e comunque di popolazioni indoeuropee, è possibile trovare una solida base comune in tutti i loro miti, a prescindere dalle numerosissime differenze e particolari che le distinguono una dall’altra e che si riferiscono a popolazioni con usi e costumi diversi.
 
Senza analizzare i miti mesopotamici in profondità, vorrei solo notare come sia i Sumeri che i Babilonesi basassero la loro religione sulla fede in una dea madre, una grande dea, madre di tutto quanto esiste, e come a questa dedicassero i più grandi onori e cerimonie.
 
I miti di Ishtar e Tammuz, Inanna e Dumuzi in Mesopotamia, Iside e Osiride in Egitto, Afrodite e Adone in Grecia ripetono tutti il mito primigenio della madre, esistente da sempre, che crea l’universo intero, lo foggia e lo mantiene in vita, resuscitandolo ad ogni stagione. Dee Madri, Veneres, o dee della vegetazione rappresentano tutte lo stesso principio, come si ritrova anche nella grande dea, rappresentata dalla triade divina, nella mitologia celtica.
 
La leggenda di Gilgamesh, il suo viaggio in territori sconosciuti per raggiungere il paradiso in cui vive l’uomo eterno, Uthnapishtin, colui che si è salvato dal diluvio, e che non raappresenta altro che il cammino iniziatico dell’uomo per raggiungere la salvezza e la felicità eterna, è ripetuta innumerevoli volte nelle leggende irlandesi e gallesi sulle quali si fonda la conoscenza attuale della religione dei Celti, naturalmente con particolari diversi dovuti alla loro diversa concezione della vita.
 
Gli eroi celtici compiono il loro viaggio iniziatico alla ricerca del “calderone di Karidwen”, che può offrire l’abbondanza, sanare le ferite e in casi estremi riportare un morto alla vita: non molto dissimile dal “paradiso” e dall’immortalità ricercati da Gilgamesh.
 
La seconda considerazione che mi sorge immediatamente nella mente è che, al contrario delle tradizioni egizie, ebraiche e greco-romane, non esistono presso i Celti miti di creazione: il mondo esiste, non viene creato da una divinità, femminile presso i popoli asiatici almeno in origine, femminile anche presso le popolazioni ebraiche, che però molto prima degli altri popoli la trasformarono in un dio maschile, androgina presso gli Egizi, in modo da includere i due poli naturali della vita.
 
Questa, vale a dire l’assoluta mancanza di miti di creazione, è la sostanziale differenza tra la concezione del divino tra i celti e gli altri popoli, sia asiatici che mediterranei, e sarebbe bene aggiungere a questi anche le popolazioni germaniche.
 
Comprendere la religione dei Celti comporta numerose difficoltà, la prima delle quali può essere accordare l’idea di un pantheon estremamente vario e popolato da circa quattrocento divinità con l’idea base di un unico principio divino. Per far questo bisogna rinunciare alle comuni categorie di giudizio tipiche della tradizione culturale dell’Occidente, che sono il frutto dell’incontro tra il pensiero classico e quello giudeo-cristiano. Per farlo dobbiamo imporci di pensare il divino in termini di incessante evoluzione, cosa questa che esclude la possibilità di porre in rapporto antitetico materia e spirito, così come, contemporaneamente, include l’essere umano in un processo evolutivo analogo a quello seguito dalla divinità.
 
Questo permette di spiegare il motivo per cui presso i Celti non esistessero miti di creazione, perché tutte le esistenze “in corso”, della terra, degli alberi, degli animali, degli uomini comuni, degli eroi e infine degli dei, fanno parte di un continuum, che è costantemente ricreato, poiché si origina da un universo in perpetua evoluzione.
 
A questo concetto si riallaccia l’idea della pluralità dei mondi, del visibile e dell’invisibile, che non devono essere intesi materialmente come luoghi e neppure come un al-di-qua e un al-di-là inconcilabili l’uno con l’altro.
 
Secondo l’insegnamento druidico, esistevano quattro mondi, o cerchi, che rappresentavano piani diversi della manifestazione del divino. Il primo di questi mondi era il “cerchio vuoto”, l’Oiw, regno dell’assoluto; il secondo era il regno della coscienza spirituale; il terzo era il mondo fisico e reale, dove esiste la morte; il quarto era il mondo della materia inanimata ed incosciente, punto di partenza del processo evolutivo, che poteva ricondurre all’Oiw.
 
I druidi, sacerdoti e saggi, insegnavano in primo luogo il rispetto per la natura, non tanto per una forma di ecologismo ante litteram, ma perché concepivano la natura come madre sacra di tutti i viventi. Questo pensiero di fondo faceva sì che, per i Celti, non avesse alcun senso la distinzione tra sacro e profano, materia e spirito, corpo e mente, e che la molteplicità sperimentata dai sensi potesse essere ricondotta facilmente ad un principio unitario.
 
Questo principio unico e increato era appunto l’Oiw, che era circondato da gerarchie celesti che si manifestavano attraverso le forze della natura.
 
Il Sole era il simbolo visibile dell’Oiw ed emanava tre raggi, tre forme di energia, da cui dipendeva l’ordine dinamico del cosmo: amore, forza, conoscenza. La materia era ciò che portava testimonianza di questo dinamismo, con le sue svariate forme ed i suoi diversi aspetti.
 
La ricerca di una via che consentisse all’uomo il passaggio dal mondo fisico, caratterizzato dalla legge della necessità, al mondo spirituale, libero e sciolto da ogni legge immanente, comprendeva il superamento di molte prove e possiamo considerarlo uno dei punti fondamentali della cultura celtica, ed è, tra l’altro, alla base della leggenda del Graal.
 
Derivata da questa concezione del mondo è l’idea che i Celti avevano della morte: secondo la loro interpretazione la morte fisica non era che la cessazione della cooperazione organica tra i quattro elementi, perciò il corpo astrale di un defunto entrava in un mondo invisibile, considerato un’espansione di quello fisico reale, dove conservava la memoria della sua vita terrena. Secondo la tradizione questa memoria spingeva i defunti a ritornare fra i vivi, che li accoglievano serenamente e senza paura o dolore, nel giorno di Samhain (1° novembre). Questa tradizione è stata recuperata dal calendario cristiano nella festa del Giorno dei Morti, il 2 novembre.
 
Con il passare del tempo la coscienza della vita terrena si affievoliva nei defunti, che giungevano ad una seconda morte, dopo di che potevano accedere alla terza, il mondo dell’oblio. A questo punto, secondo il livello di evoluzione spirituale raggiunto durante la vita fisica, passavano al piano della coscienza spirituale e all’immortalità, oppure ritornavano al mondo fisico. Questo ciclo secondo i Celti sarebbe continuato fino a che l’ultimo essere non avesse raggiunto la perfezione e fosse quindi riunito all’Oiw.
 
E’ facile capire il motivo per cui Cesare riferisce che i Celti credevano nella reincarnazione, anche se sembra piuttosto che solo alcuni saggi, particolarmente avanzati nella conoscenza della verità, avessero la possibilità di sperimentare diversi stati spirituali. Si spiegherebbe così anche l’insistenza di molti miti sulla capacità di trasformarsi magicamente in animali, cose o persone diverse: tutto farebbe parte dell’esperienza, collegata al perenne e dinamico divenire dell’Oiw.
 
Secondo la tradizione l’Oltretomba sarebbe un’isola situata all’estremo occidente, oltre l’oceano. Per le popolazioni del Galles, invece, le anime dei defunti dimoravano sull’isola di Avalon, luogo in cui crescevano i frutti che donavano l’eterna giovinezza, l’immortalità e la scienza. Dal momento che i Celti praticamente non ponevano barriere tra il visibile e l’invisibile, questo mondo era facilmente accessibile ai vivi, che credevano di conoscerne le entrate, solitamente poste su colline, vicino a torrenti o nei boschi, tanto che si consigliava ai bambini di non avvicinarsi a questi luoghi, così come anche agli ammalati ed ai deboli, per timore che non avessero energie sufficienti per tornare indietro e vi si smarrissero.
 
All’Oltretomba è collegato il Sidh, ma tra i due luoghi vi sono alcune differenze sostanziali. Sidh significa “pace”, ma anche “collina incantata”, cioé un luogo abitato da esseri invisibili e fatati, che possono normalmente e facilmente accedere ai due mondi, mentre questo passaggio è casuale e in un certo senso pericoloso per gli esseri umani normali. Il Sidh è un mondo felice e gioioso, dove non esistono sofferenze e bisogni e la vita trascorre tra piaceri di ogni tipo. Si trova in ogni luogo e in nessuno contemporaneamente e potrebbe anche essere inteso come il mondo al quale giunge il defunto dopo la terza morte, a patto che in terra sia riuscito a raggiungere il massimo livello di coscienza.
 
Al Sidh, luogo di delizie e di piaceri, è collegata tuttavia anche l’idea di esilio: qui infatti si rifugiarono i Tuatha de Danaan, quando, dopo aver respinto quattro invasioni nemiche, non riuscirono a fronteggiare l’ultima, condotta dai figli di Mil. Si ritirarono quindi nel Sidh, immortali ma sconfitti.
 
Quattrocento divinità sono state enumerate, ma la religione celtica ci appare profondamente unitaria: come non ricordare a questo proposito l’induismo, con il suo dio unico attorniato da circa tre milioni di dei?
 
Le notizie su questo pantheon celtico ci sono in massima parte fornite da Cesare, che dedica alcuni capitoli del suo De bello gallico alla religione delle Gallie, e dai monaci irlandesi, che, subito dopo la cristianizzazione della regione, misero per scritto le tradizioni fino ad allora tramandate oralmente, come era l’uso dei Celti. Anche se queste informazioni potrebbero in qualche misura essere state alterate ideologicamente, tuttavia ci permettono di ricostruire, almeno in parte, la religione celtica e di tracciare una specie di mitologia comparata.
 
Il dio più vecchio, Dispater secondo i Romani, fu spodestato da una generazione di dei più giovani, Lug, Karidwen e Dagda, aggressivi ed ambiziosi, proprio come nella mitologia greca accadde ad Urano.
 
Secondo Cesare, Lug corrisponderebbe a Mercurio ed avrebbe una certa supremazia sugli altri dei. A Lug erano dedicate due della maggiori festività del calendario celtico ed il suo nome è il più ricorrente nei toponimi (Lugdunum per esempio, diventata Lione). Oltre agli attributi dell’Hermes-Mercurio greco-romano, possiede molti degli attributi di Apollo e sempre a Lug sarebbero connessi Keraunos, il dio cornuto, Taransi o Taraunos, il dio delle tempeste, e Belenos, il luminoso.
 
A Lug era associata, come ad Apollo Artemide, Karidwen, che rappresenta l’archetipo della grande madre, persino superiore a Lug stresso, e che indica la sopravvivenza nella società celtica della concezione matriarcale del divino. Karidwen, nella persona di Artio, diviene la dea della natura intonsa e selvaggia, ed appare nella forma di un’orsa (artos significa orso, come è ricordato nel nome del mitico Artù).
 
Nella forma di Epona, la dea cavalla, conferisce la sovranità ed è estremamente interessante notare come il potere giunga all’uomo tramite una divinità femminile, così come in tutte le favole indoeuropee l’eroe deve sposare la figlia del re per raggiungere la regalità. Epona, inoltre, può prendere la forma di un fiume in piena, riallacciandosi all’idea della fertilità. Altre personificazioni di Karidwen erano Rhiannon, la regina della morte, Morrigain, la maga, Coventina, collegata ai pozzi sacri e regina della poesia e dell’arte profetica, ed infine Brigid o Brigt, la brillante, cristianizzata come Santa Brigida e ancora oggi molto onorata in Irlanda.
 
Karidwen, la dea madre, era anche associata in modo particolare con la luna e comprendeva le tre forme di questa: la Vergine (luna nuova), la Madre (luna piena) e la Maga (luna calante).
 
L’ultima divinità della triade principale è Dagda, dio degli inferi, simile ad Ade, ma con caratteristiche anche di Poseidon, inoltre è  rappresentato zoppo, quindi può far pensare anche ad Efesto. Non dà origine a molte altre divinità, ma Cesare afferma che era oggetto di grandissima venerazione.
 
Uno dei punti più interessanti della mitologia celtica è quello che potremmo chiamare la “dominante notturna”. La maggior parte dei riti, infatti, si svolgeva durante la notte e le ore dopo il tramonto del sole, o subito prima dell’alba, erano considerate le più propizie per leggere il futuro. Dal momento che il sole era considerato il simbolo visibile dell’Oiw e il centro di ogni perfezione, questo fatto sembrerebbe essere una contraddizione.
 
In realtà è perfettamente logico, se consideriamo il modo di vivere e concepire il sole che avevano i Celti: infatti ne coglievano anche le caratteristiche distruttive, come le siccità terribili, che dal XIII secolo a.C. in poi avevano devastato l’Europa e che probabilmente erano rimaste nella memoria collettiva della popolazione, dando vita al grande rispetto religioso per l’acqua (fiumi, laghi, stagni: tutti erano considerati sacri), considerata elemento principale di fertilità; per la terra, fecondata dal sole, ma madre effettiva di tutte le creature; per la luna, collegata al ciclo eterno di nascita, morte e resurrezione.
 
Per chiarirne ancora il ruolo, si consideri che per i Celti il sole, dopo il tramonto, compiva un viaggio agli inferi, nel mondo delle tenebre e riappariva all’alba del giorno successivo dopo “aver fatto morire” le stelle.
 
E’ importante ricordare ancora che Karidwen, che incarna l’archetipo materno, quindi è a tutti gli effetti una dea madre, presenta immagini di luce e immagini di tenebre insieme, secondo la dicotomia tipica di queste dee, datrici di vita ed allo stesso tempo di morte.
 
Anche Dana, madre dei Tuatha de Danaan, la popolazione divina rifugiatasi nel Sidh, è collegata con la luna e sembra essere in relazione con la Diana italica, che, prima di essere identificata con la greca Artemide, aveva la supremazia sul dio del sole stesso.
 
Questi sono solo alcuni esempi, tuttavia potrebbero essere sufficienti a spiegare il fenomeno delle “Madonne Nere”, che troviamo sparse su tutti gli antichi territori celtici, dall’Irlanda, alla Francia (Chartres, Vichy, Le Puy, Marsiglia) all’Italia del Nord (Oropa, Madonna della Neve, Loreto): si collegherebbero ai tre aspetti di Karidwen (vergine, madre, maga), l’aspetto femminile dell’Oiw, che era venerata dai Celti comer Dea Bianca (la luna nuova) e come Dea Nera (la luna calante), dea della morte e della profezia.
 
Le numerose divinità celtiche devono essere interpretate alla luce di una profonda identificazione con la natura, tanto che il contatto con il divino si effettuava nei boschi, sulle alture, presso i laghi o gli stagni, le sorgenti, le grotte, che permettevano di avvicinarsi al grembo della terra. Il bosco era il luogo sacro per eccellenza, anche se menhir, dolmen e cromlech venivano usati nei riti perché segnalavano la via più diretta verso dio, scoperta dagli antenati che per primi avevano abitato quei luoghi.
 
Il simbolo dell’albero della vita è presente praticamente in tutte le tradizioni mitologiche e rappresenta l’esistenza nella sua totalità, essendo il prodotto dell’unione tra la terra, dove affondano le sue radici, e il cielo, dove si espandono i suoi rami. L’albero, maschile nel suo tronco, ma femminile nella sua capacità di generare frutti, riunisce in sé i due sessi e come ogni immagine androgina è un simbolo di unità.
 
I Celti, con la loro particolare idea spirituale della natura, attribuirono all’albero un ruolo importantissimo nella loro visione del mondo e nelle loro pratiche religiose.
 
Tempio degli dei e luogo privilegiato per i culti era il bosco e nelle sue radure i druidi impartivano i loro insegnamenti.. Una delle piante che erano considerate particolarmente significative era la quercia, il cui nome in gaelico significa anche “porta”. Infatti la sapienza druidica permetteva di superare l’esperienza puramente fisica della realtà e di raggiungere la consapevolezza spirituale creando in questo modo un varco, una “porta” quasi, tra i due mondi e gli alberi, la quercia in particolare, agivano da catalizzatori delle energie psichiche. La quercia era anche associata a Brigid, che come Santa Brigida è ancora particolarmente onorata a Kildare, il cui nome significa in irlandese “chiesa delle querce” a Taransi, il dio del fulmine; a Dagda, che possedeva una mazza costruita con legno di quercia, per mezzo della quale apriva per i vivi la porta della morte e al contrario poteva riaprire la via verso la vita per i morti.
 
Un’altra pianta sacra ai druidi era il vischio, considerato un’emanazione celeste, perché come parassita della quercia non ha bisogno di radicarsi in terra. Il vischio era usato in relazione ai riti del cambiamento del ciclo annuale, in questo caso il solstizio d’inverno, dal momento che è una delle pochissime specie che germoglia nella stagione fredda, in cui la terra sembra morta.
 
La betulla era considerata un simbolo del femminile, per l’aspetto lunare della sua corteccia, oltre che simbolo della conoscenza e della creatività.
 
Il salice e l’ontano indicavano i poteri della luna e dell’acqua, ed erano considerati fonte di ispirazione poetica, mentre il nocciolo, flessibile, resistente e produttore di frutti molto nutrienti, rappresentava la saggezza. Il tiglio, invece, era simbolo dell’amore coniugale e dell’amicizia.
 
Quercia, vischio, betulla, salice e ontano rappresentavano per i Celti l’archetipo femminile, mentre quello maschile era rappresentato da alberi che avevano frutti rossi, il colore del sangue e del fuoco.
 
Uno era il sorbo, i cui frutti, con le mele e le noci, erano considerati divini. Sempre al sorbo era collegato il potere della divinazione e la capacità di proteggere dagli incantesimi negativi e dai fulmini. Assimilati al mondo degli uomini e dei guerrieri erano l’agrifoglio e il frassino, usato per costruire armi.
 
L’abete era considerato l’albero della nascita per eccellenza, simbolo che si è  conservato nella tradizione natalizia attuale. Anche il melo selvatico era considerato particolarmente sacro e lo si trova menzionato molto sovente nei miti e nelle leggende.
 
Pur senza dar vita ad una dicotomia drastica, esistevano anche alberi che possedevano un potere negativo e tali erano il tasso ed il sambuco. Il tasso era associato alle tenebre ed alla morte, perché con le sue foglie i guerrieri facevano una poltiglia velenosa e vi intingevano le frecce: nel medioevo il tasso si trova costantemente associato alla stregoneria.
 
Il sambuco, invece, incuteva paura non tanto perché si diceva crescesse presso le vie di ingresso del Sidh, ma perché a causa delle sue bacche nere ricordava l’aspetto oscuro della dea della luna ed il suo potere mortale.
 
Anche le manifestazioni più umili del mondo vegetale erano circondate da significati sacrali, come ad esempio il giunco, perché collegato alla fertilità dell’acqua, la ginestra, che arricchisce i terreni poveri, l’erica, il cui polline produce un ottimo miele, e infine il trifoglio, oggi simbolo dell’Irlanda, e anticamente caro in modo particolare ai druidi, come manifestazione compiuta della triade divina.
I druidi controllavano la vita pubblica e privata del popolo ed insieme con i cavalieri erano considerati al vertice della società.
 
Le loro prerogative erano vastissime: presiedevano non solo ai culti, ma anche esercitavano la loro autorità nella sfera morale e in quella culturale. Erano sacerdoti, indovini, interpreti dei segni divini, giudici, maestri e uomini di scienza e sarebbe senz’altro troppo riduttivo definirli semplicemente sacerdoti, o, come alcuni vorrebber0, primitivi sciamani.
 
Il druidismo costituì una caratteristica del tutto originale del mondo celtico e fu un elemento unificante in mezzo al particolarismo tribale delle numerose popolazioni che si estendevano dall’Europa del Nord alla Galizia. Cesare ci riferisce che la gente accorreva in gran numero presso le scuole druidiche (l’insegnamento avveniva all’aperto, sovente nei boschi) e che alcuni restavano alla scuola anche dopo i vent’anni.
 
La trasmissione del sapere era prevalentemente orale e basata sull’esercizio della memoria. Lo scopo principale dell’insegnamento era la conoscenza della natura, delle sue energie telluriche e cosmiche, delle sue leggi e dei suoi ritmi. Questo tipo di insegnamento creava un rapporto molto intenso, rispettoso e armonioso con la natura e l’ambiente, che può trovare paragone solo con la cultura delle Prime Nazioni del Nord America.
 
Ho iniziato parlando di miti celtici, ma non ne ho parlato per nulla, né li ho riassunti o commentati: questo perché ho preferito mettere un poco di ordine nelle poche informazioni dirette che si hanno del mondo spirituale celtico, in modo da evidenziare quale fosse la concezione della vita e dell’esistenza in generale che avevano questi nostri antenati, troppo spesso messi da parte e quasi dimenticati in favore della gloria di Roma e delle culture successive.
 
Ho cercato di scoprire il significato dei miti, di interpretarli, di estrarne l’anima più riposta, in modo da ricavare un quadro, forzatamente incompleto, del sistema ideologico celtico.
 
BIBLIOGRAFIA
 
Agrati, G.  M.L. Magini. I racconti gallesi del Mabinogion. Milano: Xenia, 1982.
De Galibier, J. I Celti. Aosta: Keltia, 1009.
—. I Druidi. Aosta: Keltia, 1998.
Frazer, J. Il ramo d’oro. Torino: Boringhieri, 1996.
Gregory, Lady. Cuchulain of Muirthemne. New York: University Press, 1970.
—. Gods and fighting men. New York: University Press, 1970.
Hetman, f. Fiabe celtiche. Milano: Mondadori, 1996.
Kruta, V. E V.M. Manfredi. I Celti in Italia.Milano: Mondadori, 2001.
Layard, J. I Celti alle radici di un inconscio europeo. Milano: Xenia, 1995.
Maclean, M. The Literature of the Celts. Reading: Cox & Wyman, 1998.
Markale, j. Il druidismo. Milano: Mondadori, 1995.
Rolleston, T.W. I miti celtici. Milano: Tea, 1998.
Vasconi, M. Miti dei Celti. Colognola ai Colli (VR): Demetra, 1999.
 

martedì 22 marzo 2016

La Lezione dell'Impermanenza

Tutte le esistenze, gli oggetti, in una parola i fenomeni, sono manifestazioni momentanee, lampeggiamenti effimeri che durano soltanto per un momento singolo, dato che scompaiono non appena sono comparsi, per essere seguiti da un’altra esistenza nel momento seguente.
 
Impressionato dalla transitorietà e dall’incessante mutazione e trasformazione dei fenomeni, Shakyamuni Buddha li considera forze, movimenti, sequenze e processi, adottando così una concezione dinamica della realtà. Il mutamento, il divenire, è la consistenza stessa della realtà.
 
Qualunque fenomeno abbia una causa deve perire, perché contiene in se stessa l’implicita necessità della dissoluzione.
 
Nel mondo non c’è né permanenza né identità. Non vi è nulla di stabile, di duraturo e di permanente.
 
Tutto cambia d’istante in istante, come il corso d’una cascata che - benché ci appaia sempre uguale - è tuttavia in continuo cambiamento, poiché l’acqua vi si rinnova incessantemente e non una goccia resta al suo posto.
 
Impermanenza significa che tutti i fenomeni (cose, esseri, sensazioni, emozioni, pensieri, situazioni) sono soggetti al nascere e morire.
 
Tuttavia, senza l’impermanenza, la vita non sarebbe possibile: un seme di grano non potrebbe crescere, un bambino non potrebbe invecchiare, ammalarsi e morire.
 
Anche la nostra personalità, il nostro io, la nostra individualità non è un fatto reale ed ultimo, bensì solo un nome, che copre una moltitudine (un flusso) di elementi psicofisici interconnessi e in relazione tra loro. L’individuo è solo una combinazione di forze e energie psico-fisiche in continuo mutamento.
 
Cosa ci insegna l’impermanenza?
 
L’impermanenza ci insegna soprattutto a guardare le cose e le situazioni così come sono, senza sviluppare sentimenti di attaccamento o di avversione. Noi soffriamo non perché l’impermanenza sia di per sé sofferenza, ma perché non riusciamo ad accettare che le cose cambino.
 
Secondo l’opinione corrente, la permanenza dà sicurezza, l’impermanenza no.
 
In realtà, invece, l’unica cosa durevole è paradossalmente proprio l’impermanenza. E la nostra lotta per trattenere le cose così come oggi sono non solo è impossibile, ma ci provoca proprio quella sofferenza che vogliamo evitare. L’errore sta nel fatto che - per essere felici - ci afferriamo a ciò che è per natura inafferrabile.
 
L’insegnamento del Buddha sull’impermanenza e sul non io è una chiave per considerare le cose per quelle che sono: la povertà non è meno transitoria della ricchezza, la stupidità non lo è meno della saggezza. Una tale visione ci libera dall’attaccamento alle cose del mondo e ci infonde il coraggio di affrontare - senza avversione - gli inevitabili cambiamenti che intervengono nella vita : dalla perdita della giovinezza (e della vita stessa) ai mutamenti legati agli affetti, al lavoro, alla salute.
 
Comprendere l’impermanenza porta ad accettare il presente, il “qui ed ora” senza dar spazio e proiezioni al  futuro e senza “ricamare” sui ricordi del passato. E siccome è sempre il momento presente, accettare il presente significa accettare la vita.
 

lunedì 21 marzo 2016

Guido von List e la tradizione magico-religiosa degli Ariogermani

Guido von List (1848-1919) è stato uno studioso, poeta, giornalista, scrittore e alpinista tedesco. Il suo lavoro di ricerca sulle origini delle religioni pagane dell’antica Europa, e in particolar modo le sue intuizioni volte a decifrare i significati più esoterici dell’intero complesso mitico degli antichi popoli germanici, costituisce tuttora un’occasione imprescindibile per chiunque volesse approfondire l’argomento, al punto che  Marcello De Martino lo definisce “l’antesignano della teoria duméziliana” della tripartizione indoeuropea, nonché “l’esatto omologo di George Dumézil in ambito occultistico”.

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Guido von List

Tuttavia, i mirabili risultati di una vita intera vennero ben presto dimenticati per non dire osteggiati e banditi dell’intero ambito accademico, in quanto si ritiene che le opere di List ebbero l’infausta colpa di avere influenzato notevolmente, in seguito alla sua morte, l’aspetto trascendentale dell’ideologia nazionalsocialista.

Quel che è certo è che il suo metodo di ricerca differiva sensibilmente da quello che, secondo il paradigma scientifico moderno, si ritiene accettabile e degno di riconoscimenti nella nostra epoca. List trasse infatti ispirazione dagli insegnamenti teosofici di Helena Petrovna Blavatsky e coniugò i fondamenti dell’occultismo gnostico con nozioni apprese dagli scritti della società segreta dei Rosacroce, riuscendo in tal modo a delineare una visione storico-religiosa molto differente da quella imposta dalla società moderna. 

Dopo decenni di studi, List giunse alla conclusione che l’intera Terra era stata un tempo governata da una casta di re-sacerdoti (i rishi indiani, i druidi celtici), detentori della conoscenza sacra che egli chiama Armanenschaft, per mezzo della quale essi civilizzarono i popoli, conferendo loro un culto religioso e un paradigma spirituale di vita che avrebbe reso possibile il mantenimento della pace sociale.

Guido von List: studioso, esploratore, chiaroveggente

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List e i suoi collaboratori durante un sopralluogo presso un sito megalitico in Germania.

Il suo ambito di ricerca comprende la letteratura epica germanica, la quale venne studiata da List nella sua essenza metafisica, l’Edda, l’Havamal e la Voluspain, nonché lo studio esoterico dell’alfabeto runico. List costituì inoltre una cerchia di dieci persone che chiamò Hoher Armanen-Orden (“Alto Ordine Armanico”) e organizzò spedizioni in tutta la Germania alla ricerca delle impronte degli antichi culti: una volta sul luogo, il gruppo organizzava sessioni di meditazione, in quanto List riteneva che la manifestazione della vera sapienza nascosta fosse fruibile dal gruppo attraverso le pratiche meditative e la fusione con l’elemento naturale. A tal proposito, si rifaceva ai suoi studi sulle antiche pratiche yogiche e tantriche dell’India antica. Molti testimoniano l’effettiva capacità di List di cadere in trance e di ricevere visioni dell’antica eredità perduta.

L’influenza dell’orientalista Schlegel

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Edizione inglese de “La religione degli Ariogermani” di Guido Von List.

Con riferimento alle dottrine dell’India antica, List si rifece agli studi di Karl Wilhelm Friedrich Schlegel e segnatamente al suo saggio “Sulla lingua e saggezza degli Indiani” (1808), nel quale l’autore si dedicò allo studio del sanscrito, giungendo alla conclusione che tutte le grandi civiltà conosciute e studiate al tempo derivavano da un’unica stirpe originaria, quella indo-ariana, originariamente ubicata all’estremo Nord del globo (una leggenda che si trova in pressoché tutte le mitologia antiche, comprese quelle di civiltà che al tempo di Schlegel non costituivano ancora materia di studio accademico, quali per es. le civiltà precolombiane del Mesoamerica), poi migrate verso Sud durante l’ultima grande glaciazione (circa 11.000 anni fa) per poi dividersi e stanziarsi con il passare dei millenni in vari territori, quali la mezzaluna fertile, la valle dell’Indo, la valle del Nilo e, più recentemente, la penisola ellenica e quella italica, oltre che nella valle del Reno. Queste conclusioni apparivano evidenti a Schlegel in virtù dalle innumerevoli affinità che egli trovò tra il sanscrito e le lingue germaniche, ma anche con il latino. Inoltre, egli derivò l’idea dell’insediamento primordiale posto a Settentrione anche dalle leggende indiane relative alla tradizione del Monte Meru, la montagna sacra del remoto Nord, l’axis mundi che si ritrova, puntualmente nella sua sede polare, in innumerevoli tradizioni antiche—anche di civiltà etnologicamente ben distanti dall’ambito indo-europeo.

Il Wihinei e la “cristianizzazione degli Ariogermani”

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Una rappresentazione di Wotan appeso all’Iggdrasil, l’Albero Cosmico dei Germani. Autosacrificandosi, Wotan acquisì per primo la conoscenza sacra delle rune e divenne per questo il primo maestro del genere umano. Il parallelismo con il Cristo crocifisso è lampante.

Concentrando la sua ricerca sul cristianesimo, che l’Europa aveva ormai da tempo accettato come religione ufficiale, e confrontando i misteri esoterici e le festività del calendario cristiano con quelli dell’antico paganesimo, List giunse alla conclusione che la cosiddetta “cristianizzazione degli Ario-Germani” fu solo esteriore, mentre il culto seguito dagli antenati costituisce ancora oggi il contenuto più profondo del Cristianesimo. 

Egli dimostrò le sue teorie con la massima serietà, dimostrando in maniera incontrovertibile la perfetta corrispondenza, etimologica e contenutistica, di ogni ricorrenza sacra cristiana, non solo per quanto riguarda le festività maggiori (Yule: Natale; Ostara: Pasqua, etc.) ma persino in riferimento alle feste dei santi, e quindi per ogni singolo giorno del ciclo dell’anno sacro (L’occultamento del wuotanismo nel cristianesimo). 

Secondo List, le innumerevoli corrispondenze trovate da Schlegel tra il sanscrito e le lingue delle antiche genti europee non può che condurre in una ben determinata direzione: tutte le popolazioni indo-europee derivano da una stirpe originaria, la quale, prima della dispersione conseguente all’ultima glaciazione, parlava la stessa lingua (da lui denominata Ursprache). 

List, dunque, accettò i presupposti derivanti dagli studi di Schlegel, ma si spinse oltre: indagò le corrispondenze esoteriche tra l’antico sistema religioso vedico e il paganesimo dell’Europa arcaica, giungendo così—seguendo un metodo che potremmo definire sincretismo religioso ante-litteram—alla ricostruzione del complesso magico-religioso degli antichi Germani: il Wihinei. L’ovvia conseguenza del distacco dalla lingua originaria e dell’adozione delle varie lingue volgari da essa derivanti, causò secondo List la scissione della conoscenza tradizionale in due dottrine separate: quella esoterica insegnata agli iniziati (che l’autore denomina “armanismo”) e quella exoterica di facile comprensione, fondata sul mito e sull’antropomorfizzazione degli dèi, per il popolo (“wotanismo”).

La cosmogonia degli Ariogermani ricostruita

Il mistero primordiale è così descritto nel canto del mito antico dell’Edda, il Volupsà, citato da List (La religione degli Ariogermani, p.36), che così recita:

All’origine non vi era sabbia, né mare né vento
non la terra in basso, né il cielo in alto,
vuoto abissale, in nessun luogo cresceva erba.

Esattamente ciò che gli antichi Greci avevano denominato Kaos e che la moderna scienza, come nota List, chiama la “nebbia primordiale”: la sostanza primordiale da cui scaturirono tutti gli elementi. L’autore poi continua:

Su quel vuoto senza fondo dell’abisso primordiale, rinchiuso su se stesso, aleggiava quella incommisurata forza latente, quella causa originaria incausata, quella causa originaria impersonale, che può essere identificata come “il dio nascosto”, quale spirito impersonale, immateriale, che è allo stesso momento tempo e spazio. Attraverso il proprio respiro esso si condensa in materia.

Più avanti nell’opera (pag.57) List chiama questo dio non manifesto SURTUR (“stabile nel primordiale” o “stabile nell’eterno”) “lo Scuro”, la sostanza primordiale e al tempo stesso il “Grande Spirito” che aleggia sulle tenebre dell’abisso primordiale, lo “spirito della salvezza”, duplice mistero che si sviluppa in seguito come “duplice unità”, dividendosi in una polarità maschile (ALLSATUR, Padre Universale, il primo Logos, vale a dire il dio manifestatosi come “Spirito del Mondo”, creatore di ogni cosa, demiurgo) e in una femminile (HYLE, materia/elemento primordiale, matrice cosmica di ogni essere, Grande Dea Madre). 

Gli insegnamenti esoterici dell’armanismo ricostruito da List contemplavano quindi “una tripartizione, o meglio un triplice stato del concetto di Dio, per cui il dio originario era rappresentato come androgino, ossia bisessuato” (La religione degli Ariogermani, p.36). In una prima fase della creazione, prosegue List, questo dio occulto si manifesta proprio con il movimento, partendo da se stesso, rivelandosi come primo Logos, emanando in seguito da sé i primi quattro elementi, e cioè fuoco (Muspilheim), acqua (Audhumbla), aria (Riflheim) e terra (Imir). Questo atto di creazione primordiale è possibile perché, distaccandosi la luce (il primo Logos) dalle tenebre dell’abisso, contemporaneamente si distaccò dall’unità primeva anche ciò su cui la luce proietta il suo raggio, manifestandosi come Hyle, materia cosmica destinata a ricevere l’influsso creatore di Allsatur e a tradurlo nella molteplicità delle forme dell’essere.

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Ymir attaccato da Wotan, Wile, We in un’illustrazione di Lorenz Frølich.

L’uccisione di Imir e la creazione del mondo

L’elemento Imir diede vita al progenitore dei giganti, mentre l’elemento Audhumbla generò dalle pietre di sale un essere androgino, Buri, che a sua volta generò Bör. Quest’ultimo, congiungendosi alla progenie di Imir, generò tre figli (Wotan, Wile, We) che uccisero il gigante Imir (o Ymir), “ne portarono via il corpo nello spazio vuoto fra Muspilheim e Riflheim” (fuoco e aria) e da questo crearono ciò che chiamiamo il nostro mondo. 

Si tratta di un mito che trova i suoi parallelismi ovunque nelle tradizioni antiche: Imir è la Tiamat sumero-accadica, il Tifone greco sconfitto da Zeus e dai suoi fratelli olimpi, ed è anche la dea azteca Coyolxauhqui (Chalciuhtlicue, Acuecucyoticihuati). Confrontando il mito germanico con quello mexica non si può fare a meno di notare le somiglianze. Nel primo, riporta List (pag.38):

Con l’uccisione di Imir sgorgò tanto sangue che dalle sue ferite l’intera razza dei Hrimthursi si ammalò, sino a che uno di nome Bergermil (“antico monte”), il cui padre si chiamava Thrudgelmir (“molto antico”) e il nonno Dergelmir (“originario”) salvò sé e la sua famiglia in una “culla”, che utilizzò per navigare come una barca. Nel mondo terreno ormai restaurato impiantò la stirpe dei giganti, che fissò la sua dimora nelle terre al di là del mare, che successivamente divenne il quinto luogo nel quale si stanziò la stirpe umana: Mitgard, la terra artica, la terra posta al polo nord, luogo d’origine degli Ari.

Secondo le narrazioni azteche, Chalciuhtlicue/Acuecucyoticihuati era la dea che dominava i cieli nell’età del quarto sole, vale a dire quella precedente alla nostra. La dea amava molto gli uomini, ma Tezcatlipoca—in tipiche vesti da trickster che ricordano le imprese del Loki norreno—la accusò di mascherare il suo egoismo di ricevere preghiere dagli uomini dietro il pretesto di un amore disinteressato. 

Chalciuhtlicue fu tanto colpita da questa accusa che pianse sangue per i successivi 52 giorni, causando un terribile diluvio che annegò tutti gli abitanti della Terra. Si salvano solamente un uomo e una donna, riparandosi dentro un tronco di cipresso. 

Chalciuhtlicue viene poi sconfitta da Huitzilopochtli, che diventa il governatore del quinto sole. Un altro mito riguardante la nascita di Huizilopochtli racconta di come egli fronteggiò la sorella Coyolxauhqui (“quella dai sonagli sul volto”), la uccise e la fece a pezzi, creando il nuovo sole, la nuova luna, la nuova terra e, forse, anche l’odierno pianeta Marte.

I nani e i quattro venti

Il pianeta su cui viviamo, dunque, ha subito negli eoni diverse metamorfosi e con esso l’intero cosmo. Questa verità esoterica traspare da tutte le dottrine tradizionali delle più antiche popolazioni. Unendo la comprensione dei testi epici germanici allo studio della cosmogonia e dell’antropogenesi esposta da madame Blavatsky ne La dottrina segreta, List arrivò alla conclusione che (La religione degli Ariogermani, p.38):

Prima che gli uomini venissero sulla terra, questa città (Mitgard) approntata per gli uomini fu abitata dai nani, che originariamente si erano sviluppati come vermi e bachi nel corpo morto di Imir, e che successivamente ricevettero dagli dèi l’aspetto e lo spirito umano, ma non l’anima umana, e abitarono all’interno della terra in antri oscuri e fenditure.

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Due nani raffigurati nell’edizione dell’Edda poetica del 1895 da Lorenz Frølich.

In seguito, gli dèi posero quattro nani come guide dei venti principali (Austro: est, Vestri: ovest, Sudri: sud, Nordri: nord). Vennero in seguito creati gli astri e i pianeti—vale a dire, gli Asi infusero i propri spiriti divini nei sette pianeti. Con questo atto, dice List, “si concludeva il tempo primordiale”. 

Leggendo di questa misteriosa razza di “nani” originari dal corpo morto di Imir e abitatori antidiluviani della terra, che ora vivono all’interno di essa “in antri oscuri e fenditure”, il nostro pensiero viene automaticamente condotto a tutto quell’ambito di leggende riguardante il “Piccolo Popolo”, esistenti in tutta l’Europa arcaica (Scandinavia, Islanda, Isole Britanniche, Germania) ma anche altrove (per esempio, nelle tradizioni dei nativi americani).

Gli Asi creano il mondo, Wotan Hänir e Lodur creano l’uomo

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Wotan, Wile e We creano il mondo (illustrazione di Lorenz Frølich).

Quelli che invece List chiama “dèi” non sono quelli della triade primordiale, bensì i sette Asi che derivano dalla scissione dei primi. Secondo l’autore, gli Asi (il significato letterale del termine è “colonne del mondo”) creano la terra, i mari, il cielo, ossia l’intero mondo visibile, dal corpo dell’ucciso Imir, “l’elemento primordiale”, ma non l’uomo, del quale essi sono in grado di creare solo la “figura” (lo “schema” su cui poi verrà innestato il pneuma). 

Alla creazione della prima coppia umana (Ask ed Embla, gli “Adamo ed Eva” germanici) contribuiscono Wotan (“luce, spirito, intelletto”; il respiro) che conferisce il pneuma spirituale, Hänir (alt. Wile; “luce, anima, temperamento”; la volontà) crea l’anima inferiore e l’intelletto e Lodur (alt. We; “fuoco, passione, desiderio”; il fuoco originario) il corpo materiale. Il soffio divino che Wotan immette nell’essere umano è il terzo Logos, la scintilla divina presente nella nostra interiorità.

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La creazione dell’uomo. Si noti il simbolo della triade sacra e l’aquila, simboleggiante lo spirito di Wotan.

Ci sarebbero molti appunti da fare: innanzitutto bisogna notare che la tripartizione dell’essere umano è tipica della tradizione indo-europea. È infatti impossibile non notare la corrispondenza tra Wotan/Hänir/Lodur e la triade dei Guṇa nella tradizione hindu, ossia i tre componenti ultimi della prakṛti/materia: sattva (virtuosità, purezza, luminosità, saggezza), rajas (instabilità, attività, desiderio) e tamas (torpore, ignoranza, indolenza). 

Citiamo anche la Triade latina più arcaica, studiata da Dumézil (La religione romana arcaica), e formata da Giove (principio spirituale; casta dei sacerdoti), Marte (principio animico; casta dei guerrieri) e Quirino (principio materiale; casta dei produttori).

Inoltre, altre tradizioni germaniche chiamano con denominazioni differenti i tre dèi che contribuiscono alla creazione dell’essere umano: se infatti Wotan/Odin è sempre presente, Wile/Hänir è a volte sostituito da Donar/Thor e We/Lodur da Loki, Freyr o Fricco. Ad ogni modo, la denominazione di Wotan si ritrova sempre in tutte le narrazioni mitiche degli antichi Germani poiché secondo List, “egli è il più potente della triade”, è “l’Uno, l’Unico, il solo Essere” (pag.38), aggiungendo poco dopo che:

Quest’Unico è però la seconda manifestazione, che si realizza attraverso la materializzazione dello spirito divino. È il secondo Logos e come tale è il Padre Universale, che ponendosi al di sopra di Wotan è inafferrabile e irrappresentabile, mentre appare in Wotan umanizzato e rappresentabile. Il Padre Universale, chiamato anche Surtur lo Scuro (…) è il creatore di tutto, e Wotan è il suo corrispettivo umanizzato, per cui è “tutt’uno col suo padre in cielo”.

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La seconda triade. Da sinistra a destra, Donar/Thor, Wotan/Odin e Freyr/Fricco. Sotto, Loki che innesta il “fuoco originario” (ovvero le pulsioni provenienti dalla materia) nell’essere umano. Wotan è assiso sul trono in quanto è il secondo Logos: Donar e Freyr non sono altro che altre sue manifestazioni (Loki è manifestazione della sua assenza o, meglio, della sua presenza non percepita)

Per questo Wotan è “Uno e Trino”, e nella sua triplice manifestazione è in tutto identico a suo Padre, Surtur “Stabile nell’eterno”, che dà origine a Allsatur, il primo Logos.

L’autosacrificio di Wotan, appeso all’Albero Cosmico

Le analogie con il cristianesimo non si fermano qui. Il mito narra che Wotan conosce i segreti delle rune, le lettere che sono l’origine stessa di ogni conoscenza e di ogni potere. Per ottennere questa sapienza immolò sé stesso (Wotan secondo Logos) in sacrificio a sé stesso (Wotan primo Logos) diventando così il primo Erilaz, ovvero il primo “maestro runico. Per apprendere l’arte della divinazione e della profezia, Wotan rimase appeso all’albero cosmico Yggdrasill per nove giorni e nove notti. Così nell’Hávamál, 139:

Lo so io, fui appeso
al tronco sferzato dal vento
per nove intere notti,
ferito di lancia
e consegnato a Wotan,
io stesso a me stesso,
su quell’albero
che nessuno sa
dove dalle radici s’innalzi.

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I sette Asi.

La sapienza di Wotan è conoscenza, magia e poesia al tempo stesso. Egli non solo conosce i misteri dei Nove Mondi e l’ordine delle loro stirpi, ma anche il destino degli uomini e il fato stesso dell’universo. Forse è per questo che Egli, unico tra gli Asi, riuscì a dare una coscienza spirituale all’essere umano: perché, accedendo alla comunione suprema con il Grande Mistero, e apprendendo i segreti dell’alfabeto del cosmo, Egli riuscì a sintetizzare tutti e sette gli spiriti degli Asi in un’unica entità spirituale, quella che gli antichi Greci chiamavano pneuma. 

Con questo atto magico Wotan, secondo Logos, originò da se stesso il terzo Logos, quello che ha il potere di dare la Vita spirituale all’essere umano, così come il secondo Logos si auto-generò dal Primo.  Bisogna ora aggiungere che, secondo List, i sette dèi Asi diedero vita ai sette pianeti: Wotan stesso diede la vita a Mercurio—ma anche Loki ha caratteristiche mercuriali, presentandosi ora come trickster ora come eroe culturale—, Urfir (o Baldr) al Sole, Mani/Mannus alla Luna, Tyr/Zio a Marte, Thor/Donar a Giove, Freya/Fena a Venere e il Surtur primordiale a Saturno—List ipotizza che il latino Saturnus sia una deformazione di Surtur, “stabile nell’Ur”, ovvero nel primordiale. A nostro parere si può ipotizzare che Saturno sia anche Freyr, in quanto, esattamente come il Saturnus italico, governa sulla fecondità e sul raccolto dei campi.

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Wotan/Odin

Di questi sette Asi supremi, solo Wotan può riassumerli tutti, in quanto Egli è “tutt’uno con il suo Padre in cielo”. Si vede chiaramente come il mito pagano dell’autosacrificio di Wotan sia stato in seguito adottato dal cristianesimo con riferimento alla figura del Cristo, anch’esso un dio (“Figlio primogenito del Dio Padre”) che sacrifica la sua vita agli uomini: è indubbio che nello Havamal Wotan si rende protagonista di un vero e proprio processo di morte e risurrezione. Anche il fatto che Wotan si auto-trafigga con una lancia sembra aver ispirato ai cristiani il motivo del ferimento al costato di Gesù per mezzo della lancia di Longino. Sono anche evidenti parallelismi con il mito di Osiride e con quello azteco di Quetzalcoatl, il quale, dopo essere disceso al mondo infero, rubò le “ossa” (le rune del mito germanico) e le immerse nel proprio sangue per far risorgere il genere umano. Invero, non può stupirci constatare che, quando le popolazioni del Nord Europa furono cristianizzate, la figura di Odino venne regolarmente avvicinata a quella di Gesù: raffigurazioni dell’antico dio si trovano ancora oggi in chiese cristiane come la parrocchiale di Akureyri, in Islanda.

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Schema riassuntivo.

Bibliografia consigliata:

Guido von List, La religione degli Ariogermani e Urgrund (Settimo Sigillo, 2008).
Guido von List, Il segreto delle rune (Barbarossa, 1996).
Guido von List, L’occultamento del wuotanismo nel cristianesimo (Arktos, 2005).
Helena Petrovna Blavatsky, La dottrina segreta (Ed. Teosofiche Italiane, 2008).
George Dumézil, La religione romana arcaica (BUR, 2001).
Jean Markale, Il druidismo—Religione e divinità dei Celti (Mediterranee, 1991).
T.G.E. Powell, I Celti (Il Saggiatore, 1959).

domenica 20 marzo 2016

Signora del mare, Signora del mondo, Signora del pane, Signora dell’amore

Fino a circa 30.000 anni fa Dio non esisteva. Erano ormai quasi due milioni di anni che l’essere umano calpestava il suolo del pianeta Terra, vivendo e morendo da solo. La prima idea della possibilità di “un qualcosa dopo la morte” appare solamente 90.000 anni fa, e ce ne vollero altri 60.000 perché il concetto di “Dio” apparisse nella cultura umana, ma attenzione: quel Dio era femmina!

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Dea Madre- Turchia, Museo di Ankara

Come mai l’essere supremo ci ha lasciati per quasi due milioni di anni, cioè dall’evoluzione dell’ Australopitecus, del tutto soli? Senza il conforto di poterci rivolgere a Lui, senza i riti e le direttive morali che più tardi le varie religioni hanno affermato essere indispensabili per la salvezza eterna? E poi ancora, a quale dio rivolgerci? Forse al buon vecchio di barba bianca della tradizione classica cattolica? O forse al non rappresentabile di ebraica ed islamica tradizione? O magari ai rissosi ed umanissimi dei della classicità greco-romana? 

Una cosa è certa, questo supposto essere superiore è rimasto muto ed assente per più del 90% della nostra presenza sulla Terra. Quando, poi, il concetto di “Dio” cominciò ad apparire tra gli umani, esso era ben diverso dall’attuale: il primo dio era femmina; questo è abbastanza naturale da comprendere perché se Dio è il creatore di tutto, chi meglio di una donna può rappresentare la creazione della vita ed assurgere a simbolo creativo per eccellenza? Chi meglio di lei può prendersi cura delle sue creature, cosi come una madre allatta e si prende cura della sua prole? 

Fu solo successivamente, con l’avvento dell’agricoltura e l’abbandono della vita nomade che il concetto di Dio iniziò a cambiare. Ci fu quasi un colpo di stato da parte del dio maschile contro la sua antagonista femminile, cosa che relegò le donne, da allora sino ad oggi, in posizione soggiogata e socialmente inferiore rispetto agli uomini. All’inizio del Tempo non c’erano Eroi, ma solo Lei.

Gozo- Museo archeologico

Eva/Serpente, la Dea Madre generatrice del mondo e del cielo, del giorno e della notte. Madre del Creato, concedeva la vita e portava la morte, e nessuno si sorprendeva se, ogni tanto, divorava i suoi figli e beveva il loro sangue. Era fatta così, Eva. 

Nessuno si sognava di dire che fosse cattiva – anche se, ne sono certa, qualcuno l’avrà maledetta e bestemmiata nel suo idioma preistorico di fronte all’ennesima sciagura che la Natura gli infliggeva. Eva governava il ciclo della vita e della morte senza né saggezza né crudeltà, secondo un ordine cosmico che dalla Terra ci faceva nascere e alla terra ci faceva tornare, in un ciclo senza fine. L’uomo era parte dello spirito della Terra. 

Proprio perché Madre Terra – per questo chiamata Gea dai Greci – la Dea Madre è stata simboleggiata con il Serpente, l’animale che sulla Terra è adagiato, quasi compenetrato in essa. Eva era multiforme: donna e serpente, dunque, materna e assassina, solare e lunare allo stesso tempo. Le popolazioni di tutto il globo che la veneravano, con una sorprendente similitudine da un estremo all’altro del pianeta – andate a vedere ancora oggi la simbologia della Dea Madre e del serpente tra i nativi dell’isola di Pasqua – erano fondamentalmente pacifiche, tolleranti, basate su sistemi matriarcali. La religione maschilista c’impone di conquistare le cose con il sudore, il dolore, il sangue.

La forma dei templi preistorici di Malta era espressamente intesa a rappresentare il corpo della Dea Madre.


LA DEA MADRE NON È MAI STATA SCONFITTA

La Dea Madre tuttavia non è mai stata sconfitta modo permanente.

Nonostante le ferree leggi imposte dal Dio Padre ai suoi seguaci, immutabili da millenni. Eppure, anche nelle nostre culture patriarcali, la Dea Madre non è stata sconfitta del tutto. Il Vecchio Testamento ce la presenta proprio nella sua forma originaria, Eva/Serpente. Più tardi, Iside ha trasportato in sé miti e forme dell’antica Madre, inclusa la sua bivalenza solare/lunare anche se modificata dalla solo apparente dicotomia Iside (luna)/ Osiride (sole). E Iside a sua volta ha influenzato la mitologia della Madonna, sublime Madre, punto di contatto tra il divino e l’umano (è donna, ma il frutto del ventre suo è  l’umanità tutta.

Le prime vestigia della divinità femminile per eccellenza, la Dea Madre, appaiono già 25.000 anni fa, in ogni angolo del globo. Con il passare dei secoli, ogni civiltà le attribuì nomi diversi, glorificandola come unica fonte di vita dell’intero Universo. Era la triplice Morrigan per i Celti, Isis per gli egiziani, Maka per gli antichi popoli Maya e Atzechi, Kali per gli Indiani, Lilith per gli Ebrei, Ishtar per i Sumeri e i popoli accadici; e la lista potrebbe continuare all’infinito. 

Con l’avvento del Cristianesimo, i padri della chiesa si sono adoperati (senza peraltro riuscirci appieno)  per cancellare traccia della presenza della Dea Madre, quando una società matriarcale risultava scomoda e faceva paura. La storia ci dice che il culto cristiano si è impossessato di tutti i nomi della Dea Madre, dei suoi attributi, le cerimonie, i riti e le festività, i suoi templi e, con il passare del tempo, i suoi archetipi sono stati rimodellati sulla figura di una sola entità femminile, la Vergine Maria. Durante il Medioevo migliaia di donne innocenti vennero arse vive sui roghi dell’Inquisizione con l’accusa di stregoneria, semplicemente per aver seguito le vie della Dea, o per aver messo a frutto le loro doti di guaritrici e druide. In verità, l’adorazione dell’elemento femminile possiede radici molto  antiche.

La Venere di Laussel (Dordogna, Francia, 43 cm), del Gravettiano circa 23.000 aC, trovata all’entrata di una grotta cerimoniale. Originariamente era dipinta in rosso, colore sacro del sangue e della vita. Nella mano destra regge un corno di bisonte a forma di falce di luna, con 13 segni incisi a simboleggiare i giorni della luna crescente e calante (più un giorno di luna piena e uno di luna nuova) ed i 13 mesi dell’anno lunare. La mano sinistra poggiata sul ventre indica la relazione fra il ciclo lunare e quello della fecondità femminile

“Quanto all’ordine che ci hai comunicato in nome del Signore, noi non ti vogliamo dare ascolto; anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla Regina del cielo e le offriremo libagioni come abbiamo già fatto noi, i nostri padri, i nostri re e i nostri capi nelle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme. Allora avevamo pane in abbondanza, eravamo felici e non vedemmo alcuna sventura; ma da quando abbiamo cessato di bruciare incenso alla Regina del cielo e di offrirle libazioni, abbiamo sofferto carestia di tutto e siamo stati sterminati dalla spada e dalla fame” (Geremia, 44, 16-18). Nel Vangelo di Tommaso Gesù dice:

“Chiunque bestemmia contro il Padre sarà perdonato, e chiunque bestemmia contro il figlio sarà perdonato, ma chiunque bestemmia contro la madre non sarà perdonato, né sulla terra né in cielo.” (ricordate che la ruah o sophia in ebraico è di genere femminile). La dea è sempre TRIPLICE – trinità, è una in tre, e viene rappresentata iconograficamente dalla Luna: Luna crescente, la vergine, giovane fanciulla, luna piena la madre, colei che dispensa la vita Luna calante la vecchia, la menopausa, la saggezza, la morte. Molti i simboli che la rappresentano, il cerchio, la conchiglia, la spirale, il labirinto, l’acqua, il vaso e per estensione il Graal, che sembra sia l’espressione del corpo della Madre che contiene la vita. Sacro era il sangue mestruale, legato alla simbologia lunare dei 28 gg; nel paleolitico i defunti venivano colorari d’ocra rossa, a simboleggiarne la rinascita. Il tema della sacralità del sangue è ripresa anche dal ebraismo –cristianesimo : “non nutritevi e non versate sangue perché in esso è la vita”. Sempre riferendosi al periodo assiro-babilonese-egiziano, le sacerdotesse dedicate alla madre, vestivano di rosso, simbolo del sangue; erano vergini e prostitute, perché la madre è tutto ciò: vergine all’inizio e poi prostituta per poter dare la vita.

Il mito biblico condensa anche altri elementi, svolti invece apertamente dal mito greco, che furono sovrapposti a posteriori sul mito originale. Per esempio, l’albero prodigioso, come regalo di nozze per Era. La prima coppia, Adamo ed Eva, vengono messi nel giardino e viene presentato loro l’albero, come fosse un regalo di nozze. Eva è colei che coglie il pomo, implicazione che a priori i frutti erano stati creati per lei: il frutto, che come sostiene Freud è il simbolo del corpo stesso della donna, è anche quello che porterà nel ventre, nella sua veste di dea della fertilità. Vediamo così che tutta la scena che si svolge nel giardino dell’Eden ha per protagonisti solo Eva, il serpente e l’albero dai frutti proibiti, come nel mito accadico – sumero e in quello greco. Solo dopo viene invitato Adamo, per continuare in un’altra scena quella che è la condensazione di un’altra fase del mito.

Eva è colei che colloquia col serpente e coglie il frutto proibito, come nel mito delle Esperidi, dove non c’è traccia di nessuna divinità maschile, e le dee sono sole nel giardino con il “loro serpente” Ladone. Come Inanna, la dea sumerica, il suo giardino e il serpente che aveva nidificato dentro l’albero e le impediva di avvicinarsi, strumento a difesa del suo corpo stesso. È lei la protagonista principale, e tutte le elaborazioni posteriori dei commentatori rabbinici, permeate di forti tendenze misogine, non riescono a mascherare la centralità della nostra madre primigenia in questa scena del mito biblico.

Mentre Gea e le sue sostitute, tipo Rhea e Cibele, personificavano la Terra in quanto tale, Demetra rappresentava nello specifico la terra fertile. Il suo nome viene fatto risalire a “Ge Meter”, Madre Terra. Era in particolare dea dei cereali, ma in quanto Dea della Terra la sua influenza toccava anche il mondo sotterraneo sotto il suo altro aspetto di Persefone, sua figlia. Nel suo santuario speciale di Eleusi, vicino al suo tempio, il sacro recinto della grotta di Ade era ritenuto l’ultima tappa del viaggio di Persefone nel mondo sotterraneo.

Questo mito, che è il corrispondente ebraico del culto della Grande Madre o Madre degli dei , è senz’altro il più arcaico, come dimostra l’assenza di Adamo dai versetti che lo trattano (Gn.3,1-5). La tradizione rabbinica e cristiana fanno di Eva la responsabile del peccato, ma quello che il testo intende suggerirci è che tutto il colloquio, tra la nostra progenitrice e il serpente, allude a un mondo creato dalla Madre Terra in cui questa è la protagonista, la fonte e l’oggetto di tutte le pulsioni erotiche. 

I versetti che trattano del “love affair” tra Eva e il serpente (Gn. 3,1-6), avrebbero potuto, o dovuto, aprire il racconto del mito della creazione, come nella cosmogonia babilonese, egizia e greca in cui ogni creazione ebbe inizio dalla Terra o dalle acque, ovvero, da un elemento primordiale dalla connotazione femminile.

Anche il nome Adamo, dall’ebraico adamah, terra, allude alla nascita da una dea Madre Terra. Tutto allude a questo primo strato del mito ebraico, che fu poi sterilizzato dal redattore e soppiantato dalla versione iahvistica della creazione del mondo come prodotto della creazione di un dio padre.


Se, nel mito greco, l’albero dai pomi d’oro appartiene alle Esperidi, altra triade di dee preolimpiche la cui identità è estremamente confusa, ma che simboleggiano in un’altra maniera la donna come prodotto delle fantasie più arcaiche, appartiene ad Era, simbolo di madre e sposa, ed appartiene ad Afrodite, simbolo dell’amore e dell’erotismo, nel mito ebraico Eva condensa in sé tutte queste figure femminili. 

Il mito biblico è così condensato che, per trovare allusioni ad altri aspetti della figura di Eva, dobbiamo cercare in quelle leggende ebraiche che il redattore finale del Pentateuco non trascrisse, preso com’era dallo zelo monoteistico e anti-pagano, pur essendo talvolta le più arcaiche e le più adatte a svelare il contesto mentale delle tribù ebraiche. Gli Egiziani sono i primi che ritennero come pratica religiosa di non aver contatto con donne nei templi e di non entrarvi, dopo il contatto, senz’essersi lavati. Quasi tutti, invece, gli altri uomini, eccetto Egiziani e greci, si uniscono alle donne nell’interno dei templi.

Con le parole di Erodoto (Hist.,II.64), “…gli altri uomini, eccetto Egiziani e greci, si uniscono alle donne nell’interno dei templi”.

È strano che proprio i greci abbiano sentito il bisogno di elevare la verginità a modello, proprio loro che uscirono dalla struttura mentale tribale, con le sue restrizioni e compressioni, e poterono così risolvere la tensione libidinosa in uno sfogo pulsionale estroverso, sgombrando la strada alla permissività sessuale, alla tolleranza e alla rappresentazione del corpo nudo come modello di bellezza e perfezione al punto di elevarlo a valore religioso. 

Essi, a differenza degli altri uomini, non si uniscono alle donne all’interno dei templi. Ai templi era riservato l’altro polo, quello della verginità. Nell’Oriente semitico non esiste il mito della verginità. 

Tutte le dee falliche sono dee della fertilità e prostitute sacre. Asherah (palo sacro) adorata anticamente dagli ebrei, era la “Creatrice degli Dei” ed era rappresentata come una prostituta nuda, chiamata “Santità” (Julius Wellhausen, Prolegomena to the History of Ancient Israel, The Meridian Library, New York 1957, p.447)

Disegno ed iscrizione dal pithos A di Kuntillet `Ajrud (prima metà VIII sec.a.C.) Il disegno è stato ritrovato sui frammenti ceramici di un pithos venuto alla luce tra le rovine di Kuntillet `Ajrud (caravanserraglio? fortezza? centro di carattere religioso?) nel deserto del Sinai, durante la campagna di scavi del 1975-1976. L’iscrizione sopra la testa della figura umana recita:L. 1: ’MR ’[ŠYW] H[ML]K. ’MR LYHL[L’] WLY‘WŠH W[ ] BRKT ’TKM; L. 2: LYHWH ŠMRN WL’ŠRTH

 “Dice ’[šyhw?] [il re?]: di’ a Yhl[…] e a Yw‘šh e […] vi benedico
da parte di Yhwh di Samaria e della sua Ašerah”

Asherah

Per i semiti il pene femminile non solo non era tabù, ma era la rappresentazione scenica della fase immediatamente precedente la deflorazione, come la verginità di Eva e il suo colloquio con il serpente sono la rappresentazione scenica precedente la cacciata dal Paradiso Terrestre, e quest’ultima rappresenta l’atto di stupro – deflorazione – evirazione. Le dee occidentali consideravano la verginità un privilegio che poteva essere concesso da Zeus per meriti speciali, come nel mito di Estia (K.Kerenyi, Gli Dei della Grecia, p.83), figlia di Crono e di Rea, che poté rifiutarsi ad Apollo. Vediamo come le dee vergini si difendono, e si vendicano ferocemente degli uomini che tentano di deflorarle, cioè di evirarle.

I greci, che nella vita giornaliera hanno come modello la permissività sessuale, si creano un modello alternativo che faccia da compensazione, e ristabilisca l’equivalenza di valori in un equilibrio ideale, e creano il mito della verginità. La dea da loro più venerata, insieme ad Afrodite, era Pallade Atena, e queste erano i due poli di un’unica equivalenza.

VERGINITÀ E MATERNITÀ

Atena era considerata Parthenos, vergine, ma veniva invocata nello stesso tempo anche come Meter, madre. Vi è una strana storia sulle sue nozze, in cui essa non perdette la verginità, ma dopo le quali affida ugualmente un bambino alle figlie di Cecrope, re della sua amata città di Atene È difficile non notare la somiglianza tra questa storia e il mito cristiano del parto verginale di Maria. Anche la Grande Madre degli Dei dell’Asia Minore veniva denominata dai greci ”La Grande Artemide”. La Diana di Efeso era rappresentata con numerose mammelle ed era denominata Artemis polymastos, la madre universale che allatta l’intera umanità.

L’ARTEMIDE DI EFESO

L’identificazione di Artemide con la Vergine riceve conferma dal fatto che a Efeso, dove era considerato cardinale il culto di Artemide-Diana, sorse la prima grande basilica in onore di Maria, al posto del grande tempio di Artemide che era considerato una della meraviglie del mondo antico. 

Quindi vediamo come le due grandi dee vergini del mondo greco Artemide e Pallade Atena fossero entrambi contemporaneamente “Grandi Vergini” e “Grandi Madri”.

Artemide di Efeso

In Occidente la maternità, invece di essere legata al concetto di copulazione come sarebbe logico aspettarsi, è legata al concetto di verginità. Afrodite non fu una vera dea-Madre e anche Era, la regina degli dei, era più associata al concetto di moglie che di madre. I greci non solo separarono tra le due funzioni, quella di madre e di amante, ma le resero antitetiche: la maternità viene associata alla verginità. 

Delle tre dee falliche, Atena, Artemide, Persefone, le prime due rimasero vergini e diventarono Grandi Madri, mentre la terza fu deflorata, e divenne dea degli Inferi, cioè dei morti invece che dei vivi. 

L’equazione diventa ora chiara: verginità = maternità = vita, mentre invece deflorazione = morte. Il cristianesimo ha accentuato questa chiave di lettura, ma come abbiamo visto esisteva inequivocabilmente già nel mondo greco-romano. La Vergine è madre e partorisce il Dio della vita, ovvero, partorisce Dio grazie alla sua verginità. 

In Occidente l’implicazione che il rapporto sessuale sia di per sé peccato, porta alla morte e alla dannazione. Questa equivalenza: copulazione = peccato = morte è una delle equivalenze base della cultura occidentale. L’Occidente non ebbe bisogno di imparare il concetto di peccato dai giudei, come pensa erroneamente Nietzsche. 

Questo concetto esisteva in forma embrionale, ma ben definita, all’interno della propria cultura. Nel momento di crisi questo concetto di peccato prese il primato su quello di permissività sessuale, che i greci gli avevano istituito accanto. Una cultura può attingere solo da se stessa. 

Il contatto con altre civiltà può al massimo stimolare la ricerca di soluzioni verso una direzione piuttosto che un’altra. Il contatto dell’Occidente con i giudei, in un momento di crisi esistenziale, servì da ispirazione a rivolgersi verso quei modelli, che erano però già stati elaborati in maniera autoctona. È piuttosto il caso di pensare che l’influenza sia avvenuta in direzione opposta, e che sia stata l’influenza ellenica a penetrare la cultura ebraica con concetti come l’immortalità dell’anima, il mondo dell’aldilà, il castigo e la retribuzione di peccati e meriti dopo la morte, quando queste culture entrarono in contatto fra di loro. 

Tutti i concetti di filosofia e di metafisica sono infatti estranei all’ebraismo. Come abbiamo visto, la condensazione simbolica, nel mito come nel sogno, è estremamente precisa. Dopo averlo trattato sommariamente, riassumeremo ed esamineremo ora più da vicino il simbolismo che accompagna il mito di Persefone. 

La dea, che faceva parte della triade di dee olimpiche vergini, insieme ad Atena e Artemide, e quindi avrebbe dovuto avere anche lei un’arma come il pene apotropaico; ma poichè fu rapita e deflorata questo simbolo venne soppresso. In certe rappresentazioni le viene restituito l’arcaico serpente pre-olimpico, ma diventò l’unica dea occidentale, non vergine, ad essere accompagnata da un simbolo fallico. 

L’allusione è che fosse deflorata ma vergine allo stesso tempo, la condensazione di due opposti. 

Infatti, nel mito come nel sogno, non esiste il principio di non-contraddizione. Il mito stesso ci racconta di una dea che, malgrado apparentemente deflorata da Ades, dalle parole di Kerenyi rimane vergine-sterile. 

Il mito orfico secondo il quale Zeus si sarebbe unito alla dea nelle spoglie di un serpente e da questa unione sarebbe nato Dioniso, non allude a un’unione eterosessuale, bensì Zeus nelle vesti di serpente rappresenta il pene verginale di Persefone, come il serpente che colloquiava con Eva nel Paradiso Terrestre. 

Lo Zeus dei miti orfici, di cui questa storia fa parte, oltre ad essere dio del cielo e delle sfere superiori, era anche detto Zeus Katachthonios o Chthonios, era cioè anche uno Zeus sotterraneo e questo, a sua volta, non era che un altro nome per Ades. Quando si parla di un “altro Zeus”, “dell’ospitale Zeus dei defunti”, s’intende immancabilmente Ades e l’unione rappresenta più l’unione simbolica con uno spirito che con il Zeus olimpico, di cui conosciamo così bene le altre avventure romantiche che si concedeva. 

A questo proposito è molto illuminante riportare una credenza diffusa nella tribù australiana degli Arunta, che abolisce la connessione esistente tra atto sessuale e concepimento. Quando una donna si sente madre, ciò significa che uno degli spiriti che sonnecchiano in attesa di rinascere è penetrato nel suo corpo provenendo dal più vicino luogo degli spiriti, e viene partorito da lei in forma di bambino (S.Freud, “Totem e Tabù”, in op.cit., Vol. 7. pp.118-121). 

Il concepimento indipendente dall’atto sessuale, e per opera di uno spirito, non fu dunque un’innovazione del cristianesimo. Il mito greco stesso ne conservava le tracce dalla sua lontana preistoria. Quindi vediamo che il mito si svolge parallelamente in due strati: il primo è quello in cui la dea ha rapporti con il serpente, come simbolo del proprio pene verginale, come Eva nel mito biblico, e da questo rapporto autoerotico nasce Dioniso, mentre invece dal rapporto autoerotico di Eva non avviene nessuna concezione, poiché il concetto di verginità = maternità è estraneo alla mentalità semitica. 

In questo strato del mito di Persefone, come fantasia che si accompagna alla masturbazione, il proprio serpente-pene verginale diventa Zeus-serpente, cioè uno spirito che il mito cristiano tradurrà in Spirito Santo. Ed ecco che il colloquio autoerotico di Eva con il suo serpente trova il suo corrispondente nel «colloquio» di Persefone con Zeus-serpente. 

A differenza del mito semitico, dove Asherah, la prostituta nuda, è madre di tutti gli dei, e Eva, la Grande Madre delle tribù ebraiche, diventa tale dopo che suo marito la «conobbe», la Grande Madre occidentale diventa tale solo rimanendo allo stadio autoerotico, vergine, alla pari di Atena e Artemide, le altre due Grandi Madri della mitologia occidentale. Il secondo strato è quello in cui ha rapporti con Ades, che non è che la versione arcaica di Zeus, che porta alla sua deflorazione e perdizione, dopo la quale però rimane sterile. 

Il mito qui non è chiaro, poiché più che di rapporti con Ades si parla del suo ratto mentre stava cogliendo fiori. La sua de-florazione è implicata solo da questo simbolismo e forse il mito intende una deflorazione simbolica come equivalenza della sua verginità: la condensazione dei due opposti in uno, una dea che sia vergine che deflorata, e quindi condannata agli Inferi allo stesso tempo. La condanna agli Inferi è parziale: una parte del tempo con lo sposo e una parte con la madre, come dire metà vergine e metà deflorata. 

Anche dopo il suo «rapporto» con Zeus-serpente la dea rimase vergine e il suo fu un parto verginale come quello di Atena e della Vergine Maria. Anche il fatto che da esso nacque Dioniso, il dio destinato a morire dilaniato dai Titani e a risorgere (K.Kerenyi, ibidem, p.210), allude al mito cristiano dove la dea vergine partorì un dio destinato a morire di una morte violenta e tragica e poi a risorgere. 

Il mito di Persefone contiene tutti gli elementi principali del mito biblico: i rapporti autoerotici di Eva con il serpente (Zeus-serpente per Persefone) e deflorazione da parte di Adamo (Ades per Persefone) dopo la cacciata dall’Eden, ma a differenza del mito semitico dove ogni concezione è preceduta da un atto di deflorazione-evirazione di carattere eterosessuale, Persefone concepisce Dioniso come conseguenza del rapporto con uno spirito, cioè come conseguenza di un rapporto autoerotico. 

Dopo il rapporto autoerotico con Zeus-serpente partorisce Dioniso, mentre dopo il rapporto-deflorazione con Ades rimane sterile, quindi non dal suo rapporto eterosessuale con Ades concepisce e partorisce bensì, al contrario, da questo rapporto «non ne nasce nulla». La deflorazione corrisponde alla cacciata dall’Eden per Eva, e per Persefone corrisponderà alla condanna agli Inferi. In entrambi i casi, dopo il rapporto autoerotico avviene la deflorazione-evirazione del rapporto eterosessuale, come il susseguirsi di due stadi inevitabili nell’evoluzione della donna, in cui il secondo allude a una conseguenza e un castigo per il primo. Le differenze tra il mito greco, che continuerà a sussistere quasi invariato nel cristianesimo, e il mito ebraico, sono le seguenti:

1) Persefone, malgrado la sua apparente deflorazione per mano di Ades, rimarrà essenzialmente una dea vergine (sterile, secondo Kerenyi) e la sua concezione di Dioniso da Zeus-serpente una concezione immacolata, mentre Eva, dopo la sua cacciata-deflorazione-evirazione dal Paradiso Terrestre partorì Caino, Abele e figli e figlie, e diventò la Madre di tutti i viventi attraverso il rapporto eterosessuale e il parto.

2) Nel mito ebraico non esiste allusione alcuna alla Santa Trinità

3) Nel mito ebraico non esistono allusioni al culto del Bambino, che sembra più un culto radicato nel modus mentale indoeuropeo, come in India.

Persefone sarà la dea della fertilità occidentale come Eva lo era stata per le antiche tribù ebraiche. Un’ulteriore allusione alla sua natura di dea della fertilità si trova sia nelle sue radici, sia nel ruolo che adempie nel mito dopo essere stata rapita. Ella è figlia di Demetra, dea delle messi, e attraverso la sua discesa e salita dagli Inferi, rappresenta il cambiamento delle stagioni, che permette la semina e il raccolto. 

Il mito occidentale ha sviluppato dal primario concetto della fertilità, intesa come prolificazione, il concetto di fertilità, nel senso di produzione agricola e fertilità della terra, come era successo precedentemente nel Medio Oriente, quando le tribù seminomadi del periodo calcolitico erano diventate residenti fissi e si erano costituite nelle grandi civiltà del fertile crescente: Sumeri, Egizi, i Babilonesi, Fenici e Cananei. 

L’arcaico senso di fertilità, intesa come prolificazione, fu tradotto in culti della fertilità della terra. In Babilonia, in Siria e in Palestina, il dio Tammuz moriva all’inizio della primavera per risorgere con le prime piogge, ricalcando il molto più antico culto sumerico di Inanna-Dumuzi. I Sumeri erano infatti stati i primi a costituirsi a civiltà, in concomitanza agli Egizi, per i quali gli stessi culti di morte e resurrezione venivano personificati nel culto di Osiris. 

Questi giovani dei venivano pianti dalle madri che avevano perso il loro amante: Inanna, Isthar-Astarte, Iside, che diventarono dee della fertilità dei loro popoli. In Mesopotamia e Siria-Palestina erano prostitute sacre. Fino al sesto secolo a.C. questo culto veniva perpetrato anche nel tempio di Gerusalemme, con grande disappunto dei profeti: “Mi condusse all’ingresso del portico della casa del Signore che guarda a settentrione e vidi donne sedute che piangevano Tammuz” (Ezechiele 8,13). Persefone non sarà mai una prostituta sacra poiché, come abbiamo visto, la psiche occidentale sviluppò altri bisogni, ma mantenne quello strano serpente enigmatico: lei non più vergine (forse) e mai prostituta sacra.

Prima dell’avvento del monoteismo, la religione del mondo antico era politeistica, animistica e sciamanica.La religione della gente celta, germanica, baltica e di Slava, che ha abitato Europa prima dell’era cristiana, così come quella dei Greci e dell’altra gente mediterranea,era animistica: gli dei ed le dee, le intelligenze viventi della natura, erano percepiti ed adorati nei boschetti , nella foresta, in zone sacre sulle parti superiori della montagna e nei cerchi di pietra grandi. 

Oltre che i dei e le dee c’ erano altri esseri connessi con la natura, che non erano umani, ma certamente superiori agli esseri umani tali da meritarsi del rispetto, quali i giganti ed i nani, gli elfi ed i trolls, le fate, gli gnomes, le crisalidi, le sirene .

Questi esseri potevano essere invocati da chiunque fosse disposto a seguire la via insegnata dagli sciamani e dai loro successori le streghe, le donne sagge, usando le piante e le pietre magiche, canti, balli e rituali.

Questa è la religione della natura che è stata eliminata dal monoteismo cristiano durante i secoli primissimi della nostra era. Gli dei di Pagani sono stati demonizzati o si ne negata la loro esistenza. Coloro che seguono la vecchia religione della natura sono stati marcati come “pagani”, che originalmente significa semplicemente “gli abitanti del paese” o “abitanti della brughiera”. Alcuni degli dei pagani sono stati assorbiti dal credo cristiano, poichè alcuni posti sacri tradizionali sono divenuti sedi di santuari e chiese. Sotto l’influenza del monoteismo del giudeo-Cristiano il genere di consapevolezza, diretta delle presenze spirituali della natura, che i nostri antenati pagani hanno onorato, è stato perso gradualmente. Come William Blake ha detto, “gli uomini si sono dimenticati così, che tutti gli dei vivono all’interno del seno umano.”

LE MADONNE NERE

Ci sono circa 500 immagini della vergine nera in varie chiese in Europa. Fra le più note ci sono quelle nella cattedrale di Chartres in Francia, della Polonia in Czestochowa, della Svizzera a Einsiedeln, vicino a Zurigo, il Muttergottes (“madre del dio”) in Altötting, vicino a München, in Baviera, e quello in Loreto, Italia. Questi santuari della Madonna nera sono fra i posti più visitati nella cristianità.

madonna nera di loreto

Anche godendo del riconoscimento popolare, le immagini della Madonna nera sono una fonte di un certo imbarazzo per la chiesa cattolica. Solitamente, le guide turistiche non fanno riferimento al colore; o quando provano a spiegarlo si va dai riferimenti dell’effetto d’annerimento nei secoli del fumo dalle candele e dei bruciatori di incenso. Occasionalmente, ci sono riferimenti al cantico dell’antico testamento di Salomone, in cui la regina di Saba, canta: “sono nera, ma sono bella.”

La vergine nera è stata identificata con parecchie delle dee delle culture pre-patriarcali antiche: Cibele del Medio Oriente mediterraneo, Inanna sumerica, Anath siriana, Lilith ebraica, Kali indiana, Diana e delle dee egiziane Neith e naturalmente Isis. Nelle culture d’adorazione della vecchia Europa e del Mediterraneo pre-patriarcale , il nero era il colore di fertilità e dell’abbondanza, come il terreno nero ricco del Nilo e di altre valli del fiume. 

Il bianco d’altra parte era il colore simbolico della morte e le immagini della dea associata alla morte sono state intagliate in osso o marmo. Tuttavia, per il pastori nomadi Indo-Ariani, che hanno invaso l’Europa dal quarto millennio a.c., il bianco, l’oro ed il colore giallo erano i colori della vita del sole-dio; e nero era il colore degli dei sotterranei di morte come Ade ed Ecate.

Con l’avvento della religione patriarcale del dio e, in seguito, delle tradizioni monoteistiche dei giudeo-Cristiani, la religione degli dei della natura del mondo arcaico sono state soppresse, desacralizzate e demonizzate. Il rituale sacro connesso con il culto di Inanna e di Ishtar è stato condannato come prostituzione. Lilith, che rappresentava l’autonomia sessuale femminile, la protezione del parto e dei bambini, è stata trasformata in un demone distruttivo che rubava i bambini. 

I preti e i teologi maschi hanno avuto buon gioco ad insistere sulle funzioni terrificanti del culto della dea, portando ad esempio i culti di Cibele, in cui i sacerdoti offrivano i loro genitali in sacrificio alla dea. Diana è diventata la dea delle streghe. È stata associata con la cristianità esoterica a partire dal dodicesimo secolo ad opera dei Templari. Tutti coloro che hanno provato a sanare la spaccatura dissociativa fra natura-eros e lo spiritualità ascetica sono stati distrutti dalla chiesa di Roma.

S’è salvata soltanto l’immagine del Madonna e del bambino nero, in sè basato sulle immagini egiziane di Isis con il bambino Horus, superstiti della distruzione misogina dei cristiani. Il culto di Isis era la religione dominante del Mediterraneo durante i periodi tardo romani ed era arrivato anche nelle terre occupate dai romani , compresa la Gallia. La città di Parigi è stata dedicata a Isis, poichè Lione era dedicata a Cibele, e Marsiglia a Artemis.

Come altre dee nere, Isis è la dea della terra, della vita e della morte. Nell’asino dorato di Apuleius, Isis parla:

“sono la natura, la madre universale, il mistero di tutti gli elementi, bambino primordiale, sovrana di tutte le cose spirituali , la regina dei morti, regina degli immortali, la singola manifestazione di tutti i dei e tutte le dee. Io sono.”

Il testo continua affermando che è identica a Cibele, Artemis, Aphrodite, Persephone, Demeter, Juno e Hecate. La dea nera della terra, compresa la Madonna nera, è stata tradizionalmente sempre invocata durante i processi naturali della vita: aiutare l’ammalato, facilitare i dolori del parto, portare la fertilità, confortare e guidare l’uomo nella morte. 

Ha sempre rappresentato la persistenza della Dea durante il periodo di predominanza dei culti patriarcali del dio maschio e rappresenta il bisogno di femmineo dell’animo umano, la dualità insita in ogni cosa, bene-male, notte-giorno, maschio-femmina, yang-yin. Anche il testo sacro del cristianesimo, ribadisce il concetto “dell’UNO” attraverso l’unione dei due opposti maschio e femmina, che nell’unione raggiungono la perfezione.

LA DEA MADRE – TITOLI CONFERITI A ISIDE

Abile nel calcolo, Abile nella scrittura, Abitatrice a Netru, Afrodite, Agape, Alto faro di luce, Ankhet (produttrice e dispensatrice di vita), Anqet (colei che abbraccia la terra, produttrice di fertilità nelle acque), Arbitro in faccende di amore , Aset (un modo di pronunciarne il nome egizio), Ast (un altro modo di pronunciarlo), Atena, Base del più bel triangolo, Bellicosa, Benefattrice del Tuat (gli inferi), Colei che abbraccia la terra, Colei che muove (ovvero potere che interviene), Comprensiva, Consacrata, Cornucopia di tutti i nostri beni, Corona di Ra – “Heru”, Creatrice, Creatrice dell’inondazione del Nilo, Dalla bella forma, Datrice di luce del cielo, Datrice di vita, Dea degli incroci, Dea della rugiada, Dea di tutte le dee, Dea madre di Dio, Dea madre, Dea Stella maris, Dea verde, Diadema di vita,Dea della pace, Divina, Donna trono, Dynamis, Epekoos – colei che tutto ode, Era – Iside identificata con Era, Estia – Iside identificata con Estia, Euploia – dispensatrice di buona navigazione, Figlia di Geb, Figlia di Neb- Er – Teher, Figlia di Nut, Figlia di Ra, Figlia di Seb, Figlia di Thot, Fruttificatrice, Galactotrouphousa – Iside che allatta, che concede il miracolo del latte della vita, Generatrice di monarchi, Generatrice di re, Gentile, Gioia, Gioiello del vento, Giustizia – Iside di giustizia, Grande dea, Grande dea degli inferi, Grande maga che guarisce. Grande signora, Grande signora degli inferi, Grande vergine, Grandissima, Guardiana, Guida, Guida delle Muse, Hent – Regina, Heqet – Iside grande maga, Horus femmina, Immortale, Ineffabile signora, Inventrix – inventrice delle cose, Iside – Afrodite, Iside – Afrodite – Astarte, Iside – Afrodite – Pelagia, Iside – Astarte, Iside – Fortuna – dea del fato e della fortuna, Iside – Hathor, Iside – Inanna, Iside – Nike – Iside associata alla dea della vittoria, Iside – Tyche, Khut – la dispensatrice di luce, Kourotrophos, La bella dea, Libertà, Linopeplos – Iside vestita di lino, Lochia, Luna, Lydia educatrix – Iside educatrice di Lydia, Madre degli dei, Madre dell’Horus d’oro, Madre divina, Maia, Massima degli dei, Materia, Mediatrix tra il celestiale e il terreno, Medicina Mundi – il potere che guarisce il mondo, Menouthis – questo aspetto di Iside era adorato sia a Menouthis sia ad Alessandria dove era considerata una dea dalle potenti capacità terapeutiche, Meri – Iside come dea del mare, Myrionymos – Iside dalla miriade di nomi, Iside dei diecimila nomi, Multiforme, Multinominata, Nanaia – Iside identificata con la dea Nanaia, Nascosta, Natura, Nepherses – la bella Nome del sole, Noreia – Iside identificata con la dea Noreia, Nutrice, Occhio di Ra, Onnidea, Onnimunifica, Onniricevente, Onniudente, Onnivedente, Panthea – la dea di tutte le dee, Pantocrateira l’onnigovernante, Pelagia – Iside del mare cioè protettrice di navi, Persefone, Pliaria – Iside dell’isola di Faro ad Alessandria, Phronesis – personificazione della sapienza, Placidae Reginae – la Regina della pace, Ploutodotai – Iside dispensatrice di ricchezze, Pluonumos – Iside dai molti nomi, Polyonimos – dai molti nomi, Potentissima, Potere che guarisce il mondo, Potere che sorge dal Nilo, Prima delle muse a Heropolis, Primo principio femminile in natura, Primo figlio del tempo, Pterophoros – l’Iside alata, Quella dalle grandi ali e dalla falce di luna, Quella della luna, Quella dalle lodi innumerevoli, Ra femmina, Regina del cielo, Regina della pace, Regina del sole, Regina del sud e del nord, Regina della terra, Regina d’Egitto di lino vestita, Renenet – dea del raccolto, Risurrezione e vita, Saeculi Felicitas – felicità dell’età nostra, Salvatrice, Salvatrice dell’umanità, Salvatrice di marinai, Selene – la luna, Sesheta – dea della letteratura e della biblioteca, Signora degli incantesimi, Signora dell’anno nuovo, Signora del caldo e del fuoco, Signora del mare, Signora del mondo, Signora del pane, Signora del tuono, Signora del vento del nord, Signora dell’abbondanza, Signora dell’amore, Signora delle api, Signora della bellezza, Signora della birra, Signora della casa di fuoco, Signora della crescita e del declino, Signora dell’eternità, Signora della fiamma, Signora della gioia e dell’allegria, Signora della grande casa, Signora della guerra e regola, Signora della luce, Signora della tessitura, Signora della pace, Signora della parola del principio, Signora della piramide, Signora della terra, Signora della terra delle donne, Signora della terraferma, Signora della vita, Signora delle bocche dei mari e dei fiumi, Signora delle due terre, Signora delle messi verdi, Signora delle parole di potere, Signora di ogni paese, Signora di tutti gli elementi, Signora Iside, Signora ricca di nomi, Signora sempiterna di tutte le cose, Signora su un carro a forma di fuoco, Sophia – Iside come sapienza divina, Sothis – Iside dea della stella Sothis (Sirio) e dell’ anno nuovo, Sovrana del mondo, Sposa di Dio, Sposa di Ra, Sposa del signore (Osiride), Sposa del signore dell’abisso, Sposa del signore dell’inondazione (Osiride), Trono – Iside colei che assegna il trono, Uadyet – Iside dea cobra, Una, Unica, Urthekau – colei che è in magici incantesimi, Usert – Iside dea della terra, dispensatrice di vita, Raffigurata con un manto azzurro, cosparso di stelle, una falce di luna ai piedi, la corona, mentre allatta Horus

Sono cose già sentite, cambia solo il nome…

https://cartesensibili.wordpress.com/2012/04/26/la-dea-madre-quando-dio-era-femmina/

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