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martedì 15 dicembre 2015

Le “Grandi Madri” nel bacino del Mediterraneo - Correlazioni con Natura e Agricoltura

Il mosaico della verità inizia a comporsi... e i Mysteria le cui radici affondano nell'esoterismo egiziano e da cui poi nasceranno come abbiamo visto i cerimoniali massonici e le conoscenze alchemico-ermetiche iniziano a rivelarci il loro contenuto esoterico.

Nello “scorazzare” per il web, mi sono imbattuto in un articolo di Andrea Romanazzi, pubblicato in: lereviviscenze.com, che ci parla del mito della Dea Madre, diffusissimo nel periodo premitologico di quasi tutti i popoli della nostra beneamata terra.
 
Le Grandi Madri nel bacino del mediterraneo - Analisi Comparata del Mito delle Sacre Nozze
 
La Dea Madre è stata probabilmente la prima divinità immaginata dall’uomo e, anche se così non fosse, è indubbiamente quella più presente in tutte le culture del mondo antico.
 
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In tutto il Bacino del Mediterraneo, includendo anche l’area Mediorientale sono state ritrovate statuette, terracotte, incisioni, raffiguranti la Grande Dea già a partire da 30.000-25.000 anni prima di Cristo, usanza poi pian piano scomparsa verso il 3.000 a.C. con l’avvento delle popolazioni Indoeuropee veneratrici delle divinità maschili padrone delle armi e delle fucine.
 
Prima di questa “invasione” la rappresentazione della dea trova sua massima espressione nelle rappresentazioni delle Veneri Preistoriche, figure femminili dai prosperosi seni ricchi di latte, dagli abbondanti glutei e dai ventri smisurati e gravidi.
 
questa era l’immagine della Grande Generatrice dobbiamo capire da dove nasce il suo culto di fertilità e procreazione.
 
L’uomo dei primordi è fondamentalmente cacciatore e raccoglitore dunque la sua vita è strettamente correlata a quei cicli naturali per i quali da sempre ha mostrato interesse, conoscere i loro segreti non significa dominare la natura ma esserne parte integrante, entrare in perfetta sintonia con la Grande Madre e crescere prosperando con lei.
 
Il primitivo non è così un “unicum”, come invece il pensiero dell’uomo moderno porta a credere, che vive nella natura ma è parte della stessa e in essa, tra tabù e rituali, cerca e trova sostentamento e prosperità, felicità e dolore, vita e morte. Carichi di fascino così dovevano essere per lo spaurito uomo i segreti naturali che portavano allo sbocciare di un fiore, alla sua trasformazione in frutto, alla nascita di un animale, pargoli di una divinità immaginata come androgina, dalla quale e nella quale tutto nasce, cresce e muore.
 
All’inizio è il bosco  con i suoi frutti a dare sostentamento al primitivo che, proprio per questo, vede in esso e negli stessi animali che vi abitano una sorta di divinità immanente che lo governa, così il rapporto che l’uomo instaura con la natura non è quello di dominatore ma di creatura che vive nel suo divino, lo stesso animale non è solo preda e fonte di sostentamento, ma  anche divinità e dunque sacro.
 
Egli così cerca e trova nella natura i segni della Grande Generatrice, la mater il cui ventre diventano, nell’immaginario primitivo, grotte e antri, ma assume anche le sembianze di animali, poi definiti “totemici” che altro non sono che la stessa dea che si materializza nella sua immanenza.
 
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Successivamente nel Neolitico le popolazioni mediterranee, dedite alla caccia, entrano in contatto con popoli asiatico-orientali già agricoltori. Avviene così una grande trasformazione culturale, l’uomo non è più sottomesso alla natura, ma comincia a produrre frutti e ortaggi, il suo  rapporto con la divinità  non cambia, essa piano piano si sposta dai boschi ai campi, ma è sempre dipendente dai cicli naturali e dai rituali di fertilità che, mentre prima erano legati alla produzione spontanea, adesso vengono visti strettamente correlati all’agricoltura e al raccolto.
 
L’uomo inizia a esaminare con sempre più interesse i cicli naturali, l’andamento delle stagioni e i periodi in cui seminare per avere un buon raccolto. Intuisce che la terra non è sempre fertile, ma lo diventa solo quando è “ingravidata” da quello che poi sarà definito il principio maschile, il sole.
 
E’ in questo momento che al culto della Mater si affianca quello del suo Compagno e spesso anche Figlio perché generato dal ventre Universale della dea. Se dunque la dea è la madre terra che deve esser resa gravida in particolari periodi dell’anno, il suo Compagno sarà soggetto ad una serie di cicli di morte e rinascita che vanno proprio a rappresentare la nascita e la morte della natura.
 
L’idea del sacro accoppiamento come RITUALE APOTROPAICO che rende fertile e gravida la terra è però molto più antica dello stesso mito e la troviamo espressa nella PRIMITIVA IDEA delle SACRE GROTTE immagine delle profondità uterine della dea dove l’elemento maschile, il priapos universale, rappresentato dalla Sacra Stalagmite, è generato esso stesso nel metaforico ventre della dea, Esso è così  sia Figlio (perché generato dalla dea) che suo Compagno (perché ne assicura la fertilità) e poi del SACRO BETILE, la roccia infissa nella bruna terra, l’elemento maschile che, come mistico priapos, la rende fertile.
 
LE SACRE NOZZE DELLA DEA: i rituali di Accoppiamento
 
Successivamente sarà il “ricordo” di queste antichi culti che ritroveremo, ben camuffati, nelle società e culture successive per dar vita a quello che oggi definiamo MITO.
 
Quello che adesso faremo sarà così un breve excursus alla ricerca delle tracce lasciate da questo antico culto di fertilità e prosperità nelle culture successive del Bacino del Mediterraneo.
 
In Mesopotamia nel III millennio a.C. erano venerati la dea Inanna ( successivamente Ishtar) e la sua unione con il Figlio-Compagno-Dio pastore Dumuzi (successivamente Tammuz).
 
Il mito di Dumuzi richiama il raccolto che viene festeggiato dai popoli della Mesopotamia come fonte di vita e di fertilità. Essi, infatti, erano convinti che la natura rinascesse ogni anno attraverso un matrimonio sacro che era consumato tra le due divinità.
 
Il mito è racchiuso nel poema della discesa agli inferi di Inanna che ritroviamo nell’Epopea di Gilgamesh. Si narra che la dea fosse stata imprigionata negli inferi e la sua assenza provocava il blocco delle nascite sulla Terra. Intervengono così gli dea ma neppure loro possono violare una regola ferrea degli Inferi: ogni anima che torna in vita deve essere sostituita agli Inferi. Così Inanna offre in cambio del proprio rilascio il povero Dumuzi. Il dio non può sfuggire ma, ecco che appare la sorella Geshtinanna che intercede per il fratello ottenendo che venga trattenuto nel “mondo di sotto” solo sei mesi l’anno ed offrendosi di sostituirlo agli inferi per gli altri sei.
 
Secondo una visione che potremmo definire alla “Frazer” di “magia simpatica” questa unione era realmente celebrata tra una sacerdotessa d’Inanna, rappresentante la dea, ed il re della città, che assumeva le funzioni di Dumuzi in una tradizione che successivamente darà vita alla pratica della Prostituzione Sacra.
 
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Il culto Inanna e Dumuzi poi lo ritroviamo nella Grecia Classica con il mito di Tammuz, il giovane eroe nato da una corteccia d’albero nella quale era stata trasformata sua madre Mirra e che, conteso da due dee, Afrodite e Persefone, fu ucciso da quest’ultima per gelosia, e successivamente nel mondo romano sotto il nome di Attis, lo “sposo” e compagno della dea Cibele che lo seguiva nelle sue spedizioni di caccia e del quale si innamorò perdutamente. Così il giorno delle nozze del fanciullo, la dea, vistasi  defraudata del suo amore, fece impazzire tutti i partecipanti al banchetto, tra cui la sua bellissima moglie e così Attis, per disperazione, si evirò sotto un pino.
 
“…stimulatus ibi furenti rabie.vagus animi,devolsit ilei acuto sibi pondera silice…”   (fuori di sé, in preda a rabbia furiosa, si recise il sesso)
 
Sarà così la stessa divinità che, avendo compassione del suo amato, lo trasformerà in un albero e indirà una festa funebre in suo onore. La ricorrenza che si teneva durante il giorno dell’equinozio e legata ai cicli riproduttivi di morte e rinascita della natura ove l’albero “adonico” altro non rappresenta che il simbolo fallico del dio, idea che ritroveremo anche in Egitto.
 
Se infatti ci rifacciamo al mito di Osiride, si narra che sulla cassa dove fu rinchiuso il dio, crebbe un albero di Melograno, poi, rappresentato dallo zed, antichissimo disegno per tradizione associato al suo culto, ma, in realtà,  molto più antico, dato che si trova raffigurato anche in tombe del  periodo predinastico, mentre il nome del dio non lo troviamo prima della  V° dinastia. L’albero cresciuto sulla cassa costruita da Tifone e dunque un simbolo fallico di resurrezione, spesso rappresentato nei sarcofagi, proprio con il compito di riportare in “vita” il defunto.
 
In Egitto le funzioni vivificatrici erano esercitate da Hathor, la dea vacca con le “corna uterine” tra le quali sorge il sole, quasi ad identificare la dea dalla quale nascono e provengono tutte le cose e il cui nome significa proprio “Casa di Horus”.
 
“…Madre, colei che partorì il sole, che partorì prima d’ogni altra, prima ancora che fosse partorita…”
 
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Nei primi miti è proprio la dea e madre di Horus e per questo, quando successivamente il dio sarà identificato come il figlio postumo di Osiride e Iside la dea sarà confusa con quest’ultima che acquisirà proprio da Hathor le sue rappresentazioni munite di corna di vacca.
 
Sarà proprio in questa confusione che le sacre nozze saranno così successivamente associate a Iside e Osiride, divinità arborea morta e successivamente resuscitata proprio dalla Dea. Se torniamo alle prime scritture Hathor è però sia madre che compagna di Horus proprio in una visione simile a quelle precedentemente descritte. Horus non subisce una vera e propria morte, a differenza delle divinità precedenti, però perde un occhio grazie al quale può far rinascere il proprio padre Osiride, simbolo della vegetazione e dunque del ciclo naturale.
 
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Come nel caso del culto precedentemente descritto di Inanna, anche in questo caso era il Faraone stesso ad accoppiarsi con la sua regale moglie ( la Hathor) e le sue sacre concubine (o sacerdotesse della dea). L’accoppiamento avveniva in quello che oggi definiremmo Harem, il luogo della sacra prostituzione derivante dalla parola araba Haram che significa sia sacro che proibito.
 
Nell’area siriaco-palestinese il culto della dea e del suo compagno è legato alle figure di Anat e del suo fratello-consorte Baal.
 
La dea è spesso rappresentata da una vacca selvatica, animale totemico che ritroveremo in moltissime altre raffigurazioni della Grande Madre, sotto le quali sembianze, appunto, la divinità maschile si sarebbe accoppiata nel deserto.
 
La sacralità della vacca la troviamo anche in una tradizione sacra fenicia, secondo quello che ci riporta Tirio Porfirio, filosofo neoplatonico, verso la metà del III sec. A.C., un fenicio non avrebbe mai mangiato carne di vacca. Ovviamente la tradizione riportata è molto più recente del periodo esaminato ma è sicuramente una “traccia” della sacralità dell’animale.
 
Il ciclo mitologico è costituito da vari episodi non sempre coerenti, ( in molti casi Anat è prima sposa di El che, poi, diventa suo padre, e spesso confuso, come nel Vecchio Testamento, con Baal stesso. Dunque se Anat è Moglie del dio supremo da lei derivano tutte le cose così, oltre che sorella è anche madre di Baal.) connessi con culti della fertilità. Il dio Baal è così ucciso da Mot dio degli inferi, ma la sorella Anat lo ritrova e lo fa rivivere e con lui rinasce la natura, un mito molto simile a quelli esaminati in precedenza e a quelli che ancora esamineremo proprio a sottolineare la matrice comune di questi racconti.
 
Anche in questo mito la divinità maschile è legata al sacro albero. Un esempio sarebbe quello di EL, primo consorte di Anat e spesso confuso, anche perché i miti non sono ben definiti e presentano spesso, come già detto confusione, con BAAL.
 
Spesso il simbolo di El, il dio con le ali, è posto sopra il SACRO ALBERO, altro emblema di Asshur. In raffigurazioni più particolareggiate sopra lo stelo, a differenza della foto in questione, i fiori erano a volte sostituiti da melograni o coni di pino.
 
Inoltre la sacralità dell’albero visto come divinità la ritroviamo nei rituali di Primavera, durante i quali, ogni anno, veniva abbattuto un grande albero ( abbattimento=morte) e poi alzato nel sacro recinto per successivamente coprirlo di drappi e doni (un po’ il nostro albero del Maggio).
 
Un altro interessante mito è presente proprio qui in Italia, quello tra VIRBIO E DIANA, le cui tracce ritroviamo nello studio di Frazer sul Ramo d’Oro.
 
“…Sulle sponde settentrionali del lago [ di Nemi, N.d.A.] si erigeva il bosco sacro e il santuario di Diana Nemorensis, la Diana del Bosco…In questo bosco sacro cresceva un albero attorno a cui e probabile vedere, anche a notte inoltrata, una truce figura. Nella destra teneva una spada sguainata e si guardava continuamente d’attorno…Quest’uomo era un sacerdote e quando un nuovo individuo voleva occupare il suo posto per prendere il sacerdozio doveva uccidere il suo predecessore…non prima però di aver strappato un ramo dal succitato albero…La strana regola non ha alcun riscontro in tutta l’antichità classica e non si può spiegare per mezzo di essa…”
 
Queste le parole del noto antropologo James Frazer. Il mito ivi presente si rifà alla leggenda di Virbio, giovane cacciatore che trascorreva la vita nei boschi a caccia di belve, avendo come unica compagna la vergine cacciatrice Artemide. Fiero di quella divina compagna, egli disdegnava le donne e questa fu la sua rovina. Afrodite, offesa dalla sua indifferenza, fece innamorare di lui la matrigna Fedra; e quando il giovane respinse le turpi offerte della donna, lei lo accusò falsamente presso il padre Teseo, il quale credette alle menzogne di Fedra. Teseo si rivolse allora al proprio padre Poseidone perchè vendicasse l’immaginario affronto.
 
Mentre Virbio guidava il suo carro lungo le rive del golfo Saronico, il dio del mare gli mandò contro un toro feroce scaturito dalle onde. I cavalli, terrorizzati, si impennarono scaraventando Ippolito giù dal carro e lo trascinarono nel loro galoppo uccidendolo. Ma Diana, che amava il giovane, convinse il medico Esculapio a riportarlo in vita. Il mito è del tutto simile a quello già citato di Adone, Virbio è senza alcun dubbio l’immagine del Dio-Compagno della Dea precedentemente incontrato, l’archetipo di quei re-sacerdoti descritti nell’opera di Frazer, la cui vita, sempre spezzata da morte violenta, era legata ad un albero.
 
Se la tradizione del re del bosco è vista nell’ottica dei miti delle “Sacre nozze” ecco spiegato il perché del legame del dio-sacerdote ad un albero e il suo dover perire di morte violenta.
 
L’elenco potrebbe continuare ancora con le divinità Hittite Hepatu e Teshub, o con la dea Ma e il figlio-compagno dio delle tempeste, venerata nell’area della Cappadocia e poi arrivata tramite i romani in Italia e alla quale verrà dedicato il culto di Ma o Mamede la cui tracce possiamo trovare ancora oggi nel folklore italiano.
 
Divenuto infatti un santo cristiano con una vera e propria opera di sincretismo, il culto di San Mama lo troviamo ad esempio a Ca’ Campo, in provincia di Bergamo ove “la cappella è ufficialmente dedicata a San Pantaleone ma in realtà il culto popolare è tutto per san Mama, raffigurato come santo barbuto e con la palma del martirio, nella mano destra stringe una mammella.
 
Terminiamo il nostro viaggio tra la mitologia con la venere cretese, la dea dagli opulenti seni, associata a divinità maschili scarsamente importanti tanto da non avere un nome preciso come il dio delle asce bipenni di Creta o il toro bianco di Minosse.
 
La leggenda vuole infatti che Minosse, re dell’isola, chiedesse a Poseidone un bellissimo animale da immolargli. Il dio del mare mandò così al sovrano uno splendido toro bianco, ma l’avido re decise di tenerlo per se sacrificando alla divinità un altro animale, così, la divinità, colta da ira, fece infuriare la bestia che ingravidò Pasifae, la moglie del regnante, facendole procreare una creatura mostruosa. Al di là della veste classica del mito ritroviamo in esso l’accoppiamento della dea, rappresentata dalla regina e del dio raffigurato nel toro.
 
Proprio per capire meglio lo strettissimo legame tra il toro e la dea dobbiamo soffermarci di più su questo animale e sul suo simbolismo. Molti han pensato che l’associazione del toro o del bisonte con l’aspetto femminile sia dovuto al periodo di gestazione che per entrambi è nove mesi, in realtà Dorothy Cameron, in un suo lavoro, ipotizza l’associazione delle corna del toro con l’organo genitale femminile, le trombe di Falloppio, scoperte sicuramente dal primitivo durante operazioni di scarnificazione sui corpi dei morti.
 
Immaginiamo lo stupore del selvaggio quando, aprendo per la prima volta il ventre femminile, il “loco” dal quale proviene la vita, vede al suo interno un organo simile alle corna di un toro, e del resto questa “scoperta” la troviamo raffigurata in diversi vasi antropomorfi ove, rappresentante proprio all’altezza del bacino ci sono le corna taurine.
 
Ecco che il mito del Minotauro potrebbe esser considerato in questa nuova ottica, il labirinto altro non rappresenterebbe che l’utero della dea madre nel cui interno dimora il “toro universale”, l’organo genitale femminile che permette la vita e la procreazione.
 
Dopo questo breve excursus cerchiamo di tirare alcune ipotesi conclusive, soffermandoci su una analisi dei PUNTI COMUNI presenti in essi cercando di dare qualche spiegazione:

Il Dio maschile è sia Compagno che Figlio della dea

La dea assume spesso le sembianze o possiede gli attributi della vacca, suo animale totemico
 
Erodoto stesso ne “Le Storie” ci descrive come le donne di Babilonia almeno una volta nella vita dovevano prostituirsi nel tempio della dea come somma offerta alla divinità:
 
“…è d’obbligo che ogni dona del paese, una volta durante la vita, postasi nel recinto sacro di Afrodite  [il nome con cui lo storico identifica Inanna  o Isthar N.d.A.] si unisca con lo straniero…[…] quando una donna si asside in quel posto non torna più a casa se prima qualche straniero, dopo averle gettato del denaro alle ginocchia, non si sia congiunto a lei nel tempio…”
 
o come nel caso della prostituzione sacra dell’isola di Pafo che, secondo la leggenda, deriverebbe proprio dalle stesse sorelle di Adone che, fatta adirare la dea, furono condannate a darsi agli stranieri, e ancora in molte comunità dell’area cipriota ad esempio, una vergine, prima di potersi sposare e dunque “diventare donna” doveva prostituirsi ad uno straniero per denaro e poi offrire tali denari alla dea.
 
 A Biblo invece, come riportato da Luciano, durante i giorni di lutto per la morte di Adone le donne dovevano tagliarsi i capelli e, se si fossero rifiutate, avrebbero dovuto concedere per un giorno intero i loro favori agli stranieri presenti e cedere i guadagni al tempio.
 
Sicuramente quest’ultima tradizione è posteriore ai rituali di prostituzione precedentemente descritti, infatti l’offerta della capigliatura sarà una forma più mitigata della stessa. Il perché della capigliatura nasce dall’idea che essa era messa in relazione, nell’antichità, con la vegetazione palustre. Ed ecco ancora una nuova traccia, i capelli come vegetazione, il loro taglio come morte della generazione per propiziare la rinascita.
 
Nelle tradizioni ebraiche il ricordo di queste usanze è ancora molto forte, così, ad esempio solo le ragazze vergini possono  andar in giro con il capo scoperto e una volta che esse si sposano devono rasare i capelli e sostituirli con una parrucca.
 
E’ da questa concezione che deriverà poi l’idea di Dote, infatti senza dote nessuna donna si poteva sposare, e per ottenerla, una povera fanciulla poteva solo offrire il proprio corpo per procacciarsela.
Il dio subisce sempre un ciclo di morte e resurrezione in relazione con quello naturale e la sua novella vita è sempre legata alla dea

Il dio è sempre legato all’elemento arboreo
 
Per spiegare questi cicli dobbiamo fare delle osservazioni:
 
Tra i fenomeni naturali non vi è uno come quello della morte e della resurrezione che più si avvicina alla sparizione e alla ricomparsa della VEGETAZIONE. L’idea del ciclo solare è scarsamente applicabile o comunque successiva perché, anche se esso subisce un indebolimento durante il periodo invernale non subisce una vera e propria morte, idea smentita ogni giorno dal suo risorgere. Il dio è così un dio vegetazionale, come poi sottolineato dal suo stretto legame con l’ALBERO. Se dunque ipotizziamo che la “comparsa” del Dio sia in qualche modo successiva all’Androgino e legata all’agricoltura, si potrebbe così pensare che alla base del ciclo di morte e resurrezione sia il ciclo naturale dei campi, con la loro semina, crescita e morte.
 
Anche la stessa morte, sempre violenta, del Dio potrebbe così essere messa in relazione con la VIOLENTA DISTRUZIONE da parte dell’UOMO dei prodotti dei campi, falciati, battuti e poi ridotti in polvere.
 
Qualunque possa però essere la visione interpretativa di questi PUNTI COMUNI, la loro esistenza in miti di culture anche molto lontane tra loro avvalorano l’ipotesi di un culto UNICO, diffuso in un periodo che potremmo definire “Età dell’Oro”, ove le divinità erano la Grande Dea Generatrice e il suo Sposo
 

martedì 8 dicembre 2015

Enheduanna: storia di una principessa tre volte donna

ENHEDUANNA E GOETHE
Siamo diversi:
tu hai pensato e poi scritto i tuoi versi,
io ho dato vita alle mie poesie,
poi ho espresso il mio pensiero...
Ma sono la sacerdotessa dell'immenso dolore,
trascino via la tua terra dalle reti delle parole
mentre tu mi trascini al tuo Divano occidentale-orientale.
Siamo entrambi equilibristi sulla stessa corda
anche se destinati a due abissi diversi...
Amal al-Juburi (Iraq - 1967)

 
Dal passato della storia della Mesopotamia, emerge con tutto il suo splendore una figura di donna. E' una donna dei tempi antichi a cui va il merito di aver attraversato indenne la barriera del tempo, consegnandoci l'immagine di una donna dalla forte personalità, nessuno come lei ha saputo ricoprire il triplice ruolo di poetessa, sacerdotessa e principessa. Come poetessa si fa portavoce della cultura e della letteratura tutta al femminile, come lei c'è stata solo un'altra donna, la poetessa Saffo a cui viene spesso paragonata.
 
... La poesia di Enheduanna è una voce certa e ispirata: chiara, toccante, piena di punti di forza, che offre un pieno tributo alla passione, al potere e alla saggezza dell'autrice...Meador.
 
 
La principessa, media e gestisce gli affari e gli intrighi di suo padre, ambasciatrice di una terra divisa tra differenze culturali e linguistiche. In Enheduanna, troviamo un accorato appello alla dea Inanna affinché venga reintegrata nel suo ruolo di alta sacerdotessa di Nanna, quando Lugalzzaggisi o Lugallanna dopo aver conquistato gran parte del paese si proclamò signore del tempio di Nanna, spogliandola di tutte le sue prerogative in seno al tempio e alla sua comunità e condannandola all'esilio.
 
 ...Io, colei che qualche volta si sentì trionfante
fui scacciata dal santuario,
come una rondine
mi fecero volare via dalla finestra,
e la mia vita si consumò...
 
In seguito al successo delle truppe di Sargon, Lugallanna viene sconfitto, Enedhuanna ritorna trionfante al suo tempio ed eleva inni di ringraziamenti alla dea che incarna con la sua ierogamia.
 
...La più grande signora nello splendore della sala del trono
ha accettato le sue offerte
Nel cuore di Inanna è stata restaurata
Il giorno fu favorevole con lei,
era vestita per far risaltare la sua bellezza,
era vestita sontuosamente come una Signora
Come luce di luna crescente, era abbigliata
Quando Inanna apparve in questa visione
tutti benedissero a Ningal, la madre di Inanna
Tutti i celesti gridarono "Salve"...
 
Il castigo dell'usurpatore è terribile, castrato e accecato, Lugallanna viene rinchiuso in una gabbia ed esposto sulle mura di Nippur .Alla morte di suo padre, Enedhuanna assiste impotente all'uccisione di due dei suoi fratelli succeduti al trono paterno e al terribile evento sismico che sconvolse tutta l'area della Mesopotamia radendo al suolo il suo tempio.
 
Di tutti questi eventi tragici, troviamo tracce nella poesia accorata della sacerdotessa.
 
La dea dell'amore e della fecondità dei tempi felici della sua vita, quando tutta la sua poesia ruotava attorno al tema dell'amore, subisce una brutale trasformazione in divinità dalla forza terribile,ritenuta da Enheduanna la responsabile di tutti gli eventi drammatici che aveva affrontato : la distruzione del tempio, la profanazione e la sua cacciata dal tempio, l'esilio, l'uccisione dei suoi due fratelli, succeduti a Sargon. Sono questi gli avvenimenti che marcano in maniera sostanziale la scrittura di Enheduanna che lascia comunque trasparire una forza viva e appassionata che la proietterà in una dimensione senza tempo, dove la poesia diventa parte del rituale e della legittimazione di un ordine prestabilito.
 
Ma i suoi versi lasciano anche trapelare la forte carica emotiva dovuta alla complicata situazione politica dopo la caduta dell'Impero di Sargon, trasmettendo tutto il disagio morale dell'instabilità della sua epoca. Della sacerdotessa ci resta un disco conservato al museo dell'università della Pennsylvania. 
 
Questo disco di alabastro, raffigura la sacerdotessa nell'atto della celebrazione di una cerimonia religiosa in onore della dea Inanna, confermando il suo ruolo cardine in seno alla sua comunità e al tempio di Ur il centro religioso più importante di Sumer. Questo disco ritrovato da Leonar Wolley nel 1925, nella sezione C del Giparu, il complesso architettonico della somma sacerdotessa di Nanna ad Ur, dove Enhneduanna risiedeva, ci mostra Enheduanna mentre offre le libagioni rituali alla dea Ishtar. E' rappresentata nel tradizionale abbigliamento da Somma Sacerdotessa, vicino a lei due servitori. Il retro di questo disco , simbolo di Nanna il dio della luna, a cui era stata consacrata la vita di Enheduanna, riporta un iscrizione in cui ci ricorda di essere la figlia di Sargon, il re di tutto e la vera signora di Nanna.
 
E' una donna antica ma con una personalità forte e incisiva, una donna colta, creativa che in una società complessa come quella della Mesopotamia, riusciva a soddisfare il bisogno di ricoprire ruoli diversi. E' questo il motivo che rende Enheduanna una donna vicino ai nostri tempi.
 
Enheduanna, nacque attorno al 2300 a.C. figlia del re di Akkad Sargon ( 2334-2290 a.C.). La maggior parte degli scritti provenienti dalla biblioteca di Assurbanipal sono anonimi, mentre del talento religioso, politico e letterario di Enheduanna abbiamo numerose testimonianze scritte che ci permettono di identificare con certezza il nome della autrice. La storia di Enedhuanna, si intreccia con quella del suo potente padre, re Sargon, la cui vita ricorda sicuramente i racconti favolosi intorno alla nascita di fondatori d'imperi e di dinastie, per es. Ciro e Romolo, ma richiama alla mente anche l'avventura di Mosè esposto alle acque. Del re Sargon, ci è pervenuta la leggenda della sua vita, pubblicata nel 1870, due anni dopo la prima traduzione di George Smith.
 
In queste tavolette, fatte copiare da Assurbanipal da un iscrizione scolpita sulla base di una sua statua, Sharru-ukin, noto come Sargon, re di Agade', parlando in prima persona ci racconta l'evento straordinario della sua nascita:
 
Sharrukin , il re potente, il re di Agade, sono io.
Mia madre era una principessa ;
Mio padre io non lo conobbi ;
Il fratello di mio padre dimorava sul monte.
La mia città era Azupirani, che giace su la riva dell'Eufrate.
Mia madre, la principessa, mi concepì e mi partorì segretamente;
Ella mi pose entro una cesta di canne,
ne otturò con bitume la bocca, e mi abbandonò al fiume,
che non mi coprì.
II fiume mi portò verso Akki, il portatore d'acqua ;
Akki, lo scavatore d'acqua, mi raccolse nella bontà del suo cuore;
Akki, lo scavatore d'acqua, mi fece suo giardiniere.
La dea Ishtar mi concesse il suo amore
durante cinquantasei anni regnai.
Governai il popolo dalle teste nere.. .
 
Sargon of Akkad Iraqi Directorate General of Antiquities
 
Sargon, crebbe come figlio del portatore d'acqua, che in realtà era un coltivatore di palme da dattero e che gli insegnò il suo mestiere. Per l'influenza di una sacerdotessa del tempio di Ishtar, fu introdotto come servo nella casa comune del re Sumero Ur-Zababa di Kish. Qui ben presto raggiunse la posizione di coppiere degli dei, con il compito di offrire le bevande rituali agli dei.
 
La leggenda continua con il suo rifiuto di assecondare una richiesta del re di cambiare la libagione di birra al dio Enlil con una analoga ma di scarso valore. Nel periodo protodinastico, la legittimazione del re avveniva per approvazione del dio Enlil, il dio del vento e della primavera. Enlil offeso dall'oltraggio, delegittimò il re Ur-Zababa e impartì la benedizione al suo fedelissimo coppiere.
 
Qui termina la parte mitologica della leggenda. Il Sargon storico, era un ufficiale accadico di lingua semitica, diventato prima signore di Kish, andò in seguito a fondare una città tutta sua, la città di Agadè, il sito dove fu edificata non è stato ancora trovato, ma tutto fa pensare che si trovasse nei pressi di Babilonia, un importante luogo strategico per il completo controllo delle acque fluviali del Tigri e dell'Eufrate. Sargon , aveva conquistato il regno di Lugalzaggisi, il primo re ad aver unificato politicamente Sumer, strappando ad Urukagina il predominio sulle città di Lagash e Umma.
 
Khorsabad  the Palace of Sargon II
 
Sargon regnò dal 2371 al 2316 a. c. e la sua dinastia regnò fino al 2230 quando dovette cedere l'impero strappato a Lugalzaggisi ai Gutei. Con l'avvento al potere di Sargon, la vita culturale dei sumeri, fu invasa da un forte impulso creativo che modificò in maniera sostanziale l'impianto culturale posto alla base della civiltà sumerica, terminando di fatto quello che è conosciuto come primo periodo dinastico.
 
Alla lingua sumera, si sostituì l'accadico la lingua originale dei semiti che incominciò ad essere scritto nei caratteri cuneiformi dei sumeri che continuò tuttavia ad esistere come lingua religiosa, letteraria e ufficiale, lasciando comunque il ruolo principale all'accadico che ebbe una vita lunga come lingua della civiltà di un impero potente. Sotto di lui fu modificato anche l'assetto politico delle città stato che persero gradualmente la loro rilevanza politica a seguito dello spostamento del potere politico verso il centro politico di Akkad.
 
Enheduanna fu l'unica figlia femmina dei cinque figli di Sargon. Non si sa bene chi fosse la madre di Enheduanna, Tashlutum, moglie legittima di Sargon, parlava la lingua accadica, mentre Enheduanna usava il sumerico con un'eleganza stilistica che lascia presagire il completo dominio della lingua, probabilmente parlato da sua madre, una delle tante concubine del re.
 
Raggiunta l'età adulta, la principessa fu consacrata con un al dio della luna Nanna nel tempio di Ur.
 
Con il matrimonio divino, Enheduanna assecondava il volere del padre al matrimonio dinastico di sua figlia con le divinità, per colmare il divario esistente tra l'uomo e la divinità, tra il sovrano e il popolo. Enheduanna diventa la personificazione di Inanna, fondendo in un perfetto sincretismo l'Inanna sumera con l'Ishtar semitica.
 
Questo ruolo completamente nuovo per le principesse accadiche continuò ad esistere per centinaia di anni dopo la caduta dell'impero accadico, diventando di fatto una parte importantissima del potere secolare e religioso posto alla base della struttura mesopotamica. Enheduanna con il suo matrimonio, diventa il mediatore politico del potere di suo padre, come lui rappresenta il tratto d'unione tra il divino e il politico, tra la religione e lo stato, tra gli dei e i re.
 
Nei suoi inni, Enheduanna celebra allo stesso modo Sumer e Akkad, la lingua semitica e la lingua sumera, unisce due templi, due culti , due dee, ishtar e Inanna, guerra e amore, cielo e terra.
 
Tra tutte le funzioni ricoperte da Enedhuanna il ruolo predominante fu senza dubbio quello di Somma Sacerdotessa, la celebrazione dei riti associati alla nascita, alla fertilità, al raccolto alla morte, non sono altro che il percorso privilegiato della ritualizzazione per portare la donna al raggiungimento di una elevata posizione gerarchica della sacerdotessa iniziata al culto di una divinità maschile.
 
Le sue composizioni presentano molteplici sfaccettature che oscillano tra l'esaltazione al divino, la sensualità e i riti connessi al culto sacerdotale di Ishtar e di Nanna il suo divino marito. Ma è Inanna che per mezzo della raffinata poesia di Enedhuanna si trasforma nella divinità femminea per eccellenza.
 
... Le divinità femminili furono venerate e adorate in tutto il corso della storia sumerica...Però la dea che dominò, eclissò e sopravvisse a tutte fu una dea conosciuta con il nome di Inanna, "Regina del Cielo" dalle popolazioni sumeriche e con il nome di Ishtar dai semiti che vivevano a Sumer. Inanna rappresentò così un ruolo molto importante nei miti, nella epica e negli inni che qualsiasi altra divinità femminea... (S.N.Kramer)
 
Regina di tutti i Me
Sfolgorante di luce chiara
Donna vestita di luce
Il cielo e la terra sono i tuoi indumenti
Tu sei l'eletta, la santificata.
Oh tu grandiosa per le tue doti
Coronata dalla tua immensa bontà
Somma sacerdotessa, sei giusta
La tua mano si afferra ai sette poteri
Mia sovrana, tu dalla forza fondamentale
custode delle origini cosmiche essenziali
Tu esalti gli elementi
Legali alle tue mani
Riunisci in te i poteri
Imprigionali nel tuo cuore
Come un drago lanci veleno sulla terra dei nemici
Ruggisci come il dio della tormenta
Come il seme che imputridisce nella terra
Sei il fiume in piena che precipita già dalle montagne
Sei Inanna
Suprema in cielo e in terra
 

martedì 1 dicembre 2015

Le 120 Giornate di un Rettiliano

Nel suo tesissimo capolavoro pubblicato postumo ‘Salò e le 120 giornate di Sodoma’, Pierpaolo Pasolini descrive nei dettagli più turpi il funzionamento e gli scopi di una bizzarra e desolante cricca di pervertiti, dediti alla depravazione dei fanciulli ed al soddisfacimento dei loro luridi desideri erotici.
 

Guardando la pellicola (da poco restaurata) balza subito agli occhi come il riferimento politico e sociale a Salò ed alle tristissime fasi della sua ‘Repubblica’ nulla hanno a che fare con la narrazione.
 
La vicenda si poteva svolgere in qualsiasi epoca e momento storico, il contesto è infatti al tempo avulso dalle contingenze e quasi sospeso nel tempo.
 
Osservando le parti, si possono notare il quartetto delle autorità (laiche, nobiliari, imprenditoriali e religiose) nel ruolo di registi di ciò che accade, assistiti dalle meretrici/narratrici e dai ragazzi armati nel duplice ruolo di carnefici e vittime. In fondo alla piramide interna, un gruppo di adolescenti adescati oppure rapiti ed imprigionati in quel delirante girone dantesco della perversione.

In un crescendo di orrori, morte e sadismo, si giunge infine al ‘balletto’ di due carcerieri che si chiedono: ‘chi è il tuo fidanzato’? ‘Margherita’ risponde uno dei due.

Mi chiedo dove Pasolini abbia preso spunto per imbastire questa sorprendente sceneggiatura sui meccanismi del potere (oltre alle opere di De Sade) e mi chiedo inoltre quale sia il fine di questa fatica del geniale e prolifico regista friulano.

Secondo Paolo Franceschetti ed altri acuti osservatori, esiste una specie di società segreta paramassonica dedita al proprio compiacimento ed alla ritualizzazione della violenza e dell’omicidio.
 
Tale combriccola è composta da personaggi (uomini e donne) che rivestono sovente ruoli istituzionali o comunque elevati nella scala sociale e che si trasformano a piacimento in violenti depravati, proprio come accade nel romanzo ‘Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mister Hyde’ di Robert Louis Stevenson. La storia e la cronaca italiota è purtroppo piena delle gesta di questi loschissimi figuri. Essi traggono giovamento immediato dal partecipare ai loro osceni rituali in termini di accesso alle risorse sociali ed economiche (altrimenti interdette ai più) oltre che in termini di sublimazione e catalizzazione della loro energia distruttiva primordiale.

Difficile dire se oltre la piramide terrena esista una necessità sacrificale, un tributo da elargire a qualche divinità dell’ombra. Resta il fatto che tale nerissima società esercita un potente influsso sulla vita sociale della società degli uomini e lo fa forse da sempre.
 

Nel film, gli arredi, la musica, il parlare forbito e coltivato dei ‘registi’, la ‘location’ ... lasciano immaginare che tutta la società sia costruita attorno a loro ed in funzione dello svolgimento del loro peculiarissimo ruolo storico. E’ come se un contesto apparentemente civile ed evoluto sia in realtà un ideale scenario correlato per condurre e gestire esistente dedicate alla ritualizzazione della violenza e dell’omicidio. E’ questa la Matrix di cui si parla tanto oggi? Uno scenario ad uso e consumo di pochi eletti?
 

Resta da capire se Pasolini abbia in qualche modo fatto parte di questa ‘società’, come pare sia accaduto a Rino Gaetano per esempio, e se abbia desiderato rivelarne alcuni aspetti al grande pubblico.

Una vicenda simile coinvolse Stanley Kubrick con il suo ‘Eyes Wide Shut’, in cui la ‘combriccola’ si comporta in modo assai simile a quella del lavoro pasoliniano. Sessualità codificata, perversioni ritualizzate, contesto aulico e riservato, sacerdote oscuro in azione nelle vesti di un ignobile regista. Simili sono inoltre la fotografia e la location. Anche nel caso di Kubrick, il film è uscito postumo, forse perché chi osa rivelare i segreti dell’associazione muore?
 
 

lunedì 9 novembre 2015

Kubrick e Pasolini... Due film, un solo destino.

Tu chiamalo, se vuoi, movente esoterico. Nasce dalla chiave di lettura “simbolica” dell’evento, quella che fa caso a dettagli in apparenza insignificanti, senza valore per la verità giudiziaria. In base a questa analisi, Pasolini sarebbe stato assassinato con le modalità del sacrificio rituale, in base alla “pena del contrappasso” enunciata da Dante Alighieri, per due ragioni sostanziali.
 
La prima: aveva denunciato la subdola ferocia del potere mettendo alla berlina, col romanzo “Petrolio”, i mandanti dell’omicidio Mattei. E soprattutto, attraverso le atroci sequenze del suo ultimo film, “Salò”, ispirato al romanzo del marchese De Sade “Le 120 giornate di Sodoma”, aveva osato mettere in scena l’abominio di perversioni sessuali violente, fino alla morte delle giovani vittime, perpetrato da una super-casta annidata tra i massimi vertici.
 
Non un incubo o una fantasia terribile, ma l’agghiacciante rappresentazione di una realtà indicibile, sostiene Stefania Nicoletti. Per questo Pasolini è stato ucciso, e in quel modo: con “Salò”, film strettamente collegato all’omicidio (le pellicole rubate), aveva denunciato una pratica selvaggia, di spaventosa brutalità, tragicamente ordinaria in alcuni ambienti insospettabili.
 
Stefania Nicoletti collabora da anni con l’avvocato Paolo Franceschetti, già legale delle “Bestie di Satana” e indagatore dei più controversi casi di cronaca, da Cogne al Mostro di Firenze. La tesi è suffragata da osservazioni inconsuete: molti delitti di cui parlano i media sono fatti di sangue solo in apparenza inspiegabili; in realtà si tratta di veri e propri “sacrifici umani”, compiuti da esoteristi che agiscono al riparo di potentissime protezioni, anche istituzionali.
 
Salò o Le 120 Giornate di Sodoma
 
Quello che viene esibito – le indagini inconcludenti, il capro espiatorio socialmente fragile – non è che un copione per depistare l’opinione pubblica.
 
La verità, ripete Franceschetti, è che ogni anno, in Italia, spariscono centinaia di minori. «Dove finiscono? Molti loro nel gorgo del traffico di organi, e altrettanti – appunto – nella potentissima rete dei pedofili: gente che arriva a pagare cifre folli per gli “snuff movie”, i film dove la giovane vittima viene violentata e seviziata fino alla sua morte», come appunto nel film di Pasolini. Ed ecco allora l’altro movente, quello occulto, che si salda con la volontà di eliminare e “punire” una voce troppo coraggiosa, lo scrittore che in “Petrolio” (uscito postumo) accusò Eugenio Cefis per la morte di Mattei, il “padre” dell’Eni temutissimo alle Sette Sorelle in quanto filo-arabo.
 
«Spesso il movente del delitto di un personaggio scomodo non è uno solo, ma sono più moventi insieme, che non si escludono a vicenda ma anzi sono complementari, come sono complementari gli interessi e le entità che vogliono la morte di un determinato personaggio inviso al sistema», scrive Stefania Nicoletti sul blog di Franceschetti.
 
E’ il caso, appunto, di Pasolini, sul quale si è scritto di tutto, anche di recente. Nel 2009, ad esempio, è uscito per “Chiarelettere” il libro “Profondo nero” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, che porta avanti la tesi Eni-Cefis-Mattei e che contiene anche un’intervista a Pino Pelosi, il “ragazzo di vita” che era con Pasolini quella tragica sera, il 2 novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia (alla pista-Eni ha dato risalto, tra gli altri, anche il blog di Beppe Grillo). Nell’agosto 2012, continua la Nicoletti, è arrivata la sentenza della Corte d’assise di Palermo sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, ucciso nel 1970 perché stava indagando sulla morte di Enrico Mattei.
 
Enrico Mattei
 
Una sentenza, dunque, dopo 40 anni. De Mauro? Ucciso per paura che rivelasse i mandanti del sabotaggio dell’aereo di Mattei, precipitato a Bascapè sulle colline dell’Oltrepo Pavese.
 
«La causa scatenante della decisione di procedere senza indugio al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro – scrivono i giudici – fu costituita dal pericolo incombente che egli stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè, violando un segreto fino ad allora rimasto impenetrabile e così mettendo a repentaglio l’impunità degli influenti personaggi che avevano ordito il complotto ai danni di Enrico Mattei, oltre a innescare una serie di effetti a catena di devastante impatto sugli equilibri politici e sull’immagine stessa delle istituzioni». Mauro De Mauro, aggiunge la Nicoletti, stava collaborando con il regista Francesco Rosi per il film “Il caso Mattei” e scomparve nel nulla poco prima dell’incontro previsto con Rosi. Cinque anni più tardi, Pier Paolo Pasolini stava indagando sulla stessa pista e aveva scoperto le stesse cose, venendo in possesso di documenti riservati su Eugenio Cefis. E fece la stessa fine di De Mauro.
 
Nel dicembre 2013, poi, escono articoli di giornale che parlano di “svolta” nell’inchiesta per il delitto Pasolini. Dopo 38 anni, scrive Nicoletti, gli inquirenti si accorgono che forse c’è qualcosa che non va nella versione ufficiale e riaprono le indagini. La notizia è che ci sono dei sospetti sui complici di Pino Pelosi: nuovi elementi confermerebbero che a partecipare all’omicidio sarebbero state più persone. «Sono stati ascoltati 120 testimoni, di cui molti non erano mai stati sentiti in precedenza». In articoli come quelli pubblicati dal quotidiano “Il Tempo”, sottolinea la Nicoletti, viene rimarcato più volte che i testimoni sono proprio 120: numero ripetuto per ben tre volte nelle prime righe.
 
«Quando lessi l’articolo, questo particolare mi suonò strano, perché avrebbero anche potuto scrivere “un centinaio” oppure “oltre cento testimoni”. Quel 120 così preciso – scrive la Nicoletti – mi ha ricordato il titolo “Salò o le 120 giornate di Sodoma”», il film “maledetto” che Pasolini aveva ultimato pochi giorni prima di essere ucciso. «È probabile che in questo articolo e nell’intera operazione sia celato qualche messaggio, dato che è proprio nel film in questione che si può trovare uno dei moventi dell’omicidio». In “Salò”, aggiunge Nicoletti, «Pasolini aveva raccontato ciò che accade all’interno delle organizzazioni che detengono il potere».
 
La morte di Pasolini
 
Nello stesso articolo del “Tempo” si parla di «reperti esaminati in passato e ora recuperati dagli investigatori, per avviare nuove analisi utilizzando tecniche scientifiche che precedentemente non esistevano». Di quali reperti si tratta? «Risulta che all’epoca dei fatti venne cancellato o manomesso tutto ciò che poteva essere utile alle indagini: non venne recintato il luogo del delitto, le prove e le tracce vennero cancellate, l’auto di Pasolini venne lasciata incustodita, in modo che chiunque avrebbero potuto mettere o togliere indizi». Dunque, conclude l’analista, «non si capisce quali “reperti” siano ancora validi e possano essere analizzati scientificamente». Un anno dopo, nel dicembre 2014, si parla ancora di “svolta” nelle indagini: le analisi del Dna sugli abiti di Pasolini rilevano tracce di altre 5 persone.
 
Dalle macchie di sangue è stato estratto il codice genetico di altri possibili sospettati, complici quindi di Pelosi. Ma due mesi dopo, nel febbraio 2015, arriva subito un’altra notizia: il test del Dna non risolve il caso, perché il materiale biologico “non è attribuibile”, né collocabile temporalmente.
 
«I magistrati hanno consegnato al gip la richiesta di archiviazione. E dunque l’inchiesta sul delitto Pasolini, riaperta nel 2010, dopo tutti questi annunci di presunte “svolte”, viene di nuovo archiviata». Ma nel 2014, quando l’inchiesta è ancora aperta, Pino Pelosi continua a fare dichiarazioni e viene convocato dalla Procura di Roma per essere interrogato di nuovo. Queste sono alcune delle sue affermazioni: «Quella notte all’Idroscalo c’erano tre automobili, una motocicletta e almeno sei persone, ma non sono in grado di dire chi fossero. Oltre all’Alfa Gt di Pasolini, c’era una Fiat 1300 e un’altra Alfa identica a quella di Pier Paolo. Era buio pesto e ho visto arrivare sul posto due automobili e una motocicletta.
 
C’erano almeno sei persone, e due individui hanno trascinato Pier Paolo fuori dall’abitacolo. In un primo momento sono riuscito ad allontanarmi, fuggendo. Da dove mi trovavo sentivo Pier Paolo gridare e chiedere aiuto, ma nulla di più. Sotto al tappetino dell’automobile di Pier Paolo, Pino Pelosi oggic’erano 3 o 4 milioni di lire. Denaro che non venne ritrovato insieme alla vettura». In più, «l’esame del radiale dell’Alfa di Pasolini, che avrebbe dovuto investirlo e schiacciarlo quando era già a terra, uccidendolo, non è stato mai effettuato».
 
Il pm Francesco Minisci gli domanda di chiarire alcuni aspetti relativi al possesso – all’epoca dei fatti – di una Fiat 850 Coupé. Automobile che, a detta di un testimone, sarebbe stata rubata e poi fatta circolare con targhe “buone”. E Pelosi risponde: «Dovrebbero andare a bussare alla porta della cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, che denunciò il furto della macchina del regista, poi ritrovata a Fiumicino, e a quella di Ninetto Davoli che, a distanza di anni dai tragici eventi, fece distruggere l’Alfa Gt del regista». In effetti l’auto di Pasolini è stata demolita da Davoli nel 1987, come risulta anche alla motorizzazione di Roma. «Queste di Pelosi sono dichiarazioni importanti, che andrebbero quantomeno approfondite», annota Nicoletti. «Ma l’inchiesta, come abbiamo già visto, è stata archiviata».
 
Intanto, nel settembre 2014, esce il tanto atteso film “Pasolini” di Abel Ferrara, pubblicizzato come “film verità” sull’ultimo giorno di vita e sull’omicidio, con promesse di rivelazioni clamorose. Il regista americano dichiara alla stampa di conoscere la verità sul delitto Pasolini e di rivelare il vero autore dell’omicidio, con tanto di nome e cognome. «Promesse assolutamente disattese: infatti nel film non solo non viene fatto il nome del vero assassino, ma viene messa in atto una vera e propria azione di depistaggio».
 
Pino Pelosi oggi
 
Nelle scene finali viene ricostruita la notte dell’omicidio, continua Nicoletti: «Secondo Abel Ferrara, a uccidere Pasolini non è stato Pelosi – e fin qui va bene – ma un gruppo di sbandati che lo ammazzano perché è ricco e vogliono derubarlo, e perché è omosessuale. Per tutta la sua durata, il film fa credere di voler dare un’ipotesi alternativa sulla dinamica dell’omicidio e sugli esecutori, citando anche brani del romanzo “Petrolio”. Si arriva alla fine del film con tante attese e speranze…
 
E in effetti l’ipotesi alternativa viene data, ma essa è ancora più depistante di quella ufficiale». Esiste invece un altro film, pronto già nel 2012 ma che non è mai riuscito a trovare una distribuzione. Si intitola “Pasolini, la verità nascosta” e il regista è Federico Bruno, che ha ricostruito l’ultimo anno di vita di Pasolini: la stesura del libro “Petrolio” e i capitoli mancanti sull’Eni e sul delitto Mattei, la preparazione del film “Salò” e il furto delle bobine (i negativi), le ultime interviste alla tv francese e a Furio Colombo. «Il film smentisce la tesi ufficiale, portando nuove inedite informazioni. E lo fa davvero, non come quello di Ferrara.
 
Per questo motivo, il film di Federico Bruno è stato boicottato e non distribuito in Italia, rifiutato da tutti, anche dai parenti Pasolini; mentre invece il film depistante di Abel Ferrara è stato finanziato dallo Stato, appoggiato dagli eredi di Pasolini, e persino presentato in concorso al 71° Festival del Cinema di Venezia».
 
Abel Ferrara
 
Negli ultimi mesi, continua Stefania Nicoletti, è stato annunciato un altro film, che uscirà a febbraio 2016: “La macchinazione” di David Grieco, amico e collaboratore di Pasolini, e anche autore della memoria civile al processo Pelosi. Il film racconterà gli ultimi tre mesi di vita di Pasolini. «In alcune interviste, Grieco afferma che Pasolini è stato ucciso dall’organizzazione che ha compiuto tutte le stragi italiane (che lo stesso Pasolini aveva denunciato nel suo celebre “Io so” e in altri articoli) e messo in atto la strategia della tensione, servendosi di uomini dei servizi segreti e di Gladio». Lo dichiara apertamente, Grieco, intervistato dal “Piccolo” di Trieste: «Pasolini è stato ammazzato da quelli che hanno fatto tutto quello che è stato fatto dal ’69 in poi in questo paese: le stragi, la strategia della tensione, gli omicidi politici, le bombe sui treni, la stazione di Bologna, piazza della Loggia, eccetera. L’organizzazione era molto vasta e quindi non parlo materialmente delle stesse persone. È un’organizzazione che nasce all’alba della Liberazione, quando gli americani arrivano in Italia, l’esercito tedesco è in rotta e loro già stanno pensando a come fronteggiare il nemico sovietico».
 
«Si crea uno Stay Behind che in Italia si chiama Gladio, organizzazione clandestina ma fino a un certo punto perchè in America è pienamente nota ed è presente in tutti i rapporti della Cia al congresso americano», continua Grieco, che spiega che Gladio «serve a fare qualsiasi cosa purché il comunismo non si espanda e non prenda piede nella parte occidentale o meridionale d’Europa. Qualunque mezzo è lecito». Leggendo queste dichiarazioni, Stefania Nicoletti si domanda: «Come mai David Grieco, amico storico di Pasolini, parla pubblicamente solo adesso? Come mai non l’ha detto prima, anziché aspettare 40 anni? Forse è il segno che “qualcuno” ha deciso che certe verità devono emergere in questo momento storico». Oltre al film che sta realizzando, Grieco ha pubblicato anche un libro: “La macchinazione. Pasolini, la verità sulla morte”, uscito da poche settimane, edito da Rizzoli. Grieco fu tra i primi a raggiungere il luogo in cui fu trovato il corpo senza vita di Pasolini, insieme al medico legale Faustino Durante, anche se «risultava che sul luogo del delitto non fosse mai stato convocato un medico legale». Inoltre, Grieco è stato il compagno di Bruna Durante, figlia del medico legale.
 
David Grieco
 
Se l’infinita odissea processuale – proprio come quelle delle stragi e dei casi di cronaca “irrisolti” – naufraga in un mare di ombre, sospetti, menzogne e depistaggi, Stefania Nicoletti si concentra sul profilo “simbolico” della vicenda, sempre trascurato. «A mio parere – scrive – nella scelta del luogo e nella modalità dell’omicidio, è stata applicata più volte la legge del contrappasso».
 
L’Idroscalo è un aeroporto (per gli idrovolanti), e Pasolini «aveva scoperto la verità sull’omicidio di Enrico Mattei, morto in un incidente aereo». Un “contrappasso per analogia”? «Anche nella messa in scena del movente sessuale possiamo trovare un contrappasso: l’hanno ammazzato nei luoghi degradati e negli ambienti violenti che aveva sempre descritto nelle sue opere.
 
Le borgate, i ragazzi di vita, l’omosessualità. Da un lato era un ottimo modo per avere una rapida risoluzione del caso e per poi continuare ad infangarne la memoria, dall’altro fu un omicidio per analogia: ti facciamo morire come uno dei tuoi personaggi. Stessi luoghi, stesse persone, stesse modalità».
 
Ancora cinema: alla fine del 2013 è stata annunciata la pubblicazione di una sceneggiatura risalente al 1959 e rimasta finora inedita, “La Nebbiosa”, in cui Pasolini aveva descritto un omicidio uguale al suo. La trama: un gruppo di teppisti sequestra un omosessuale, lo conduce in uno spiazzo deserto e lo picchia a sangue fino alla morte. I giornali parlano di “visione profetica”, scrivendo che Pasolini “sapeva come sarebbe morto” e che “ha anticipato lo scenario” del suo omicidio. «In realtà, non è che sapeva come sarebbe morto, e nemmeno ha anticipato o profetizzato la sua morte», puntualizza Stefania Nicoletti. «Invece è il contrario: l’hanno ucciso come il personaggio di questa sua opera inedita ora pubblicata. E anche qui possiamo quindi trovare la legge del contrappasso». Secondo la Nicoletti, «è la stessa operazione che fecero con Rino Gaetano e la sua canzone “La ballata di Renzo”», in cui il cantante descrisse la morte di un giovane rifiutato da più ospedali e morto dissanguato nella notte, come in effetti poi accadde all’autore di “Nun te reggae più”. «Anche nel caso di Rino Gaetano si disse che aveva profetizzato la sua morte molti anni prima, quando invece fu il contrario: lo uccisero come in quella sua canzone».
 
Rino Gaetano
 
Sulla storia descritta ne “La Nebbiosa”, il quotidiano “Libero” scrive: «L’alba è vicina e i ragazzi caricano in macchina un omosessuale, lo portano in uno spiazzo isolato, lo spogliano e lo massacrano a sangue. Una scena che sconvolge perché ricorda molto da vicino proprio le modalità con cui Pasolini verrà ucciso nel 1975 al Lido di Ostia. Talmente da vicino che, se stessimo scrivendo un giallo e non un articolo, potremmo ipotizzare che chi ha ucciso Pasolini avesse letto il copione e avesse tutto l’interesse a farlo scomparire.
 
Quasi che “La Nebbiosa” potesse contenere quei segreti sulla morte dello scrittore che nemmeno la magistratura è mai riuscita del tutto a chiarire». Preveggenza, appunto, o piuttosto esecuzione progettata sulla base del copione narrato dalla stessa vittima? Per questo Stefania Nicoletti si concentra su “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, l’ultimo film di Pasolini, uscito postumo due mesi dopo la sua morte. Il regista terminò il montaggio proprio il giorno prima di essere ucciso. Film legato a doppio filo all’omicidio: non solo perché si conclude con una strage, ma perché finì direttamente nelle indagini a causa di materiale cinematografico rubato e poi utilizzato per condizionare il regista, forse addirittura per tendergli l’agguato mortale.
 
E’ noto infatti l’episodio delle bobine di “Salò” rubate alla Technicolor: unico caso nella storia del cinema di furto di “pizze” con richiesta di riscatto (due miliardi di lire). Pasolini si rifiutò di pagare: disse al produttore che avrebbe ricavato un negativo da un positivo e che avrebbe fatto a meno degli originali. Poco dopo, continua Stefania Nicoletti, un personaggio oscuro della malavita romana – si dice che fosse un esponente della Banda della Magliana – andò dal regista Sergio Citti e gli disse di essere in possesso delle pellicole e di poterle restituire anche gratis se avesse organizzato un incontro con Pasolini.
 
Fu lo stesso Citti, amico e collaboratore del regista, a raccontare l’episodio nel 2005, dichiarando anche di non essere mai stato chiamato a testimoniare (secondo il regista Federico Bruno, invece, Citti sarebbe stato ascoltato dagli inquirenti). Pasolini dapprima rifiutò l’incontro per la restituzione delle “pizze”, non fidandosi dell’ambiente da cui proveniva la proposta. Ma in un secondo momento accettò, convinto da Pino Pelosi, che conosceva da qualche mese. «Pelosi fece quindi da esca – consapevole o meno – alla trappola tesa per portare Pasolini a Ostia e ucciderlo».
 
Sergio Citti con Pasolini e Ninetto Davoli
 
Il film “Salò” è ispirato al romanzo del marchese De Sade “Le 120 giornate di Sodoma”, ma Pasolini ne colloca l’ambientazione tra il 1944 e il 1945, nel Nord Italia occupato dai nazifascisti durante la Repubblica Sociale Italiana (da cui il titolo “Salò”). In una villa isolata, si riuniscono quattro rappresentanti del potere: il Duca, il Monsignore, l’Eccellenza (Giudice di Corte d’assise), e il Presidente (di una banca).
 
I quattro Signori fanno rapire decine di ragazzi e ragazze, e nella villa infliggono loro ogni tipo di violenza e tortura psicologica, fisica e sessuale. Con il passare del tempo, i giovani perdono la dignità umana e si abbandonano al loro destino, consegnano il proprio corpo e la propria anima ai Signori. Giunti quasi al termine delle 120 giornate, in cerca di una violenza sempre più intensa, i Signori decidono di passare alla forma più estrema di “piacere”: quello assassino, uccidendo la maggior parte dei ragazzi. «È un film scioccante, crudele, terribile.
 
Ma è più di un film… racconta la realtà. Una realtà che non si riferiva solo al periodo in cui è ambientato – afferma Stefania Nicoletti – ma che esisteva anche negli anni ’70 quando Pasolini ha scritto e girato il film, e che continua ad esistere anche oggi».
 
Una realtà «fatta di abusi atroci, di torture sessuali, di delitti rituali commessi da coloro che detengono il potere, i cosiddetti “insospettabili”, professionisti e persone rispettabili, i vertici del Sistema». Ne parlò anche il blog di Franceschetti nel 2011, riportando «testimonianze di sopravvissuti a un sistema di abusi simili a quelli descritti da Pasolini». Nel film “Salò”, i quattro Signori «rappresentano i rami del potere: nobiliare, ecclesiastico, giudiziario, economico-bancario». Il vero potere. «Nel film i quattro potenti assoldano dei giovani repubblichini di leva e delle SS, e li incaricano di rapire i ragazzi e portarli alla villa. Le milizie nazifasciste rappresentano sia il potere militare (ma a livelli bassi: non sono generali o comunque ufficiali) sia quello politico, che è subordinato agli altri poteri: i quattro Signori si servono dei repubblichini per raggiungere i loro scopi». Il film è suddiviso in quattro parti, che richiamano nel titolo la geografia dantesca dell’Inferno: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue. Chi conosce il blog di Franceschetti sa quanto siano importanti Dante e la Divina Commedia per le società segrete, sia quelle originarie (iniziatico-libertarie) che quelle più recenti e deviate: «Pasolini, che conosceva bene il sistema in cui viviamo, in questo film ha descritto proprio le organizzazioni massoniche ed esoteriche “nere” che compiono abusi e delitti rituali; e forse, con il richiamo all’Inferno, ha voluto darci un’ulteriore indicazione sulla natura di ciò che ha raccontato».
 
Un'immagie dell'ultimo film di Pasolini
 
Un altro particolare che Pasolini ha preso dalla realtà, continua Stefania Nicoletti, è la modalità del rapimento: «I giovani vengono scelti in base a determinate caratteristiche, e vengono strappati dalle proprie famiglie; ma talvolta sono invece i loro stessi familiari che li vendono». Inoltre prendono parte alle sevizie anche le figlie dei quattro super-potenti, trattate come schiave. Significativo anche il fatto che, secondo il regolamento della villa, “i più piccoli atti religiosi, da parte di qualunque soggetto, verranno puniti con la morte”.
 
Nel film come nella realtà, infatti, «all’interno di queste organizzazioni occulte viene osteggiato qualunque tipo di religiosità o di spiritualità autentica, per lasciare spazio invece a quella deviata», scrive la Nicoletti. «Chi “tradisce” il regolamento viene ucciso, come la ragazza a cui nel film viene tagliata la gola davanti a un altare religioso, e il corpo viene mostrato a tutto il gruppo come monito».
 
Molto eloquente il discorso che il Duca pronuncia quando “accoglie” le giovani vittime nella sua villa: «Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti».
 
Stefania Nicoletti
 
Una logica che «esprime perfettamente quello che succede davvero all’interno delle organizzazioni di potenti che commettono abusi e delitti come quelli narrati». Nella sua ultima intervista televisiva, concessa a una tv francese il 31 ottobre 1975 (due giorni prima della morte), in occasione dell’uscita del film, Pasolini affermò: «Il cannibalismo? In certi ambienti è un fatto politico reale, in certi ambienti è un fatto politico metaforico».
 
Insomma, a una lettura attenta e profonda, secondo Stefania Nicoletti «si può capire come Pasolini abbia usato l’espediente dell’ambientazione durante l’occupazione nazifascista per raccontare una realtà molto più grande e attuale». “Salò” illuminerebbe un vero e proprio inferno, retroterra di troppe sparizioni “inspiegabili”, delitti eccellenti, fatti di sangue che restano senza colpevoli.
 
E sparizioni di centinaia di minori, in Italia e nel mondo, ogni anno. «Una realtà fatta di violenze e di abusi rituali, di delitti e di sacrifici umani. Una realtà che coinvolge i vertici del potere, ma che viene sistematicamente occultata. Qualcosa di molto pericoloso, che Pasolini non avrebbe dovuto raccontare e che ha pagato con la vita».

giovedì 15 ottobre 2015

Quel brutto pasticcio dell'ISIS

Perchè Obama è così arrabbiato con Putin?
 
Uno dei maggiori proventi finanziari dell'ISIS è il contrabbando di petrolio verso la Turchia (NATO) che poi lo spaccia agli amici degli amici (americani, britannici eccetera).
 
Da anni le strade dai pozzi e dalle raffinerie verso la Turchia sono trafficate da camion cisterna dell'ISIS e di Al Qaeda ma mai nessun aereo americano, saudita o di altra nazione della coalizione di Obama le ha mai interrotte.... fino a quando non è arrivata l'aviazione russa a farlo.
 
Il Pentagono sta "valutando" se gli Stati Uniti debbano usare la forza militare per proteggere i ribelli anti-Assad da essi addestrati in Siria se questi vengono bersagliati dai raid della Russia.
 
Dimenticandosi di dire che fu proprio dal sostegno e dall'addestramento a quei ribelli che emerse il fenomeno ISIS, propedeutico come visto appena sopra agli interessi statunitensi...
 
Lo si apprende da fonti ufficiali dello stesso dipartimento della difesa, anche se finora il ministro, Ash Carter, ha rifiutato di parlarne. Secondo le fonti, che hanno chiesto di restare anonime, se ne discute all'interno dei vertici militari e fra i dirigenti politici del Pentagono, dove si valutano i pro e i contro e i rischi connessi a un'eventuale uso della forza in risposta agli attacchi russi. C'è anche il timore che fra Russia e Stati Uniti si inneschi una pericolosa escalation di contatti armati.

Le bombe russe non avevano ancora toccato il suolo, che già tv e altri media occidentali urlavano la propaganda americana: “Hanno ammazzato dei bambini!”, “Hanno colpito non l’ISIS ma l’opposizione moderata”, (cioè Al Qaeda…).
 
“Hanno sbagliato bersaglio! Usato bombe non guidate, sono schiappe!” (The Aviationist). Praticamente tutti i media americani, dovendo citare Assad, lo fanno precedere da sereni appellativi come: “Il boia di Damasco”, il “Mostro”, colui che “ha gassato il suo popolo” (accusa comprovata falsa già da due anni: nel 2013 furono i ‘ribelli moderati’ a gettare il gas nervino, apposta per provocare l’intervento occidentale).
 
La Francia “apre un’inchiesta contro Assad per crimini contro l’umanità”. Ha le prove. Come no: un “fotografo del regime”, nome in codice Cesar, incaricato dal regime medesimo di fotografare i morti e torturati dal suddetto e medesimo regime, è fuggito a Parigi con 55 mila foto di cadaveri straziati. Proprio adesso. Tutto vero: il Corriere lo mette a pagina 2.
 
Maria Zakharova, la portavoce di Lavrov, Ministro degli Esteri di Mosca, s’è stupita coi giornalisti della rapidità con cui sono comparse foto dei civili feriti. “Sappiamo come si fanno queste foto”, ha detto ricordando “Wag the Dog”, il film del ’97 con De Niro e Dustin Hoffman (in Italia, “Sesso e Potere”) che narra della fabbricazione di una guerra degli Usa contro l’Albania, tutta fatta al photoshop e con effetti speciali elettronici tv.
 
E’ tutto un gran dispiacere perché, come ha ammesso un think tank di Londra, “la Russia sta danneggiando Al Qaeda, il che è una brutta cosa” (a bad thing). Il think tank che s’è lasciato sfuggire il disappunto è il Royal United Services Institute (RUSI), una emanazione dei servizi. Al Qaeda (oggi Al Nusrah) è adesso “l’opposizione moderata”. Il noto generale Petraeus, solo due mesi fa’ ha apertamente spiegato al Senato che Al Qaeda è oggi l’alleato migliore degli Usa per “ debellare l’ISIS” (leggi: cacciare Assad) e va’ quindi armata ben bene.
 
Cosa un po’ difficile da far ingollare all’opinione pubblica americana, per quanto manipolata: scusate, ma non è Al Qaeda che – come ci avete detto voi – ha ucciso 3 mila americani nelle Twin Towers l’11 Settembre? E adesso dovremmo allearci con questi? Ma qualcuno l’ha pur ingollata: per esempio Radio Radicale, che mai come oggi s’è rivelato un asset neocon americanista, leggendo religiosamente solo i giudizi del New York Times, del Washington Post, ma soprattutto del Wall Street Journal, senza dimenticare l’organo francese dei Rotschild, Libération, il più scatenato (si sa, Putin è omofobo..).
 
La tesi generale della propaganda è: Putin, bombardando Al Qaeda, “aiuta l’ISIS” invece di combatterlo. “Getta benzina sul fuoco della guerra civile”, ha lamentato Washington (che ha gettato benzina sul fuoco di tutte le guerre civili che le piacciono, dall’Ucraina alla Libia, dall’Irak alla Somalia…).
 
In realtà, la ragione tattica delle prime azioni russe è trasparente: anzitutto, ha “ripulito gli angolini” attorno alla propria base aerea, l’aeroporto di Jableh. La prima ondata ha neutralizzato centri di comando, depositi di carburante e munizioni, nidi d’artiglieria e blindati di Al Qaeda (diciamo Cia) a Ghmam e Deir Hana, due città del governatorato di Latakia, a 25-30 chilometri da Jableh. La seconda ondata ha centrato Latamneh et Kafr Zita, nel governatorato di Hama, a 30-40 chilometri dal “suo” aeroporto. La terza ondata ha colpito bersagli nel governatorato di Homs, a 30-50 chilometri a sud-est diJableh. Così, Al Qaeda (o la Cia, diciamo) non potrà più curiosare o insidiare le seguenti operazioni.
 
Da qui il dispetto generale.
 
Del resto è comprensibile. La decisa azione russa ha denudato l’ipocrisia americana che, a capo di una “coalizione” che comprende i sostenitori dei terroristi takfiri (Sauditi, Katar, Erdogan) “bombarda l’ISIS” da due anni sì, ma con rifornimenti paracadutati, secondo il governo iracheno che lo sta combattendo davvero. Putin ha visto il bluff, ora ad Obama non resta che in qualche modo accodarsi, a parole, e rassegnarsi alla neutralizzazione de suoi terroristi; ed accettare in qualche modo una “transizione” che non solo comporta la presenza di Assad (e delle minoranze che garantisce) nella futura sistemazione, ma il mantenimento delle strutture istituzionali. Il tutto, con un prevedibile trionfo non solo militare ma etico e politico di Mosca. In Europa, i tagliagole non hanno acquisito una gran popolarità, con le loro decapitazioni, ed il fatto che Putin li stia cercando di eliminare non può esser fatto passare come una violazione di “diritti umani” o un atto d’inciviltà.
 
In Medio Oriente, tutti i leader di quell’area hanno visto che Mosca non ha tradito l’alleato pericolante, ma lo sostiene con le sue armi; armi che, si può indovinare, avranno presto una più grossa quota di mercato. L’Iran trionfa, anzi tutto l’asse sciita. La Turchia è mal messa. In Israele si stanno certo chiedendo che fare se Mosca sostituisce Washington come egemone regionale…per fortuna tanti ebrei parlano russo.
 
Il rovesciamento del dato geopolitico è immenso. Le sue conseguenze si sono appena cominciate a vedere. “Riad non esclude il ricorso alla forza militare per cacciare Assad”, ha proclamato il ministro degli esteri saudita (si chiama Adel al-Jubeir) .
 
Patetico. L’orribile monarchia saudita che decapita e crocifigge giovani per reato d’opinione (strano che Parigi non apra un dossier per i crimini contro l’umanità per la crocifissione di Ali Al-Nimr) deve guardarsi dal nemico interno.
 
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Anzi più che interno: la rivolta cova nel Palazzo.
 
Un nipote del fondatore della dinastia Abdulaziz Ibn Soud, anonimo ma sicuramente influente (e quasi certamente sostenuto dai “servizi” britannici) , ha scritto una lettera pubblica e pubblicata dal Guardian per chiedere la detronizzazione del re in carica,, l’ottantenne Salman (“in condizioni instabili”, ossia moribondo) e per colpire il suo successore preferito, il figlio Mohammed ibn Salman, che il vecchio morente ha nominato ministro della difesa e insieme dello sviluppo economico: due cariche che dovrebbero dargli tranquillamente la successione, ma oggi sono invece due pietre al collo.
 
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E’ infatti lui, come ministro della difesa, il responsabile della vergognosa guerra che la Saudia, lo stato più ricco della zona, ha sferrato contro lo stato più povero, lo Yemen, con grandi stragi (lì sì) di bambini musulmani. La diffusione sul web di foto di cadaverini yemeniti spiaccicati, maciullati, smembrati dalle bombe saudite sta provocando urti di vomito anche nel regno. Strano che La Stampa di Torino, che ha pubblicato la foto del piccolo profugo per commuoverci e farci accettare i migranti, non pubblichi queste, per farci urlare di indignazione verso la monarchia più mostruosa della storia. Non tutte sono impubblicabili.
 
 
Era una bella bambina yemenita... Pubblica anche questa, direttore Calabresi…
 
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Come ministro “dello sviluppo”, l’erede designato è il colpevole anche delle due stragi di fedeli pellegrini musulmani avvenute a La Mecca in rapida successione. Prima, la caduta della gru (200 morti, si dice) e poi, l ‘inimmaginabile eccidio prodotto, alla Mecca durante la Festa del Sacrificio: ufficialmente quasi 800 morti, secondo l’Iran fino a quattromila.
 
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Certo è che i morti sono stati raccolti coi bulldozer. Erano iraniani (almeno 400), nigeriani, pakistani, egiziani , la cui morte diffonde nel mondo islamico la pubblicità meno auspicabile per la monarchia petrolifera e la sua gestione dei luoghi santi.
 
Tutti ormai sanno in Oriente che la calca dei pellegrini “é stata causata dall’improvviso passaggio del corteo di Mohammed bin salman al-Saoud, Ministro della Difesa di Riyadh, che, accompagnato da un ‘codazzo’ di 200 militari e 150 poliziotti ha ‘tagliato’ la folla dei pellegrini con una carovana di numerose automobili e furgoncini”, ossia lo stupido arrogante erede. E come fece Nerone quandola voce popolare lo accusò di aver incendiato Roma, lui incolpò i cristiani e li crocifisse, l’erede ha incolpato gli esecutori e i tecnici. Laddove tutti gli arabi sanno che la mostruosa e titanica ristrutturazione-distruzione della Mecca è un enorme affare con mazzette e bustarelle, per cui i fondi stanziati non arrivano alle maestranze. E la famiglia reale c’è dentro fino al collo.
 
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Si aggiunga che il protettore americano ha stretto il noto accordo con l’Iran, e dunque la sopravvivenza dei Saud non è più una necessità geopolitica primaria per Washington.
 
Si aggiunga la caduta dei prezzi del barile, inizialmente voluto da Casa Saud contro gli sfruttatori dello shale in Usa e per tagliare le gambe al concorrente Russia, ma oggi inarrestabile – e che ha costretto la monarchia a mettere mano alle riserve, e i cui conti sono in deficit (secondo il FMI) per 107 miliardi di dollari, pari al 20% del Pil. Il che può obbligare la numerosa e dilapidatrice Famiglia a tagliare le “spese sociali” (diciamo) con cui i Saud comprano il consenso della popolazione, distribuendole in parte i benefici dell’introito petrolifero. Siccome nonostante queste regalie il 40 per cento della popolazione del paese più ricco del mondo arabo vive in povertà e il 40 per cento dei 20-24 enni sono dichiarati disoccupati, la rivolta contro i monarchi (e probabili dunmeh) cova. Il boia, con le sue 175 esecuzioni in otto mesi, riesce a raffreddarla. Ma adesso la rivolta è esplosa nella famiglia reale stessa, col pronunciamento dell’anonimo principe pubblicato dal Guardian – si noti la maligna astuzia – anche in arabo, per il consumo locale e rinfocolare le discordie.
 
 
L’anonimo principe dice che anche i capi tribali stanno dalla sua parte nella critica al re e al suo erede. Notabili vari, e persino elementi della famiglia reale: “un sacco di nipoti, una quantità di seconda generazione sono ansiosi”, ha scritto con scherno. Secondo Khairallah Kairallah, ex direttore del giornale Al Hayat, il sistema di potere saudita non può durara, seduto su questo vulcano, più di un anno o un anno e mezzo. Salvo qualche miracolo come la salita del greggio, che però favorirebbe i nemici (Iran, Russia, gli estrattori del gas da scisto americani).
 
L’azione di Putin ha ridistribuito le carte in Oriente. Gli americani, a meno che non s’inventino qualcosa, non ne hanno in mano di buone. I mostri sauditi le hanno pessime.
 

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