In Dt 32,8 e segg., si dice che Elyon distribuiva alle nazioni la loro eredità (assegnazione) e fissava i confini dei popoli.
Il verso 32,9 non dice che fu Yahweh a scegliere, come normalmente viene fatto credere, ma che la sua porzione era rappresentata da quel popolo che trovò nella desolazione del deserto.
Le teologie, le correnti esoteriche spiritualiste e le ideologie monoteiste sostengono che Elyon e Yahweh sono due nomi che identificano lo stesso Dio (unitamente a elohim)
Proviamo a seguire i monoteisti nel loro percorso e scopriamo la seguente situazione:
1) Dio (col nome di Elyon) definisce e divide territori e nazioni;
2) sempre lo stesso Dio (ma col nome di Yahweh) assegna a se stesso una parte piccola di quei popoli;
3) questo presunto Dio (col nome di Yahweh) stringe una alleanza privilegiata con quel popolo e lo utilizza come forza combattente per conquistare in un feroce bagno di sangue dei territori che lui stesso (col nome di Elyon) non si era autonomamente assegnato quando definiva i confini della nazioni;
4) per prendersi ciò che non si era assegnato (come Elyon) non esita (col nome di Yahweh) a sterminare popoli interi che avevano la sfortuna di abitare in quei territori ai quali lui stesso, in qualità di Elyon, li aveva destinati e che ora, in qualità di Yahweh, invece gli interessano.
Domande:
1) non poteva semplicemente assegnarsi quel territorio come aveva fatto all’inizio?
2) Chi o cosa lo impediva?
3) Che colpa avevano quei poveretti che sono morti in tutta quella drammatica incomprensibile confusione che ha creato assolutamente da solo? (se sono vere le dottrine monoteiste)
Alcuni poi dicono che si tratta di una prefigurazione delle persone della Santissima Trinità: in questo caso dobbiamo annotare che la seconda persona della Trinità fa massacrare decine di migliaia di individui perché non è soddisfatta delle decisioni prese dalla prima persona della Trinità.
Aggiunta di Atlanticus.. non è la prima volta che Yahweh si comporta da schizofrenico secondo l'interpretazione monoteistica: il Diluvio, il sacrificio di Isacco e la Bibbia è piena di altri esempi simili.
Molto più ragionevole pensare che non si tratti della stessa persona.
Il colonnello Fawcett è stato uno degli esploratori più intrepidi e coraggiosi della storia. Nel 1925 partì alla volta del confine tra Bolivia e Brasile alla ricerca della leggendaria “Città X” che in base alle sue teorie sarebbe stata una colonia della mitica Atlantide. Le dicerie vogliono che la spedizione abbia avuto successo ma che il colonnello non sarebbe più voluto tornare a casa.
Mappa della spedizione di Fawcett
Secondo Platone, l’isola di Atlantide, inghiottita dal mare durante un cataclisma, sarebbe stata situata ad ovest di Gibilterra. Molti studiosi hanno pensato ad una pura allegoria mitologica, mentre altri credono che la leggenda celi degli indizi autentici.
Dei molti esploratori che si sono messi sulle tracce di Atlantide il più intrepido è stato senz’altro il colonnello Percy Harrison Fawcett. Nel 1908 guidò una spedizione che esplorò il confine tra Brasile e Bolivia. Alcuni anni più tardi, nel 1925, messosi in pensione, Fawcett partì alla ricerca di una città leggendaria nella giungla brasiliana.
L’interesse di Fawcett per le civiltà scomparse era stato stimolato da un idolo di pietra nera che gli era stato regalato dallo scrittore H. Rider Haggard, secondo il quale la statuetta veniva dal Brasile. Fawcett consultò un veggente per scoprire l’origine dell’idolo e la risposta fu che proveniva da “un grande continente di forma irregolare, esteso dalla costa settentrionale dell’Africa all’America del Sud”.
L’esploratore si convinse che l’enigmatico reperto aveva viaggiato da quel continente, chiaramente Atlantide, fino ad una sua colonia nel cuore del Brasile. Fawcett si rafforzò nella sua idea quando acquistò una vecchia carta geografica dove era indicata una città senza nome nella zona del Mato Grosso, nel Brasile sudoccidentale.
Accompagnato dal figlio Jack e da un amico del figlio, si addentrò nella giungla in cerca del luogo che aveva chiamato “Città X” ma, dopo una lettera alla moglie dove accennava di aver sentito parlare di un’antica metropoli su un lago, Fawcett e i suoi due giovani compagni di viaggio scomparvero.
Percy Fawcett, però, sopravvisse, almeno nel mito. Per decenni i viaggiatori sudamericani raccontarono di incontri con vecchi macilenti, intravisti lungo i sentieri nella giungla, che dicevano di chiamarsi Fawcett. Alcuni diranno di aver incontrato dei bambini dagli occhi azzurri e dalla carnagione olivastra, i figli di questi avventurieri. Secondo altri Fawcett aveva trovato la mitica Città X, che si era poi rifiutato di lasciare.
Ma il racconto più straordinario lo dobbiamo alla medium irlandese Geraldine Cummins, la quale nel 1936 sostenne di ricevere dei messaggi dalla mente di Fawcett. Secondo la Cummins l’inglese aveva trovato nella giungla i resti della colonia di Atlantide, ma ora era malato. Dopo quattro di questi messaggi “Fawcett” tacque fino al 1948, quando annunciò di essere morto.
Una strana statuetta. un'incisione indecifrabile. un esploratore scomparso: gli ingredienti di una vicenda che sembra un romanzo.
Una storia veramente affascinante, che mette in relazione il mitico Eldorado, a lungo cercato nell'America del Sud dai conquistatori spagnoli, con il continente perduto di Atlantide e con il Diluvio Universale, sembra essere racchiusa in una misteriosa statuina nera scomparsa nel 1925, insieme al suo possessore. Questa è la cronaca degli avvenimenti.
L'esploratore inglese Percy Harrison Fawcett, dopo aver fatto viaggi di esplorazione per incarico della Società Geografica Britannica nell'Amazzonia (tra il 1913 e il 1914 e tra il 1919 e il 1921), nel 1925 si recò nel Mato Grosso, alla ricerca delle rovine di una misteriosa città che riteneva risalisse ad un'epoca più antica di quella egizia. Da allora non si ebbero più notizie sicure di lui e di quanti lo accompagnavano, nonostante le molte spedizioni organizzate per ricercarlo.
Aveva con sé una statuetta di basalto nero che gli era stata regalata dall'amico Sir Henry Rider Haggard (l'autore del celeberrimo romanzo Le miniere di re Salomone), che a sua volta l'aveva trovata accanto al cadavere di un archeologo.
Egli era convinto che la statuetta fosse la copia di una grande statua d'oro, rappresentante "L’uomo d'oro" e che provenisse da quel centro misterioso che andava cercando e che chiamava con la lettera zeta (Zed). Quel piccolo oggetto nero raffigurava un gran sacerdote che teneva davanti a sé, sostenendola con le mani, una placca su cui erano incisi 22 caratteri misteriosi.
Il sacerdote appariva entro uno sfondo a blocchi quadrangolari, arrotondato nella parte superiore. La figura sembrava non appartenere ad un'epoca precisa, come se fosse fuori dal tempo, tuttavia ricordava quella di un faraone egizio entro un sarcofago.
A Londra l'oggetto era stato portato al British Museum per farlo esaminare, ma gli studiosi del museo non erano stati in grado di svelare il suo mistero. Deluso dagli scienziati, Fawcett ebbe l'idea di portarlo dal sensitivo più noto di Londra. La statuina emanava un flusso d'energia, tanto che il sensitivo quando la prese tra le mani impallidì e quasi svenne.
Quindi diede il suo responso. Disse che riusciva a vedere "un gran continente dalla forma irregolare che si estende dalla costa settentrionale dell'Africa fino all'America meridionale". Vedeva pure "un gran sacerdote che prende la statuina e la passa a un uomo raccomandandogli di conservarla e di consegnarla nel tempo stabilito alla persona designata, che a sua volta dovrà passarla ad altri, finché non giunga a colui che reincamerà la persona effigiata, e allora molte cose dimenticate si faranno chiare".
Parlò di violente eruzioni e di un immane diluvio, una lotta tra le acque superiori e quelle inferiori. Di un patto che era stato infranto.
Di una grande imbarcazione che fuggiva sull'Oceano, trascinata da un drago nero. Quindi parlò di un'immagine luminosa, anzi dorata, quella dell'uomo d'oro. Poi disse lentamente: "Questa è l'immagine dell'El Dorado e questi segni sono le dita con cui l'Artefice Sommo ha plasmato l'Universo". Proseguì parlando di un regno perduto e disse che era necessario ritrovarne l'entrata che era sorvegliata da scorpioni. Disse anche che l'umanità stava avviandosi verso un baratro profondo e per salvarla bisognava far presto a svelare il segreto della statua.
Molti anni dopo la scomparsa di Fawcett, il nipote Timothy Paterson proseguì la ricerca iniziata dal prozio. Anch'egli era un appassionato di archeologia e al tempo stesso esoterista. Conosceva la Tradizione Sapienziale o Dottrina Segreta, un insegnamento spirituale che risale, come si suol dire, alla notte dei tempi.
La Dottrina, rimasta intatta in Oriente, è suddivisa in tre fasi destinate a precedere l'Era Nuova (nota col termine New Age), ossia il passaggio dall'Era dei Pesci a quella dell'Acquario. La prima fase, quella preparatoria, sarebbe stata trasmessa dal maestro tibetano Djwhal Khul tra il 1875 e il 1890 a Helena Petrovna Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica. La seconda, quella intermedia, sarebbe stata dettata tra il 1919 e il 1949 ad Alice A. Bailey. La terza ed ultima, quella rivelatrice, sarebbe emersa via etere dopo il 1975. In questa dottrina si parla anche di una Gerarchia Occulta, e una delle sue sedi più antiche sarebbe il tempio di Ibez situato nel centro dell'America del Sud. Gli adepti dei Misteri di Ibez avrebbero deciso di ritirarsi sottoterra prima dell'inabissamento dell'Atlantide.
Proprio questo luogo segreto divenne l'oggetto delle ricerche di Paterson, sulle orme di Fawcett. Nel 1978, quando si recò per la prima volta nelle foreste brasiliane del Mato Grosso, si rese conto che ancora il nome dello zio era pronunciato con venerazione dagli indios. Lì incontrò il "Grande Vecchio", un ultra-novantenne che conosceva tutti i segreti della foresta. Questi gli parlò di KuruPuri, il terribile spirito della morte, chiamato anche il "Drago Nero", che sarebbe vissuto nel tempio di quel luogo misterioso, chiuso da un muro di rocce basaltiche, che Fawcett chiamava Zed, ma che il vecchio chiamava Ma-Noa. Da lì proveniva la statuetta di El Dorado, che Sir Henry Rider aveva trovato accanto al cadavere dell'archeologo Marple White, l'unico che fosse riuscito a superare il muro di basalto. Secondo il Grande Vecchio quella parete avrebbe nascosto gli avanzi di un mondo scomparso, perché contro di essa si sarebbe arrestata la furia di un antico vastissimo cataclisma, forse un diluvio. Terminò dicendo che lì avvenne il "grande sbarco".
Paterson, dopo due viaggi nel Mato Grosso, si era convinto che lo zio avesse trovato il misterioso tempio di lbez, nella città sotterranea di Zed, e che per entrarci avesse dovuto smaterializzarsi, come dire "uscire dal corpo" (cosa forse possibile per un esoterista evoluto). Ma la statuina di El Dorado rimaneva per lui ancora un mistero. Finché un giorno a Firenze non incontrò Mario Pincherle, autore di numerosi libri di archeologia. In Egitto, nella grande piramide di Cheope, Pincherle aveva scoperto un monumento di origine atlantidea, lo Zed, o torre di Osiride. Secondo lui la civiltà atlantidea aveva raggiunto le regioni attualmente più selvagge e sconosciute del mondo, le foreste del Brasile. In una conferenza, cui assistette Paterson, parlò del grande dono che gli atlantidei fecero all'umanità e cioè l'alfabeto dei ventidue segni sacri antidiluviani, da cui sarebbero poi derivati l'alfabeto ebraico e il fenicio. Paterson gli mostrò il diario dello zio con il disegno della statuina dell'El Dorado e Pincherle si mise a studiare i segni.
Si rese conto che il primo dei caratteri era chiaramente vicino all'ebraico aleph (alfa per i greci, "a" per noi) e gli altri corrispondevano a beth (beta, "b"), ghimel (gamma, "g"), daleth (delta, "d") e così via. La lettera daleth (che in ebraico sembra una squadra) era un perfetto triangolo equilatero, proprio come sarà poi nell'alfabeto greco. Si convinse che si trattava proprio del misterioso linguaggio antidiluviano.
Non poté fare a meno di chiedersi: "Chi è questo El Dorado che mi ha regalato il vero alfabeto ?"
L'occhio gli cadde allora sul cartiglio posto sui piedi della statua. Lesse questi otto segni: "UT NAISFM". Come non pensare, data la somiglianza, al nome babilonese UT NAPHISTIM, che nelle antiche scritture cuneiformi indica il patriarca Noè ?
Il mistero della statuina era finalmente svelato ed anche il nome della località Ma Noa, che secondo il Grande Vecchio era il luogo del "grande sbarco" dopo il Diluvio Universale, assumeva ora il giusto significato di "Porto di Noè".
Fig: Le ventidue lettere dell'alfabeto di Atlantide ridisegnate e fotografate da Fewcett dalla statuina.
“In ogni momento, in un punto dell’universo, un sistema solare popolato di gente sconosciuta, dall’ignota civiltà, poteva venire gettato come se niente fosse in una fornace cosmica. La vita era un fenomeno fragile e delicato, in bilico tra il calore ed il gelo. Ma all’uomo non erano sufficienti i rischi offerti dalla Natura; si dava un gran da fare per erigere con le proprie mani la sua pira funebre.” (da “Ombre sulla Luna” di A. C. Clarke)
Parlare di guerre atomiche nell’antichità secondo gli standard della scienza accademica equivarrebbe a parlare di supereroi che sollevano gli enormi blocchi di pietra e costruiscono la piramide di Giza.
Ci siamo talmente abituati all’idea che la nostra civiltà sia l’unica tecnologicamente avanzata nella storia del nostro pianeta,da non poter minimamente prendere in considerazione il fatto che invece potrebbe essere stata l’ultima di una lunga serie che in passato sono state annientate da guerre o da cataclismi naturali.
Osservando con attenzione numerosi oggetti all’apparenza inspiegabili e fuori dalla apparente collocazione archeologica,si può invece scoprire una realtà estremamente lontana da quella di numerosi cavernicoli che inseguivano gli animali con tanto di clava meglio noti come “cacciatori-raccoglitori”.
Le civiltà tecnologicamente avanzate dell’antichità ci sono state più volte,e più volte sono state annientate da catclismi e a giudicare da quanto narrano i testi indu anche da guerre atomiche dalla potenza così devastante da far apparire delle normalissime bombe le nostre attuali bombe atomiche.
Ma prima di scendere a pregiudizi è giusto comprendere il reale funzionamento della bomba atomica.
L’esplosione di un ordigno nucleare sviluppa temperature di decine di milioni di gradi producendo nell’aria una sfera infuocata che,come un secondo Sole, emette radiazioni luminose e termiche che viaggiano alla velocità della luce. La sfera di fuoco della bomba di 1 megatone (1 Mton), che esplodesse in aria, apparirebbe a 100 Km molte volta più luminosa del sole medesimo.
L’enorme aumento della pressione prodotto dall’esplosione genererebbe un’onda d’urto che viaggierebbe a velocità un poco superiore a quella del suono (circa 500 m/s).
Se l’esplosione avvenisse a basse quote l’onda d’urto verrebbe riflessa dal suolo dopo aver provocato un cratere profondo 80 m e largo 700 m.
Qualche secondo dopo l’esplosione,il gas rovente contenuto nella sfera di fuoco acquista una velocità ascensionale risucchiando violentemente verso l’alto l’aria ed i detriti circostanti assumendo la caratteristica forma a fungo.
0,006 secondi dall’inizio dell’esplosione
0,16 secondi dall’inizio dell’esplosione
10 secondi dall’inizio dell’esplosione
13 secondi dall’inizio dell’esplosione
Riferendosi sempre ad un ordigno nucleare da 1 Mton nell’atmosfera,l’onda di calore provoca ustioni di primo grado (eritemi) a distanze di 20 ÷ 25 Km, e di secondo grado (bolle con siero e flittene) a 15 ÷ 20 Km (ciò nel caso in cui non vi siano schermi tra la sfera di fuoco ed il corpo).
Se la bomba fosse da 20 Mton le ustioni di primo grado si avrebbero fino a 100 Km e quelle di secondo grado fino a 50 Km.
Si deve dire che ustioni di secondo grado estese a circa il 50% del corpo umano, nelle circostanze associate ad una esplosione nucleare, sono mortali.
La radiazione termica (nel caso di 1 Mton) è in grado di provocare incendi per un raggio di 15 Km che diventano 30 se la bomba è da 20 Mton. Possono quindi scoppiare incendi in una zona compresa tra 700 e 2800 Km2 e questi incendi scoppierebbero simultaneamente. Si salverebbero solo coloro che avessero rifugi profondi sottoterra ed una scorta di ossigeno per parecchi giorni poiché la combustione lo consumerebbe praticamente tutto.
Ma vi sono anche effetti indiretti. Ad Hiroshima il 70% delle attrezzature antincendio andò distrutto nel crollo delle caserme dei pompieri e l’80% di questi ultimi non si presentò all’appello. Gli incendi quindi si propagherebbero indisturbati anche perché le strade, piene di macerie, non sarebbero percorribili. Ad Hiroshima la tempesta di fuoco durò 6 ore. Si raggiunsero temperature superiori ai 1 000 °C, in grado di fondere vetri e metalli e di incendiare materiali normalmente indistruttibili.
La tempesta di fuoco, oltre ad incendiare tutto, a scaldare violentemente tutto e a consumare ossigeno, libera anche gas nocivi.
A Dresda, nel 1945, il bombardamento di tipo convenzionale uccise, per effetto dei gas nocivi dovuti alla tempesta di fuoco, più di 100.000 persone; si salvarono solo coloro che avevano lasciato i loro rifugi prima della tempesta di fuoco.
A seguito della radiazione nucleare a, b, g, che si libererebbe immediatamente dopo l’esplosione,si finirebbe uccisi in tempi brevi proporzionalmente all’esposizione alla radiazione.
La morte avviene per tumori e leucemie.
I primi sintomi di contaminazione nucleare sono nausea, vomito e diarrea,ma insorgono poi, nei casi più gravi: emorragie, febbre e stato generale di collasso. Inoltre, le persone irradiate sono soggette ad infezioni nel caso di ferite.
Una dose di radiazione sufficiente ad uccidere fino al 95% della popolazione si ha in un raggio di poco più di 3 Km se la bomba è da 1 Mton (10 Km per bomba da 20 Mton). A 5 Km (bomba da 1 Mton) e a 15 Km (bomba da 20 Mton) si hanno scarsi effetti radioattivi somatici ma c’è possibilità che insorgano effetti genetici.
Le morti a seguito di esposizione a radiazione dipendono dal tipo di sorgente radioattiva, dall’intensità della sorgente e dal tempo di esposizione. Una delle unità in uso è il rem (vedi http://www.fisicamente.net/FISICA/index-22.htm). A scadenza di poche settimane una dose di 600 rem subita durante 6 ÷ 7 giorni, porta nel 90% dei casi alla morte. Una dose di 450 rem produce lo stesso effetto nel 50% dei casi. Una dose di 300 rem nel 10% dei casi. Sempre alla scadenza suddetta, dosi inferiori a 300 rem producono nausea e vomito oltre ad una forte debilitazione del sistema immunitario. Alla scadenza di alcuni anni, invece, anche dosi di soli 50 rem sono in grado di produrre tumori tra lo 0,5% ed il 2,5% della popolazione esposta.
Per quel che riguarda gli effetti biologici delle radiazioni, occorre subito dire che la radiologia non è una scienza molto sviluppata e molte cose ancora non si conoscono bene e, di conseguenza, sono solo possibili conclusioni di ordine generale. Tali effetti si distinguono in somatici e genetici. Gli effetti somatici si osservano nell’individuo esposto e si esauriscono con lui. Gli effetti genetici si osservano nelle generazioni future a seguito di alterazioni delle cellule germinali (o genetiche).
Il danno somatico sembra dovuto ad una rottura del cromosoma che si trova vicino alla zona d’impatto della radiazione. Una volta divisi i due monconi del cromosoma, essi hanno le seguenti possibilità: saldarsi insieme nuovamente (restituzione); attaccarsi a monconi di altri cromosomi (aberrazione a due rotture); rimanere separati (aberrazione ad una rottura). Quest’ultima possibilità fa perdere al nucleo cellulare tutte le informazioni in esso contenute. Gli effetti possono essere immediati o ritardati. Altro possibile effetto è il rallentamento o l’arresto della crescita della cellula ad un particolare stadio del suo ciclo.
Sul danno genetico si sa molto poco. Esso è conseguente ad alterazioni delle cellule germinali e consiste nella produzione di mutanti, cioè di individui con alcune informazioni genetiche variate rispetto a quelle dei genitori. In caso di esplosione tali effetti si farebbero sentire per svariate generazioni.
Ora se confrontiamo quello che ci dicono i testi Indu con tali decrizioni ci accorgiamo che tali analogie non possono essere frutto della semplice fantasia di persone ma bensì dati reali e testimonianze dirette di eventi talmente sconvolgenti da spingere molte persone a nascondere tale analogia con scuse o eleborazioni mentali affermando che sono frutto della fantasia della gente del posto. (6500 aC al più tardi) Mahabharata :
L’arma fulminante di Indra era dotata della forza del tuono di Indra dai mille occhi. La mortale arma lancia–saette misurava tre cubiti per sei. Era l’arma sconosciuta, di ferro, di Indra, il messaggero di morte. Il proiettile era carico dell’energia di tutto l’Universo. All’arma Agneya nessuno poteva resistere, neppure gli stessi dèi. Il Brahma–danda o bastone di Brahma era ancor più potente. Benché potesse colpire una volta sola, sterminava interi paesi e intere razze, da una generazione all’altra.
Adwattan perse un missile splendente dal fuoco fumante. Il missile bruciava con l’energia d’un fulmine. Il missile giunse volando e distrusse intere città con tutte le loro difese. Le tre città dei Vrishni e degli Andhaka furono distrutte tutte insieme, in un solo istante. Una colonna di fumo e fuoco incandescente, brillante come diecimila soli, si innalzò in tutto il suo splendore. Le nubi lassù roteavano facendo piovere polvere e ghiaia.
Dense frecce di fiamma, come una gran pioggia, generata dalla stessa creazione, circondarono il nemico da ogni parte. Il cielo scintillò e i dieci punti dell’orizzonte si riempirono di fumo. Meteore esplosero lampeggiando giù dal cielo. Venti fortissimi cominciarono a soffiare e disturbarono tutti gli elementi. Il sole sembrò vacillare nei cieli. La terra e tutte le sue montagne e i mari e le foreste presero a tremare. Il vento soffiò come un fiero uragano e la terra s’incendiò.
Nessuno vide il fuoco, perché era invisibile, ma consumò ogni cosa. Cadde una specie di pioggia, che si asciugava a mezz’aria per l’intenso calore. Gli uccelli impazzirono e gli animali furono sterminati dalla distruzione. Gli animali caddero a terra, con le teste rotte, e morirono tutti su una vasta regione. Gli elefanti bruciarono tra le fiamme, correndo impazziti qua e là per cercare una protezione.
Le acque dei fiumi e dei laghi bollirono e le creature che vivevano in esse perirono. Migliaia di macchine da guerra caddero da entrambe le parti. Interi eserciti furono abbattuti come alberi in una foresta che brucia, quando furono investiti dal fuoco rabbioso. I corpi erano talmente bruciati da non essere più riconoscibili.
Lo sguardo dell’arma Kapilla era talmente potente da bruciare e ridurre in cenere migliaia di uomini. Il fulmine ridusse in cenere le intere razze dei Vrishni e degli Ankhaka (Anunnaki?). Per sfuggire al respiro di morte, i guerrieri si gettarono nei fiumi per lavarsi e seppellire le loro armature. Capelli e unghie caddero. I bambini che dovevano nascere morirono nel ventre della madre.
Gli uccelli nacquero con piumaggio bianco e zampe rosse, a forma di testuggini. La ceramica si ruppe senza causa apparente. Tutti i cibi si avvelenarono e rimasero non commestibili. La terra fu afflitta da siccità, che durò per dieci lunghi anni.
Viene spontaneo chiedersi: ma allora dove sono i crateri di tali deflagrazioni atomiche? Ebbene ci sono.
Vicino a Mumbay si trova una sorta di gigantesco cratere dal diametro quasi perfettamente circolare,2.154 metri,all’apparenza “meteorico” ma della quale l’anomalia riscontrata è proprio quella che non presenta tracce di meteorite o di un impatto cosmico.
Cratere Lonar
Paragone con altri crateri prodotti da altri test atomici.
La datazione lo fa risalire a 50.000 anni fa,anche se potrebbe essere più “recente”,inoltre è l’unico conosciuto cratere da impatto che si sia formato nel basalto,su uno strato dallo spessore di 600-700 piedi.
La parte superiore del cratere presenta dei depositi che sono stati chiaramente fusi a causa delle elevate temperature dell’impatto,e tra di essi sono state trovate delle sferule di vetro basaltico,formatesi durante la fusione della roccia a elevate temperature.
“Lonar è un luogo di oscurità, tanto più che l’unico cratere meteorico formato in terreni basaltici.
Esso è rimasto relativamente intatto a causa del basso grado di erosione da parte di agenti ambientali,diventando così un modello eccellente per lo studio.
Tuttavia, diverse strane cose accadono qui:
1.Il lago ha due regioni distinte che non si mescolano mai – una esterna neutra (pH 7) e un’altra alcalina interna (pH11) ognuna con la sua flora e fauna.
2.Vi è un flusso perenne di alimentazione del lago con l’acqua, ma non sembra esserci alcuno sbocco apparente per l’acqua del lago.
Ed è anche un grande mistero irrisolto da dove venga l’acqua per il flusso perenne da cui proviene, in una regione relativamente asciutto come il Buldhana. Anche nei mesi più secchi di maggio e giugno, il flusso scorre continuamente.” Lilyn Kamath Lilyn Kamath
Se il cratere di Lonar ha realmente 50.000 anni,allora significa che questa non è stata ne la prima ne l’ultima di un antica conflagrazione nucleare.
I resti di un’antica città annientata da un’esplosione atomica attorno ai 12.000 anni fa è stata trovata a Rajasthan,nella quale area uno strato di ceneri radioattive copre un’area di 8 chilometri quadrati,della quale a causa dell’elevato tasso di radioattività le autorità hanno ritenuto opportuno isolare la regione.
Ci sono prove che l’impero Rama (oggi India) è stato devastato dalla guerra nucleare attorno ai 10.000-12.000 anni fa.
La valle dell’Indo è ora il deserto del Thar, e il sito delle ceneri radioattive che si trova ad ovest di Jodhpur è lì intorno. Tracce degli effetti di antiche esplosioni nucleari sono state trovate anche nella Valle dell’Eufrate nella quale si trova una vasta area di sabbia vetrificata.
Vetro verde.
Lo stesso che è stato osservato durante il primo conosciuto test atomico nel Nuovo Messico. Si sono reperite estese aree di vetro verde fuso e città vetrificate nei profondi strati dei seguenti scavi archeologici: Pierrelatte, nel Gabon, Africa; Valle dell’Eufrate; Deserto del Sahara; Deserto del Gobi; Iraq; Deserto del Mojave; Scozia; Antico e Medio Regno d’Egitto; Turchia centro–meridionale.
In epoca contemporanea si sa della presenza di materiali come il vetro verde fuso presso siti adibiti a test nucleari (dove la sabbia si è fusa sino a formare tale sostanza). Per alcuni risulta alquanto sconvolgente prendere in considerazione la possibilità che tali siti forniscano le prove di un conflitto nucleare preistorico. Al contempo, gli scienziati hanno trovato una serie di depositi di uranio che a quanto pare sono stati sfruttati o esauriti in tempi remoti.
Nel “Mausala Parva” troviamo anche la cronaca di quanto avvenne sulla terra nei giorni che seguirono questi catastrofici eventi: “(…) venti asciutti e impetuosi e una grandinata di ghiaia precipitò da ogni parte (…) carboni ardenti grandinavano sulla terra dal cielo (…) gli uccelli cominciarono a volare formando circoli (…) l’orizzonte sembrava coperto di nebbia (…) ardenti cerchi di luce si vedevano ogni giorno intorno al sole e alla luna. Il disco del sole sembrava sempre coperto di polvere.”
E sono riportate le preghiere per far cessare gli effetti devastanti “O Illustre fa che il triplice Universo, il futuro, il passato e il presente possano esistere. (…) È nata una sostanza simile al fuoco che ancora adesso fa bruciare le colline, gli alberi e i fiumi e tutte le specie di erbe e di vegetazione riducendo ogni cosa in cenere.”
Ma oltre all’uso della bomba atomica o qualunque nome essa si chiamasse,sembra che in quegli stessi testi sia descritto un vero e proprio arsenale militare altamente avanzato che probabilmente la civiltà umana di allora sfruttava per annientare nemici altrettanto potenti. Altrimenti perchè le avrebbero sviluppate?
L’arco di GANDIVA : Capace di scagliare frecce che inseguivano il nemico e al momento che colpivano il bersaglio generavano un ‘onda di fuoco che inceneriva quanto colpito. Non è difficile vedere in questa traduzione i missili a puntamento termico, che inseguono il bersaglio basandosi sul calore emesso dai motori.
BHUCUNDI: un ‘arma capace di scagliare folgori contro i nemici
SURADTSANA:Un ‘arma a disco simile al sole splendente che inceneriva gli eserciti
La verga di KALA : Un’arma che uccideva a distanza
VAYAVYA ASTRA : Genera turbini di vento
KANDARPA: Eccita smodatamente il desiderio sessuale
MURCHCHDHANA : causa la soppressione temporanea delle sensazioni
In questi ultimi due esempi probabilmente si parla di bombe chimiche o batteriologice dove, la conoscenza della chimica da parte dell’antico popolo trova qui un’ulteriore conferma.
SHABDAVEDITVA: Una freccia che insegue i suoni (anche in questo caso si trattava di un probabile missile intelligente)
In fine citiamo la più terribile arma mai realizzata la così detta arma del caos ” ..l’arma che possiede i poteri dell’architetto degli Dei…”
TVASHTAR: in pratica la nostra bomba atomica; riportiamo di seguito una traduzione testuale sugli effetti di questa inquietante arma: ” …Aswatthaman…scagliò una colonna esplosiva che si aprì in tutte le direzioni, e provocò una luce brillante, come il fuoco senza fumo, cui succedette una pioggia di scintille che circondò completamente l’esercito dei PARHTA… i quattro punti cardinali per un raggio che lo sguardo non poteva abbracciare,furono coperti di buio…Un vento violento e cattivo cominciò a soffiare , né il sole stesso diede più calore… Colpiti e bruciati i guerrieri caddero come alberi abbattuti da un fuoco furioso….Grandi elefanti ,scorticati dalla vampata, si misero a correre intorno, lanciando urla di terrore…l’aria e l’acqua erano avvelenate….coloro che sopravvissero morirono poco dopo: La loro pelle iniziò ad ingiallire ed a cadere…i capelli e le unghie cadevano…”
Tracce di un’antica guerra nucleare attorno ai 10.000.12.000 anni fa le ritroviamo anche nelle carote di ghiaccio delle calotte polari le quali tracce di rame, stagno e piombo mostrano forti incrementi attorno a quel dato periodo.
L’era del Dryas antico terminò bruscamente con un drammatico innalzamento delle temperature. L’estinzione dei mammuth e della megafauna del Nord e Sud America avvenne in quel periodo. Nello stesso periodo, le concentrazioni d’uranio nei coralli salirono da circa 1,5 parti ad oltre 4 parti per milione. Le datazioni con il radiocarbonio, in quel periodo, si fanno caotiche. Gli studi degli strati di deposito sul fondo dei laghi confermano le irregolarità delle successioni cronologiche.
Nonostante tutti questi fattori sembrino incrementare le prove dell’antica guerra atomica è giusto far notare che attorno a quello stesso periodo numerose fonti scientifiche fanno registrare anche l’ultima inversione magnetica,detta di Gothenbourg,durante la quale vi fu anche un massiccio aumento dell’attività vulcanica in tutto il globo,l’innalzamento delle Ande con la formazione del lago Titicaca sollevatosi dal fondo marino,e anche uno spostamento della crosta terrestre.
Quindi meglio non confondere alcuni dati con altri.
Ma anzichè quest’ultimo fatto ridurre l’ipotesi di un’antica guerra nucleare ne potrebbe invece essere la causa,in quanto,se la civiltà di allora non fosse stata a conoscienza di tali fenomeni non avrebbe saputo quanto stava per accadere,e proprio quando il clima stava cambiando fu allora che la fame li spinse a farsi la guerra con il prossimo,autodistruggendosi ancor prima che avvenisse il cataclisma finale che in seguito li avrebbe annientati comunque causando lo sprofondamento una vasta porzione dell’impero di Rama.
Se andiamo nel Golfo di Cambay,India,il 1° luglio 2001 ricercatori dell’isituto nazionale di Tecnologia Oceanica(NIOT) hanno individuato,con il sonar,casualmente durante rilevamenti per l’inquinamento,a 40 metri di profondità tracce inconfutabili di una serie di strutture che sembravano non di origine naturale. Le strutture si estendono per circa 18 Kmq e accanto ad esse,per circa 9 Km,si nota il profilo del letto di un fiume.
Il sito è stato descritto come parte di un antica civiltà che doveva trovarsi in una valle fluviale,non molto differente da quella del fiume Saraswati citato nei Rig Veda,che nonostante fosse ancora una volta stato considerato per lungo tempo pura invenzione secondo recenti scoperte indipendenti da parte di scienziati indiani corrisponderebbe proprio a codesta area.
Secondo l’ipotesi iniziale,quel sito poteva avere dai 4000 ai 6000 anni ed era stato sommerso a causa di un terremoto estremamente forte.
Ma in seguito,nel gennaio del 2002, le datazioni al carbonio stabilirono che poteva avere 8500-9500 anni fa,il che la poneva ancora una volta tra le più antiche civiltà finora scoperte. Interessante notare come la datazione si avvicini incredibilmente ai fatti descritti.
In realtà la tradizione indiana e altre tradizioni mitiche asseriscono che la massa continentale dell’India fosse di gran lunga maggiore rispetto alle dimensioni attuali,fino a ipotizzare addirittura che si estendesse dall’Australia al Madagascar,forse in una sorta di arcipelago.
Anche il naturalista britannico Alfred Russel Wallace faceva riferimento al grande Continente Meridionale. In una delle narrazioni epiche Tamil nell’India meridionale,detta Silappadhikaram,si parla ripetutamente di un vasto territorio detto Kumari Kandam che si estendeva ben oltre le attuali coste indiane.
Mentre nel poema epico indiano del Mahabharta,che secondo gli eruditi indiani risale al 5000 prima dell’Era Volgare,troviamo riferimenti a Rama che dall’attuale costa occidentale dell’India contempla un vasto continente oggi occupato dal Mar Arabico,descrizione che trova sostegno dalle attuali ricerche sottomarine.
James Schaffer,noto archeologo della Case Western University,specializzato nell’India antica,ha accermato che “i reperti archeologici e le antiche tradizioni orali e letterali del sud dell’Asia stanno finalmente convergendo.”
A riguardo del sprofondamento del Continente Meridionale in un testo antico dello Sri Lanka troviamo un testo antico che recita:”In una precedente epoca la cittadella di Rawana (Signore di Lanka)con i suoi 25 palazzi e le sue 400.000 strade fu inghiottita dalle acque del mare.”
In un’altra tradizione culturale,ovvero quella dei Selun,arcipelago Mergui della Birmania meridionale si parla ancora una volta di un continente sommerso :”..in precedenza il paese era di dimensioni continentali ,ma la figlia di uno spirito maligno lanciò moltissimi massi in mare..Le acque si sollevarono e inghiottirono la terra..Tutti gli esseri viventi perirono eccezion fatta per quelli che furono in grado di raggiungere un isola che rimase sopra il livello delle acque.”
E’ solo un caso che alcuni velivoli attuali assomiglino molto a quelli descritti oppure quest’improvviso “balzo tecnologico” non è stato dettato solo dal caso?
Ad ogni modo il Mahabharata e numerosi altri testi simili descrivono chiaramente il passato di un’avanzata civiltà umana che separata 12.000 anni dalla nostra raggiunse un elevato stato di conoscenza che noi stiamo solo ora cominciando a comprendere vivendo in questa turbolenta Era del Caos o dell’Incertezza..
Manufatti archeotecnologici rinvenuti in tutto il mondo:
Lo straordinario “velivolo” rinvenuto a Saqqara ed oggi custodito presso il Museo del Cairo.
Miniatura zoomorfa colombiana che, secondo molti esperti di paleoastronautica, rappresenterebbe una chiara prova dell’esistenza di velivoli, tecnologicamente progrediti, già molti secoli fa.
Nel giugno del 2011, la Pravda online rivela al mondo una notizia incredibile: un gruppo di archeologi ha rinvenuto una sepoltura misteriosa nella giungla dell'Africa Centrale, nei pressi della città di Kigali, Ruanda. All'interno del sepolcro sono stati trovati gli scheletri di creature umanoidi gigantesche.
Le 40 fosse comuni contenevano circa 200 corpi, tutti perfettamente conservati. Le creature erano alte circa 7 metri e le loro teste sembravano essere decisamente grandi e sproporzionate rispetto al resto del corpo.
In un primo momento, gli stessi archeologi ipotizzarono che si potesse trattare di visitatori provenienti da un altro pianeta, morti a causa di una catastrofe, ma nessun segno di atterraggio e dei rottami della navicella sono stati rinvenuti.
Questa non è la prima volta che l'Africa porta alla ribalta simili anomalie. Quando nel 1936, i due archeologi e antropologi francesi Marcel Griaule e Jean Paul Lebeuf videro i ritrovamenti della loro campagna di scavo, nell'attuale Ciad, non credettero ai propri occhi.
All'interno di alcuni tumuli funerari trovarono resti umani dalle dimensioni molto maggiori di quelle comuni.
Marcel Graule (1898-1956), fra l’altro, è lo stesso che ci ha fatto conoscere, per primo, qualcosa in più circa i Dogon: infatti, fu a capo di diverse spedizioni nel continente africano, dal 1931 al 1946, tra cui quella (che è ricordata come Missione Dakar-Gibuti) nella quale studiò l’incredibile cosmologia di quel popolo.
Ma già l'antico Egitto fa registrare alcune anomalie che potrebbero essere indizio dell'esistenza dei giganti. Non molto tempo fa, in una delle tombe egizie ritrovate nel sito di Saqqara, uno dei luoghi più antiche e più importanti della civiltà egizia, venne ritrovata la mummia di un uomo alto 2,5 metri. Non aveva il naso, nè le orecchie, e la sua bocca era molto ampia e non aveva lingua.
Secondo l'archeologo Gaston de Villars, l'età della mummia era di circa 4 mila anni. L'emigmatico personaggio fu sepolto alla stessa maniera di un nobile egiziano, circondato da oggetti domestici, cibo, opere d'arte, che avrebbero accompagnato il defunto nel viaggio verso l'aldilà. Tuttavia, come si è poi appurato, non tutti gli oggetti ritrovati nel sepolcro appartengono alla cultura egizia o addirittura a qualcuna delle culture umane.
Ad esempio, tra i reperti fu trovato un disco rotondo di metallo lucido ricoperto di strani personaggi, un costume di colore metallico con i resti di qualcosa di simile a calzature di plastica e alcune tavolette d pietra piene di immagini di stelle, pianeti e strani macchinari.
Anche il santuario nel quale era sepolta la mummia presentava delle caratteristiche strane. Il sepolcro, infatti, è realizzato in un materiale sconosciuto nell'antichità. La pietra è stata letteralmente scavata nella roccia, in modo che le pareti risultassero lisce come marmo lucido. Sembrava quasi fosse stata realizzata con una tecnologia laser di altissima precisione. Tra l'altro, la superficie della pietra sembrava come fusa. La tomba è stata poi decorata con una sostanza simile al piombo.
Nel 1992, un sacerdote cattolico di nome Carlos Vaca apre al pubblico il suo armadio pieno di ossa raccolte in Ecuador, ossa che per gli scienziati che le analizzano diventano un rompicapo. Frammenti di un teschio e di una tibia che porterebbero a pensare a qualcosa di inimmaginabile: erano identiche a quelle umani ma con delle proporzioni decisamente diverse.
Fra i resti conservati da Carlos Vaca c'è quello di un molare. Gli studiosi sembrano confermare che si tratti di un dente umano. Quello che desta sconcerto è che si tratta di un molare enorme: quale bocca potrebbe contenerlo se non quella di un gigante?
Nel 2009 è stata, inoltre, pubblicata la scoperta di un'equipe di ricercatori della Oxford University. Nel bacino prosciugato del lago Makgadikgadi, nel Deserto del Kalahari in Botswana, fra centinaia di reperti più convenzionali, sono venute alla luce quattro asce di pietra della grandezza di poco più di 30 centimentri. Facendo le dovute proporzioni, sarebbero dovute appartenere a uomini di almeno 3 metri.
L'origine di coloro che erano chiamati giganti risale ad epoche antidiluviane. In quei tempi, secondo le fonti, popolarono la Terra. Anche coloro che erano nati dall'unione tra figli degli dèi e donne terrestri sarebbero stati «giganti sulla terra» (Genesi, 6,4). Nell' Antico Testamento vengono nominati diversi giganti, come ad esempio gli Anakiti, i Refei, Og e il noto Golia, sconfitto da Davide. Nella Bibbia si legge:
«Davide corse contro il filisteo... trasse fuori un ciottolo, lo frombolò, colpì Golia alla fronte ed egli cadde con la faccia a terra [...], Davide corse e si fermò sul filisteo, afferrò la spada di lui, la estrasse dal fodero e lo uccise troncandogli la testa» (Samuele 1, 17-51).
Da allora il suo trionfo vale come simbolo della vittoria del buono sulla violenza del malvagio. Questa storia del Vecchio Testamento è una delle tante tradizioni che raccontano di come un uomo riesca a sconfiggere un gigante con l'astuzia. Stando a quanto si legge, Golia raggiungeva i tre metri e mezzo di altezza, e la sua corazza doveva pesare 104 chilogrammi.
Og è un altro gigante citato nella Bibbia. Mosè lo sconfigge durante la conquista di Canaan da parte degli israeliti (Numeri,21, 32-35).
«Il suo letto di ferro - sta scritto - aveva nove cubiti di lunghezza e quattro cubiti di larghezza» (Deuteronomio, 3.11).
Og dev'essere stato dunque un colosso di circa 4 metri di altezza. Secondo la mitologia ebraica, Og faceva parte dei numerosi giganti antidiluviani. Tra di loro egli è stato l'unico sopravvissuto, perché l'acqua gli arrivava appena fino alle ginocchia. Si dice anche che Noè lo abbia preso con sé nell'arca durante il diluvio. Dentro la nave il gigante non aveva posto, ma poté sedere sul tetto.
Un altro episodio biblico si svolge nei dintorni di Ebron. Lì vive da anni una stirpe di giganti che discende da Anak, gli Anakiti (gli Anunnaki?) - In particolare tre figli di Anak, Achiman, Sesai e Talmai, gettano nel panico gli israeliti durante il loro cammino verso la terra promessa (Numeri, 13, 22 e 31 sgg.). Qui vi è una relazione col mondo greco, che venerava una stirpe di dèi e di antichi re, gli anachi. Il nome deriverebbe nuovamente dai giganti biblici.
La mitologia greca è una miniera di racconti sui giganti. Sono universalmente noti i viaggi di Ulisse, re di Itaca. In essi si parla dell'incontro con il ciclope Polifemo. Gli studiosi di mitologia ritengono che a far nascere la saga dei ciclopi siano stati teschi di elefanti nani, rinvenuti nelle isole greche del Mediterraneo.
Quei teschi presentavano un grande foro all'altezza della proboscide, cosa che faceva pensare al cavo orbitale sulla fronte di un gigante. In Grecia sono comunque molti i luoghi connessi alle peregrinazioni di Ulisse, considerati scenari storici di alcuni eventi. Uno di questi è "l'antro del ciclope", situato presso Maronia, a nord del Paese.
Gli scavi hanno rilevato che questa grotta è servita per secoli come abitazione e luogo di culto. Al centro dell'ingresso si trova una grande stalagmite a cui è stato dato il nome di "sigillo di pietra di Polifemo". Non lontano si trova una grande galleria, denominata "zona dei giganti".
La tradizione inglese è ricca di storie fantastiche e impressionanti sulla nascita di colline, valli e altre forme paesaggistiche. Così i giganti avrebbero più volte gettato cumuli di terra e scagliato in mare imponenti blocchi di roccia. Nelle loro poesie gli anglosassoni citano spesso giganti che sarebbero esistiti prima del loro arrivo in Inghilterra.
Nelle antiche leggende, il noto santuario megalitico di Stonehenge, nell'Inghilterra meridionale, viene definito il luogo della "danza dei giganti". Il mago Merlino, coi suoi poteri magici, avrebbe trasferito quel colosso di pietra dall'Irlanda alla sua sede attuale.
Anche i tedeschi hanno i loro giganti. Riibezahl, il genio del monte dei giganti, secondo la leggenda ha assunto numerose sembianze. Egli avrebbe aiutato i viandanti, ma si sarebbe anche vendicato dei suoi dileggiatori: così viene detto nei testi antichi. Sono molti i giganti che rivestono un ruolo nelle saghe del Reno.
Un gigante di nome Tannchel avrebbe fatto saltare le rocce che facevano ristagnare le acque del Reno tra la Foresta Nera e il Volgi. Dicono poi che l'imperatore Massimiliano in persona abbia sconfitto l'ultimo gigante dell'Odenwald in un torneo medievale svoltosi nella città di Worms, situata sulla riva sinistra del Reno.
Rimane questa domanda senza risposta. Chi sono questi esseri giganteschi che hanno camminato sul nostro pianeta in un epoca estremamente remota? E' forse una razza umana estintasi a seguito di un catastrofico evento naturale che ha modificato l'assetto della Terra e cancellando i nostri giganteschi antenati?
Potrebbero essere i discendenti della mitica civiltà atlantidea che un tempo esisteva su tutto il pianeta? Altrimenti come spiegare i continui ritrovamenti archeologici che sembrano sfidare il buon senso e la cronologia classica dello sviluppo della civiltà umana?
Tali scoperte, che la comunità scientifica ancora fatica a spiegare, aprono uno strano capitolo della storia del nostro pianeta. In molte parti del mondo, sono state rinvenute, nel corso dei secoli, le apparenti prove di una civiltà di giganti. Possibile che prima della nascita e dello sviluppo della razza umana, sia esistito un popolo di giganti?
Un popolo che avrebbe lasciato numerosi segnali della sua esistenza, segnali giganteschi! Dobbiamo davvero riscrivere la storia del nostro pianeta? E' esattamente questo che sembrano suggerire i reperti rinvenuti nei diversi luoghi del mondo.
Richard French è un ex tenente colonnello dell'Air Force statunitense che negli anni '50 del secolo scorso era uno dei responsabili del progetto Blue Book: il suo compito era quello di scovare e derubricare i falsi rapporti ufo.
Data la sua mansione, l'ex militare mai avrebbe immaginato che un giorno sarebbe finito nel faldone dei casi ufo come testimone dell'attività extraveicolare di due alieni impegnati nella riparazione del loro disco volante.
L'83enne ufficiale in pensione ha raccontato della sua esperienza nel recente congresso 'Citizen Hearing On Disclosure' tenutosi a Washington DC organizzato dalle maggiori associazioni ufologiche per spingere i governi mondiali a rivelare finalmente la verità sull'attività aliena sul nostro pianeta.
L'ex colonnello ha raccontato quello che è conosciuto come 'Incidente di Terranova', un avvistamento avvenuto nei primi anni del 1950, quando due ufo furono visti da molte persone al largo della costa di Saint Jonh. I superiori di French gli ordinarono di occuparsi del caso.
“Mi dissero che avevano un rapporto ufo e volevano che indagassi”, racconta French all'Huffington Post. “Mi dissero che uno l'ufo era stato visto sotto la superficie del mare. Quando arrivammo sul posto c'erano numerose persone sulla banchina che guardavano con stupore la superficie del mare, tra cui diversi poliziotti del posto”.
French ricorda che l'acqua era molto chiara e che si potevano vedere due velivoli circolari, ognuno dei quali di circa 18 metri di diametro e circa 3 metri di spessore. I due oggetti galleggiavano sotto la superficie dell'acqua ad un paio di metri l'uno dall'altro e a non poi di 20 metri dalla riva. E poi, vide due essere in acqua vicino ai velivoli.
“La prima cosa che vidi furono gli ufo. Era evidente che erano impegnati in qualche attività, ma non sono stato in grado di dire cosa. I due dischi non si trovavano sul fondale, ma a circa a metà altezza dalla superficie”, continua French.
“Poi vidi i due esseri: erano alti circa 2 o 3 metri, erano di colore grigio chiaro, molto sottili, con le braccia lunghe e con due o tre dita. La parte superiore della testa era molto ampia rispetto alla linea della mascella e gli occhi molto inclinati”.
Secondo il racconto dell'ex militare dell'Air Force, una delle navi ha poi cominciato ad emergere dal mare, “Quando è uscito dalla superficie, il velivolo viaggiava a circa 150 miglia orarie.
Poi, dopo qualche istante, ha cominciato a muoversi alla velocità straordinaria di 2500-3000 miglia all'ora, per poi scomparire all'orizzonte.
Il velivolo, incredibilmente, torno circa 20 minuti più tardi, rallentando quasi fino a fermarsi, per poi rientrare nell'acqua”.
French racconta che dopo altri 20 minuti le due navi si sono mosse insieme, ancora una volta cominciando lentamente per uscire dal mare, accelerando repentinamente una volta raggiunta l'alta atmosfera. “Credo stessero eseguendo delle riparazioni alla nave, con relativo collaudo per capire se le riparazioni fossero adeguate”, ipotizza French.
Per ironia della sorte, la funzione di Richard French nell'ambito del Progetto 'Blue Book' era quello di scovare e smentire i falsi casi ufo. Che tipo di rapporto ha potuto consegnare dopo aver assistito personalmente ad un caso così eclatante?
Dato che all'epoca l’ex militare rifiutava le storie di UFO, presentò una informativa fittizia, nella quale considerava queste navi come qualcosa di sconosciuto. “Scrissi che si trattava di qualcosa che non conoscevamo, qualcosa di forestiero o irriconoscibile”, ammette French.
“Ad ogni modo, penso senza dubbio che si trattasse di ufo e credo che a bordo ci fossero degli alieni. Non avevo alcun dubbio nella mia mente su ciò che ho visto, ma il mio compito era quello di sfatare la storia, così feci del mio meglio per riuscirvi”.
L'evento di Terranova e dei presunto alieni è avvenuto circa 60 anni fa, molto tempo prima che tutti avessero uno smartphone sempre disponibile per scattare qualche foto. Ma, nonostante non esista nessuna documentazione visiva a comprovare il rapporto, si tratta ancora di una delle migliori testimonianze ufologiche esistenti.
The Green Children di Woolpit, una storia fantastica che potrebbe nascondere molte verità, ed essere legata alla esistenza di vita extraterrestre male interpretata in passato dall'ignoranza e l'incomprensione.
Nel XII secolo, durante il caotico regno del re Stefano di Blois, qualcosa di strano è accaduto nel villaggio di Woolpit, Suffolk. Mentre i mietitori lavoravano nei campi durante il periodo del raccolto,due bambini emersero dai pozzi usati per cacciare i lupi.I bambini, un fratello e una sorella, indossavano degli strani abiti colorati ma quello che li rendeva davvero speciali era il colore verde della loro pelle.
Secondo i racconti dell'epoca, i bambini avrebbero vagato per i campi perplessi fino a quando non furono scoperti da alcuni mietitori che li portarono in città ove una folla incuriosita si raccolse rapidamente intorno a loro per interrogarli senza che nessuno fosse in grado di comprendere la strana lingua che parlavano. In seguito, i bambini furono portati al cospetto di Sir Richard de Calne,un proprietario terriero ch godeva di una certa autorità nella zona.
Per diversi giorni i bambini rifiutarono ogni sorta di cibo, anche se era evidente che erano affamati. Infine,dopo molti tentativi, furono offerti ai bambini dei piselli crudi che hanno mangiarono in fretta.
Per diversi mesi, i piselli, divenne il loro unico pasto fino a quando non furonoin grado di iniziare a mangiare del pane e altri alimenti.
Il ragazzo, che sembrava essere il piu' piccolo dei due, si ammalò e morì prima che fosse passato un anno dal loto arrivo in città. La bambina invece fu piu' fortunata; crebbe forte e trascorse il resto della sua vita in quel luogo.
Con il trascorrere del tempo, il colore verde della pelle della bambina svani' assumendo l'aspetto simile a quello delle persone normali.
In seguito, la bambina si adatto' alla nuova vita venendo battezzata.
Dopo questo evento la sua condotta divenne oscena e licenziosa e per diversi anni presto' i suoi servizi presso la casa di Sir Richard fino a quando sposo' un uomo di nome King Lynn di Norfolk.
Dopo aver imparato l'inglese la bambina comincio' a rispondere alle frequenti domande sulla sua origine le cui risposte erano sempre piuttosto vaghe e non facevano altro che aumentare il mistero sulla sua provenienza.
Secondo la versione fornita dalla bambina, ella proveniva da un posto chiamato Terra di San Martin, dove non c'era il sole ma solo un crepuscolo permanente, e dove tutte le persone erano come lei, con la pelle di colore verde. La ragazza fu in grado di fornire le indicazioni esatte del luogo da cui proveniva e della Terra di San Martin, ma da quando si accorse dell'esistenza di un altro paese molto più luminoso al di là di un "grande fiume", preferi' stabilirsi tra gli "umani" che vivevano in superfice, rifiutando di far ritorno al luogo di origine.
Esiste anche una reinterpretazione spagnola della storia
Nei pressi di Banjos, in Spagna, due fanciulli (maschio e femmina) comparvero sull’entrata di una grotta, nell’agosto del 1887. Avevano la pelle verde e i loro abiti erano fatti con una stoffa molto strana. Non parlavano la lingua locale e il taglio dei loro occhi era molto simile al taglio orientale. Inizialmente rifiutarono il cibo datogli dai contadini, il maschietto si ammalò e morì poco dopo, la femminuccia sopravvisse e imparò la lingua a sufficienza per spiegare che venivano da una terra senza sole, dove un giorno una tromba d’aria aveva portato via lei e il suo compagno depositandoli nella caverna. Sfortunatamente morì anche la bambina nel 1892, così il mistero non venne mai risolto.
Analizzando le due storie si possono trovare molte somiglianze che portano ariflettere molto sulla veridicità della storia. Cosa c’è di vero dietro queste storie straordinarie? Per la prima (o versione Inglese) le due fonti originali sono entrambe datate al 12 ° secolo. Guglielmo di Newburgh (1136-1198) era uno storico e monaco inglese; la sua principale opera “Historia rerum Anglicarum” (Storia degli affari inglesi), contiene una citazione della storia dei bambini verdi. L’altra fonte è di Ralph Coggeshall (morto nel 1228), che fu abate della Coggeshall Abbey. Il suo racconto dei bambini verdi è incluso nel “Anglicanum Chronicon”, a cui ha contribuito tra il 1187 e il 1224.
Come si può vedere dalle date, entrambi gli autori registrarono l’episodio molti anni dopo il suo presunto avvenimento. Il fatto che non si fa menzione dei bambini verdi invece nella “Cronaca Anglosassone”, che si occupa di storia inglese fino alla morte di Re Stephen nel 1154, e include molte delle “meraviglie” popolari del momento, potrebbe indicare una data per l’incidente all’inizio del regno di Enrico II, piuttosto che sotto il regno di Re Stephen.
La storia dei bambini verdi è rimasta nella fantasia popolare durante tutta la storia successiva, come dimostrano i riferimenti ad essa da parte di Robert Burton, in “The Anatomy of Melancholy”, scritto nel 1621, e una descrizione basata sulle fonti del 12 ° secolo con Thomas Keightley in “The Mythology Fairy” (1828 ). Per la versione spagnola la storia sembra nascere con John Macklin dopo la citazione nel suo libro “Strange Destinies” (1965). Non esiste un luogo preciso chiamato ‘Banjos’ in Spagna e gli avvenimenti sembrano solo una rivisitazione della storia inglese del 12 ° secolo.
Diverse spiegazioni sono state proposte per l’enigma dei bambini verdi di Woolpit. Le più estreme indicano i bambini come provenienti da un mondo nascosto dentro la terra o che fossero giunti da una dimensione parallela o che fossero alieni arrivati accidentalmente sulla Terra. Ma forse prima occorrerebbe stabilire se questi bambini siano realmente esistiti. La storia infatti sembra avere molti punti in comune con leggende del folklore locale, che parlerebbe di un “popolo del bosco” o “popolo della natura” che abiterebbe sottoterra, composto da elfi e fate, oltre che da bizzarri esseri umani.
La descrizione della ragazza sembra essere estremamente simile all’immaginario collettivo sulle fate che si aveva all’epoca. Dopo il matrimonio, la sua indole sarebbe divenuta “giocosa e faceta”, atteggiamenti solitamente attribuiti al mondo delle fate; il colore verde inoltre è spesso associato ad eventi soprannaturali e magici; i fagioli verdi infine sono considerati il cibo dei residenti dell’oltretomba. Tuttavia, forse la spiegazione è molto più umana e, non è necessario chiamare in ballo fate e creature del bosco per fornire un quadro plausibile sui bambini verdi di Woolpit. Un’ ipotesi è quella che i bambini fossero di origine fiamminga: durante il XII° secolo le regioni orientali dell’Inghilterra furono meta dell’ immigrazione di fiamminghi, perseguiti dopo l’ascesa al trono di Enrico II ed in buona parte uccisi durante una battaglia avvenuta nel 1173.
La spiegazione sembrerebbe coerente col fatto che la lingua fiamminga era del tutto sconosciuta agli inglesi del tempo, oltre al fatto che il vestiario era differente da quello inglese. I bambini potrebbero essersi persi nella foresta dopo l’uccisione dei loro genitori, finendo per vagare in alcuni dei tunnel presenti nell’area. Paul Harris teorizza che i bambini avessero probabilmente vissuto nel, o vicino al, villaggio di Fornham San Martin, da cui il riferimento a St. Martino nella loro storia. Questo villaggio, a pochi chilometri da Woolpit, è separato da esso dal fiume Lark, probabilmente il “fiume considerevole” citato successivamente dalla ragazza. La colorazione verde della pelle invece può essere spiegata con “la malattia verde”, nome un tempo dato ad una forma di anemia causata da deficit alimentari. Dopo aver seguito un regime alimentare normale infatti, i bambini avrebbero ripreso un colorito sano. Probabilmente questa patologia era in stato troppo avanzato nel maschio, cosa che ne causò la morte un anno dopo il suo ritrovamento.
Qualunque sia la verità sulla questione, la storia dei figli verdi rimarrà negli annali uno dei misteri più sconcertanti d’Inghilterra.