giovedì 5 novembre 2015

La Genesi dell'Evoluzione

L’evoluzione della specie è un’ipotesi infondata tardo ottocentesca. Le ricerche genetiche ed antropologiche contemporanee giungono infatti a conclusioni opposte: il corredo genetico è immutabile nel tempo – l’homo sapiens è comparso (circa duecentomila anni orsono) così com’è oggi.

Viene invece confermata la selezione degli estremi. Se in una specie permangono alcune caratteristiche troppo lontane dalla norma e controproducenti per la vita in un determinato ambiente, esse decadono sino a scomparire del tutto.
 

Il concetto di evoluzione si basava, ultimamente, su ‘salti improvvisi’ che le specie avrebbero compiuto per giungere al loro aspetto attuale. Il problema è che una mutazione genetica per garantire la sua diffusione, sarebbe dovuta comparire in identico modo almeno in un altro esemplare, nello stesso momento. Tale improbabile eventualità lascia il campo aperto a chi nega validità scientifica alla teoria classica dell’evoluzione.

Le specie sarebbero quindi comparse già con il loro corredo genetico attuale, adattandosi all’ambiente ma conservando inalterato il loro DNA. Da ciò deriva che l’origine scimmiesca dell’homo sapiens è solo un’ipotesi tra le tante, ormai accantonata dalla scienza stessa.
 
 
Lucy, la strombazzata antenata africana del genere umano, non è la nostra progenitrice ma un semplice animale. Peccato. Tale origine comune avrebbe creato una comunità ideale tra uomo ed ambiente terrestre che invece non esiste. L’essere umano è attratto dall’artificio, dal nitore asettico delle sue abitazioni, dal volo, dallo spazio e dalla speculazione astratta. Sembra davvero appartenere ad un ambiente molto diverso da quello in cui abita.
  
Alcuni ortopedici statunitensi hanno affermato che il corpo umano sarebbe predisposto per una vita in un ambiente con gravità decisamente inferiore a quella terrestre (fonte primaria dei danni ortopedici). I bioritmi umani sono ‘tarati’ su cicli di 23 ore invece delle consuete 24. Occorrerebbe poi considerare l’assoluta anomalia della probabile doppia genesi umana, con la presenza del più antico fattore Rh- (in un buon 15% dell’umanità) che continua perentoriamente a ricordarcelo.

Ciò premesso, l’evoluzione resta incredibilmente il paradigma scientifico corrente. Si insegna nelle scuole e nelle università, si compiono studi in suo nome come se si trattasse di un dogma religioso. Viene infatti contrapposta al ‘creazionismo’ di origine biblica, così come l’ebraismo può essere contrapposto all’islam.

Se l’uomo è un soggetto sostanzialmente geneticamente immutabile ed immutato, è doveroso porci alcune domande sulla sua (nostra) origine. La possibilità che si tratti di una specie allotria sono sempre più verosimili. Temo al contempo però che sia ormai un po' troppo tardi per porci tali quesiti.
 

mercoledì 4 novembre 2015

Le popolazioni mitologiche d'Irlanda. Dai Nemediani ai Tuatha de Danann

L’antica letteratura irlandese è stata tramandata grazie all’opera dei primi monaci cristiani, che si sono occupati della trascrizione delle antiche leggende e dei racconti narrati oralmente dai filid o fili, gli antichi poeti irlandesi.
 
Cicli Irlandesi
 
 
 
 
 
 
 

I Celti non erano soliti dividere i loro miti in cicli. Questi cicli sono solo frutto dei moderni studiosi che, per comodità, hanno diviso i miti irlandesi in periodi. La letteratura celtica è divisa in tre cicli:

 *il Ciclo Mitologico,
 *il Ciclo dell’Ulster
 *il Ciclo di Fionn.
 
A questi tre cicli ne viene talvolta aggiunto un quarto, chiamato Ciclo dei Re o Ciclo storico, che contiene i racconti delle figure storiche o semi-storiche dei re d’Irlanda.
 
I miti irlandesi furono probabilmente messi in forma scritta nel corso dell’VIII secolo dai Druidi, grazie l’utilizzo dell’Ogham. Purtroppo ne sono rimasti pochi esempi, dal momento che tale scrittura era tracciata principalmente su corteccia o bacchette di nocciolo e di pioppo e quindi, alla fine, altamente deperibile...
 
I monaci del primo Medioevo trascrissero i racconti appresi oralmente, in una forma che potesse essere adatta ai nobili e alle famiglie reali e gli antichi miti vennero riscritti in un’ottica cristiana,
 perdendo quegli elementi sacri che li contraddistinguevano originariamente.
 
IL CICLO MITOLOGICO
 - Libro delle Invasioni-
 
Il tema centrale del Ciclo Mitologico concerne le successive invasioni dell’Irlanda da parte di clan soprannaturali e prende l'avvio dalla creazione del mondo.
 
Secondo la tradizione, il popolo dei Gaeli discenderebbe dell'antica popolazione dei Milesi, che sbarcò in Irlanda per la prima volta circa tremila e settecento anni fa, giungendo dalla Spagna.
Ma i Milesi furono solo gli ultimi di una serie di popoli: i primi abitanti dell’Irlanda furono infatti i Partoloniani, seguirono i Nemediani, i Fomoriani e i Fir Bolg, i divini Tuatha De Danann, per giungere infine ai Milesi.
 
Dopo il Diluvio, Ériu rimase pressoché disabitata per duecentosettantotto anni, finché giunsero le genti guidate da Partholón. Durante la loro permanenza in Ériu, i Partoloniani si moltiplicarono e popolarono l'isola. Essi istituirono molti mestieri e arti e per la prima volta stabilirono delle leggi.
 
I Partoloniani abitarono per trecento anni in Ériu, finché furono colpiti da una pestilenza che scoppiò il giorno di Beltane, quando tutta la popolazione di Eriu fu spazzata via. Dopo la scomparsa della stirpe di Partholón, l’Irlanda rimase disabitata per trent'anni, prima che arrivassero le genti guidate da Nemed. Il nome Nemed vuol dire «privilegio» o forse «santità».

È possibile rapportarlo a una dea dei Celti continentali, Nemetona, che godeva di particolare importanza. Il nome Nemetona è sicuramente connesso al termine nemeton «santuario», il bosco sacro. Questa Dea è affine a una Dea irlandese, la Némain, una delle tre furie guerriere.
 
Con Nemed vi erano la sua sposa Macha e i suoi quattro capitani, ovvero i suoi stessi figli. Ciascuno di loro era a sua volta accompagnato dalla propria compagna. La prima dei Nemediani a morire sul suolo di Ériu fu Macha moglie di Nemed. Durante il regno dei Nemediani, vennero ingaggiate numerose lotte contro i Fomoriani. Fu a seguito di una di queste battaglie che i Nemediani, sconfitti, decisero di ritornare dai loro antenati in Grecia.
 
Quella dei Fir Bolg fu la quarta ondata che invase l’Isola. I Fir Bolg erano stati resi schiavi in Grecia,
 e decisero di partire e di stanziarsi in Irlanda, la terra dei loro antenati Nemediani. La piccola flotta venne spezzata dal vento e dal mare in tre gruppi che andarono alla deriva allontanandosi gli uni dagli altri. Si formarono così tre distinte schiere, che in seguito vennero chiamate Fir Galeóin «Armati di lancia», Fir Domnann «Uomini che scavano la terra» e Fir Bólg.

È in ogni caso corretto chiamarli genericamente Fir Bólg, gli «Uomini-Sacco», così chiamati per i sacchi che avevano trasportato con loro. Dopo l’arrivo, i tre gruppi si incontrarono nel centro dell’isola e là i cinque capi si divisero Eriu equamente in Míde, Ulster, Leinster, Munster e Connaught.
 
Il dominio dei Fir Bólg durò tuttavia soltanto trentasei anni. Infatti stava già arrivando il popolo dei Túatha Dé Dánann. I Tuatha De Danann sbarcarono sull’isola il lunedì di Beltane e bruciarono le imbarcazioni in modo che nessuno di loro potesse ripartire. “Tuatha De Danann” in gaelico significa “Popolo della Dea Danu”. Le genti di questo popolo erano descritte come divinità scese in terra.
 
Quando gli umani arrivarono in Irlanda, i Tuatha De Danann si nascosero sotto terra ed uscivano di rado per comunicare con quelle genti che li consideravano fate o appartenenti al piccolo popolo. Venuti a conoscenza dello sbarco dei Túatha Dé Dánann, i Fir Bólg inviarono degli uomini nel Connacht per scoprire chi fossero questi invasori. Le spie riferirono di aver visto una folla di superbi eroi, bene armati e temibili, bravi nella musica e nella danza.

Lo scontro fu inevitabile e mentre i Túatha Dé Dánann stavano ancora erigendo le loro fortificazioni,
 le tre dee della guerra, la Badb Chatha, la Macha e la Mórrígan, si recarono a Temáir, dove i Fir Bólg stavano architettando i loro piani e portarono nebbia e nuvole sui Fir Bólg scatenando una terribile pioggia di fuoco e di sangue sulle teste dei guerrieri.
 
I tre druidi dei Fir Bólg impiegarono tre giorni a rompere quell'incantesimo e quel tempo servì ai Túatha Dé Dánann per ultimare le loro fortificazioni. I Milesi sbarcano in Irlanda dapprima in pace,
 e poi con la forza delle armi la strapparono ai Túatha Dé Dánann.
 
Una volta conquistata, i Milesi stabilirono il loro dominio sull'Irlanda ed i loro due capi, Éber ed Éremón si divisero l'isola tra loro.
 

lunedì 2 novembre 2015

La Via dell'Armonia... Il Ritorno all'arcadica Età dell'Oro

EFFETTIVAMENTE l'Uomo ha perso la capacità di coesistere in armonia ed equilibrio con la natura. E questo ci ha allontanato dal nostro ruolo e dalla capacità di interagire con la natura stessa, che poi doveva essere la condizione arcadica delle società umane prediluviane. Quelle ricordate nei miti come "L'Età dell'Oro"

Ciò che mi piace di più del tema in questione relativamente a questo tipo di tematiche, oltre ovviamente alla questione etica, risiede nella forza RIVOLUZIONARIA che il concetto avrebbe sulla forma pensiero dominante... sarebbe davvero in grado di ribaltare il canone e il paradigma dello status quo esistente, come auspicato nella parte conclusiva dell'articolo dove si sottolinea la necessità di ripensare la posizione dell’umanità sul pianeta

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Viviamo in un Sistema Carnista

La storia dell’oppressione animale è di lunga data, anche se non ha sempre accompagnato la storia dell’umanità: possiamo farla risalire alla rivoluzione neolitica, alla sedentarizzazione dei nostri antenati e alla domesticazione di alcune specie animali.
 
Le relazioni dei vari gruppi umani con gli altri animali sono state e continuano ad essere molto varie, a seconda delle epoche storiche, dei diversi sviluppi culturali, filosofici e religiosi.
 
Possiamo però dire che l’epoca attuale è la più tragica, la più dolorosa, la peggiore per la quantità e il tipo di sofferenza inflitta agli animali non umani. La violenza e l’oppressione hanno assunto scala industriale e un’organizzazione scientifica del dominio sui corpi e sulle vite delle vittime di questo sistema. Si calcola che ogni anno vengano allevati o catturati e uccisi, per l’alimentazione umana, circa 50 miliardi di individui.
 
La filiera di produzione del cibo ha oggi caratteristiche totalitarie: agli animali destinati a diventare alimenti sono inflitte condizione di vita impossibili, verrebbe da dire condizioni disumane, per indicare un’assuefazione alla violenza che è un tratto tipico delle società industriali contemporanee..
 
 
Agli animali definiti da allevamento sono negate tutte le attività vitali. Negli allevamenti non esistono rapporti sessuali – la riproduzione avviene esclusivamente con reiterate inseminazioni artificiali, ripetute fino alla consunzione delle femmine, che vengono scartate e soppresse una volta scese al di sotto di certi indici di produttività come fattrici.
 
L’alimentazione è forzata e non ha più nulla a che vedere con le inclinazioni fisiologiche: gli erbivori non sono nutriti con l’erba, ma con cereali a volte addirittura con farine animali, al fine di farli crescere e ingrassare più in fretta. L’uso di antibiotici e altri medicinali non è un’eccezione e nemmeno una possibilità, bensì una regola, una necessità, per mantenere “sani” – si fa naturalmente per dire – animali costretti a vivere in ambienti sovraffollati, innaturali, autentici luoghi di tortura.
 
Tutto questo avviene con un’organizzazione implacabile: si è creata, nell’indifferenza generale, una gigantesca macchina di nascite forzate e soppressioni di massa. Gli animali sono ridotti ad oggetti, la vita è mercificata.
 
Il messaggio che ci arriva dalla società industriale, dal suo apparato culturale e di comunicazione, è che tutto ciò non costituisce un problema, che questa è la sorte degli animali, che le necessità degli uomini, o meglio dei consumatori, devono essere soddisfatte ad ogni costo ed anzi vanno stimolate, moltiplicando i consumi di carni, latte, derivati animali.
 
 
In questo modo stiamo disprezzando la vita, stiamo privando della loro dignità esseri senzienti, perfettamente coscienti di quel che viene loro inflitto. Se osserviamo la sorte inflitta nel corso della storia agli animali non umani, e ci soffermiamo in particolare su come vengono trattati oggi nella società contemporanea, vediamo scorrere in filigrana la storia sempre più dura e sempre più crudele di un dominio. Gli animali sono i più indifesi fra gli oppressi. Vengono trattati così non perché siano predisposti all’oppressione e allo sterminio, non perché siano creature “naturalmente” a disposizione dell’animale umano, ma per un semplice rapporto di forza: vengono trattati così, perché è possibile trattarli così.

Nello sguardo infelice degli animali che torturate dovreste imparare a scorgere la sofferenza di tutti, nella lotta per liberarli, una lotta per la liberazione di tutti gli oppressi, umani e non umani.
 
E’ ciò che hanno sperimentato nella storia, e tuttora sperimentano, innumerevoli gruppi umani, oppressi di volta in volta con motivazioni culturali o politiche o sociali, ossia per le differenze di lingua, di credo religioso, di origine geografica; o per mera convenienza all’interno di relazioni di potere in famiglia, sul posto di lavoro, nella società.

L’oppressione degli animali ha una grande legittimazione ideologica, viviamo nella società che è stata chiamata del “carnismo”: una società nella quale viene vissuto come ovvio e scontato lo sterminio sistematico degli animali non umani. Ma la mercificazione della vita è un tratto universale di questa società fondata sul denaro e riguarda gli animali umani e tutto il vivente. Viviamo nella società che sta percorrendo di gran carriera la strada dell’autodistruzione.
 
In questa folle corsa vengono triturati e strumentalizzati anche gli ideali più alti: la bandiera dei diritti umani è alzata sistematicamente, nella nostra parte di mondo, per giustificare azioni di guerra e occupazioni militari.
 
Oggi dobbiamo ripensare la posizione dell’umanità sul pianeta. I suoi rapporti con gli altri ospiti della Terra: gli animali e le piante. Dobbiamo pensare a un futuro comune, a un radicale cambio di rotta rispetto alla strada sulla quale tutti noi ci troviamo a camminare. Una via d’uscita è possibile e passa attraverso una nuova e più estesa nozione di libertà e di rispetto per l’altro, attraverso un’idea di giustizia che includa tutto il vivente. Perciò la questione animale è anche la questione dei diritti umani, del diritto alla vita, del diritto al futuro.
 
 
Mettere il rispetto per l'animale e per tutto il vivente al centro dell'agenda politica avrebbe conseguenze rivoluzionarie, in termini economici, etici, educativi ed ecologici. Comporterebbe uno spostamento delle pratiche quotidiane, nell'alimentazione, nella sperimentazione scientifica, nel rigetto della crudeltà, nell'abbracciare ciò che vive fuori dalle categorizzazioni e dalle gerarchie che la cultura carnista ha imposto nominandole come natura, e che sono invece espressione di dominio.
 

domenica 1 novembre 2015

Lo sciamanesimo, la “religione naturale” di tutto il pianeta

Oggi si sa poco della natura e della storia dello sciamanesimo. Le varie mode moderne hanno portato molta confusione sull’argomento sovrapponendo aspetti etnici, spesso basati sull’intraprendenza di presunti sciamani, alle effettive pratiche tradizionali. Aspetti che se una parte tendono magari in buona fede a rispolverare una misconosciuta disciplina spirituale, dall’altra portano a monetizzare risibili performance legando lo sciamanesimo, per ignoranza dell’argomento, a forme di magia e superstizione fine a se stesse.
 
Ed è con questo aspetto che la maggior parte del pubblico interpreta lo sciamanesimo, portandolo lontano dalla sua reale identità esperienziale e ravvisandolo come una pratica primitiva.
 
Questa tendenza culturale ha favorito in questo modo la cover up attuata dalle religioni storiche del momento che non vogliono far apparire lo sciamanesimo come le radici antiche da cui hanno preso idee e vita. E che soprattutto temono la sua forza spirituale improntata alla libertà dell’individuo e al suo rapporto personale con la Natura e con la Causa Prima che si manifesta attraverso di essa al di là dei testi sacri che regolano credenze e dogmi.
 
In effetti lo sciamanesimo può essere inteso come la prima forma di religione naturale apparsa con la prima presenza della vita senziente sul pianeta. Intendendo per religione, non l’insieme dogmatico che vediamo oggi nelle religioni storiche esistenti, ma il contesto culturale e spirituale in cui l’individuo può sviluppare il suo rapporto consapevole e spontaneo con la Natura e il Mistero mistico che si rivela attraverso di essa.
 
Una corrente di pensiero che ha unito e che unisce ancora oggi tutti quegli individui che guardano con curiosità e consapevolezza al segreto della propria esistenza e dell’universo, spingendosi ancora oltre, verso la matrice che ha dato origine al tutto.
 
Individui che non si sottraggono alla sperimentazione diretta del richiamo del Trascendente percepito sul piano interiore, per provvedere alla personale elevazione interiore e giungere a un piano di conoscenza, sino dove l’umana possibilità consente. Un contesto naturale, privo di dogmi e di morali, basato sulla sperimentazione diretta della Natura, senza che sia mediata da alcun intermediario ideologico.


La Foresta di Brocéliande in Bretagna. Da millenni è il teatro di tradizioni druidiche dei Nativi europei
 
Lo sciamanesimo ha origini antiche e sarebbe ancora conosciuto nella sua reale natura nel nostro tempo se non fosse intervenuta l’azione della cosiddetta “Discovery Doctrine” a seguito di una bolla papale della Chiesa del ‘400 che apriva alle colonizzazioni dell’Europa cristiana su tutto il pianeta. Una colonizzazione che fu causa di sofferenza, di massacri e di riduzione in schiavitù in tutti i continenti, ma soprattutto produsse la distruzione sistematica delle tradizioni che erano all’origine dell’umanità, lasciando dietro di sé molta confusione e relegando l’antica conoscenza a un mosaico di tessere disperse, come le membra del mitico Osiride, lasciate in possesso ai vari esoteristi che da secoli tentano di recuperare l’antica conoscenza edenica perduta.
 
In realtà, oggi a continuare l’antica tradizione dell’umanità che si collega al mito del Graal e di Fetonte sono rimasti solo i “Popoli naturali”, culture native che non sono state contaminate, nonostante le repressioni della società maggioritaria, dalle ideologie imposte dalle varie religioni storiche. E solo presso di loro ormai si può giungere alla fonte lasciata dalla “Antica Luce di Conoscenza” che portò in Terra il riscatto del pianeta dall’oblio delle Ere oscure quando su di essa dominavano i “giganti”.
 

L’archetipo dello sciamano nel mondo moderno
 
La figura dello sciamano è da sempre mal interpretata dagli esploratori e dagli antropologi della società maggioritaria che non hanno mai capito nulla della sua effettiva natura. Non potevano comprenderla poiché erano ipotecati dalle ideologie religiose che li costringevano a fare confronti conosciuti identificando gli sciamani di volta in volta come sacerdoti di culti misteriosofici, come maghi che compivano sortilegi, stregoni che comunicavano con gli spiriti dei defunti o terapeuti che compivano scaltre guarigioni basandosi sulla credulità degli altri membri del villaggio.
 
Ma lo sciamano non è nulla di tutto questo. Lo si potrebbe definire un ricercatore che osserva la Natura per trarre la conoscenza dei principi fisici utili da utilizzare per ottenere benessere e risorse per la vita quotidiana. Un Alchimista in grado di sviluppare la ricerca scientifica senza abbandonare il senso di meraviglia e di mistero che la stessa Natura può suscitargli con la sua manifestazione.


La Fontana di Barenton all’interno della Foresta di Brocéliance vicino a Paimpont. È conosciuta anche come la “Fontana di Merlino”. La sua acqua ribolle senza salire di temperatura e sembra rispondere ai quesiti posti da chi si affaccia sul piccolo specchio d’acqua
 
Un Filosofo che, coniugando scienza e metafisica, non si ferma ai soli fenomeni fisici, ma vuole capire, utilizzando un metodo assolutamente scientifico, come questi stessi si manifestino e da che cosa abbiano origine. Un filosofo che va oltre la manifestazione sensibile dell’universo, spingendosi fino al fenomeno delle sue origini per esplorare la dimensione primigenia del Vuoto cosmico, che Vuoto non è se non per la limitazione dell’interpretazione dell’intelletto. Un Vuoto da cui tutto ha preso esistenza.
 
Lo sciamano non è una figura tanto lontana dall’esperienza comune. È infatti da intendersi come un individuo, presente nelle ere arcaiche quanto nel nostro tempo. Un individuo curioso che ha la ferma percezione che l’esistenza non sia solo quella che viene percepita attraverso i sensi, ma intuisce l’esistenza di altre dimensioni da esplorare ed è attratto da un forte richiamo del trascendente, intendendolo come il vero aspetto dell’esistenza vissuta. Dimensioni che possono portarlo a un bagaglio di conoscenza attraverso cui dare un significato al senso mistico della sua esistenza e ottenere benessere per se stesso e per altri.
 
Lo sciamanesimo arcaico è un elemento ben preciso che si lega storicamente al mito del Graal e costituisce una precisa tradizione che si snoda attraverso i millenni. Si lega quindi al mito di Fetonte e allo sciamanesimo druidico dei Nativi europei dell’intero continente.
 
Un’esperienza che nulla ha a che vedere con lo sciamanesimo ereditario che sostiene il potere della gestione di molte comunità native esistenti sul pianeta, né con quello di tante consorterie newagiane che sono nate attorno al “maestro” di turno che, monetizzando o meno, ha raccolto intorno a sé ferventi e ingenui adepti.
 
Lo sciamanesimo arcaico è stato all'origine di tutte le grandi religioni storiche che, dopo aver copiato insegnamenti spirituali e conoscenze continuando a conservare miti e simbolismi, tendono a negare questa origine comune relegandola a un passato archeologico. Proclamandosi, ognuna di esse, entità che vantano una loro primogenitura nel contatto con il divino, interpretandolo sempre in maniera specifica, tanto da essere sempre in perenne conflitto tra di loro allo scopo di assicurare il predominio della loro verità sulle altre. Lo sciamanesimo è anche l’origine dei vari esoterismi occidentali e delle molteplici consorterie esoteriche che sono nate dal medioevo in poi per studiare e conservare i vari “segreti” iniziatici del caso. Ma è stato anche l’origine della più nobile cultura dell’Alchimia araba e medievale, la quale non ne ha stravolto la natura primigenia e tradizionale.


Uno sciamano della cultura nativa del Nord America
 
Oggi lo sciamanesimo rimane patrimonio culturale indiscusso dei Popoli naturali di tutto il pianeta che, come si è detto, si differenziano da quelli nativi per la loro indipendenza dalle religioni storiche.
 

La comunità drudica della Foresta di Brocéliande
 
Tutto l’esoterismo dello sciamanesimo è custodito all’interno dei molteplici simboli, rappresentabili con segni e leggende, con cui esprime la sua profonda conoscenza.
 
Venni a conoscenza del meraviglioso mondo dello sciamanesimo molti anni fa in occasione della raccolta di dati per il libro “Rama Vive” che progettavo di scrivere assieme a Rosalba Nattero. Un libro che avevamo intenzione di scrivere partendo dal mito di Fetonte e della città megalitica di Rama che secondo le leggende sarebbe stata costruita nella Valle di Susa in Piemonte.
 
Inevitabilmente le tradizioni locali ci portarono a cercare conferme nella cultura dei Nativi europei per tutta l’Europa viaggiando dalla Scandinavia alla Danimarca, dalla Scozia all’Irlanda sino alla Bretagna.
 
E fu proprio qui che un giorno, nella magica foresta di Brocéliande nei pressi di Paimpont, seduti al bordo della cosiddetta “Fontana di Merlino”, consacrata come tale dalla tradizione locale per i suoi inspiegabili fenomeni che si verificano nell’acqua, facemmo l’incontro con la Storia del pianeta.
 
Stavo suonando il mio flauto quando vidi dall’altra parte una persona che ci sorrise amichevolmente chiedendoci chi eravamo e che cosa stavamo facendo. Superati i reciproci convenevoli ci disse di essere un druido e di appartenere a una comunità secolare che si ritrovava nella foresta e ci invitò a conoscere la sua comunità druidica.

 
Un mito dell’Antico Egitto narra, in parallelo al mito druidico del Drago primordiale, che il dio Thoth creò l’universo con la sua voce scandendo alcune note
 
Sono passati da allora molti anni e dopo innumerevoli incontri in quel sito abbiamo potuto afferrare molte cose della tradizione sciamanica dei Nativi europei che ci sono poi serviti per la stesura del nostro libro. Fui molto colpito dalla narrazione del mito del “Drago primordiale” con cui l’antico sciamanesimo dava vita all’universo prevenendo teorie della scienza moderna e addentrandosi nelle nuove ipotesi della fisica quantistica.
 
Il mito era collegato alla Kemò-vad, l’esperienza di meditazione che veniva praticata dal druidismo antico e ancora oggi da questa comunità, che tra l’altro non era la sola in tutta la Bretagna. Il termine Kemò-vad significava nell’antico idioma gaelico regionale “danzare nel vento”, implicitamente per “divenire vento nel vento e vivere l’armonia, la forza e la conoscenza della Natura”. Il simbolismo del vento inteso come natura mistica delle cose si riferiva alla qualità invisibile e immateriale dello Shan, ovvero la Natura nel lessico del gaelico arcaico, che si rivela nel suo aspetto reale al di là dei sensi e dell’immaginazione della mente con le intuizioni dell’Io consapevole, o spirito. Una intuizione che ricorda un bagliore indefinibile, ma determinante per trarne conoscenza e benessere.
 
Una qualità di esistenza irraggiungibile dall’intelletto umano, tanto che le veniva attribuito anche il termine di Vuoto, ovvero l’esistenza priva dell’identificazione attraverso i concetti.
 
L’estasi, per intenderci, attribuita ai santi cristiani che non hanno mai saputo di entrare in sintonia con il piano dello Shan che nella sua globalità contiene l’universo e gli altri mondi possibili. Ente esaustivo a se stesso che manifesta innegabilmente la presenza di una Causa prima del Tutto. Ovvero l’OIW o MAT del druidismo.
 
Dalla comunità druidica di Paimpont prendemmo conoscenza anche della Nah-sinnar, la musica modulata sulle proprietà dei numeri primi, realizzata sempre sul mito del Drago primordiale, che era in grado di produrre visioni di sogno onirico e di viaggio attraverso il tempo e lo spazio.
 
La Nah-sinnar è una musica particolare basata su archetipi naturali che produce benessere e che non è da rapportare alla musicoterapia classica in quanto non è l’effetto melodico che produce i suoi effetti, ma la sua struttura. Oltre a produrre l’esperienza della visione anche in maniera assolutamente spontanea in quanti l’ascoltano, è in grado di suscitare il rilassamento delle membra, il rilassamento mentale, sino all’ottenimento di una vera pace interiore. Tanto che è indicata come supporto per una meditazione da condurre senza difficoltà.
 

Il mito del Drago primordiale e la cosmologia vibrazionale
 
Nella leggenda del Drago vi sono molti contenuti relativi alla filosofia e al simbolismo della Kemò-vad. La figura del Drago ha molti risvolti, ma quello essenziale riguarda il processo di trasformazione alchemica della “korà”, l’energia vitale ed evolutiva insita nell’universo e nella figura del druido-sciamano che la interpreta.
 
Ne cito la parte che ci riguarda.

“All’inizio del tempo c’era solo il vuoto. Esisteva l’abisso degli abissi, ribollente e senza fine del caos. Era incomprensibile, profondo e immenso e si perdeva nell’infinito che è all’origine del tutto.
 


Nell’ambito della cosmologia vibrazionale dell’universo gli antichi sciamani idearono la Nah-sinnar, una musica in grado di produrre visioni e di creare benessere psicofisico
 
Poi, un giorno, questo abisso si squarciò all’improvviso, e dentro ad esso si aprì una breccia e si formò una grande voragine. E da questa voragine uscì fuori con un salto il Drago da cui ha origine la nostra esistenza (la fisica quantistica potrebbe intravedere in questo la fluttuazione di campo che ha dato origine al processo inflazionario).
 
Per prima cosa si rannicchiò su se stesso chiudendosi come l’uovo generatore, poi si alzò in piedi e si stese in tutta la sua altezza aprendo le braccia che diventarono gigantesche e possenti ali, dispiegandole in tutta la loro estensione. Lanciò il suo urlo verso il grande vuoto, tanto forte che risvegliò la vita che esso nascondeva.
 
Il Drago si fermò, immobile, per guardarsi intorno, muovendo solo la coda in segno di sfida e di determinazione. Il suo sguardo era terribile. Guardava davanti a sé con intensità e fissità pronto a colpire, rapido e senza esitazione, ogni suo possibile nemico. Aveva l’acutezza della percezione, la costanza della vigilanza, aveva il potere di uccidere, ma aveva anche una conoscenza delle cose segrete che gli dava saggezza.
 
Poi il Drago portò le braccia sui fianchi sollevandole sino a serrare le mani sul petto per trovare tutta la forza di cui poteva disporre e accennò al suo primo passo di danza.
 
Dal suo fiato infuocato nacquero i primi dèi. Li fece a sua somiglianza e trasfuse in loro l’amore per la vita, la forza e la conoscenza. Perché essi potessero imparare ad essere dèi e ad evocare il potere del Drago, diede loro la ruota delle saz-hat (che poi sarà identificata con la ruota d’oro forata di Fetonte). Dal sangue degli dèi nascemmo infine noi. Da loro apprendemmo come diventare uomini e ci venne trasmesso il potere del Drago”.

Il potere del suono sancito dal mito del Drago primordiale non è passato inosservato all’attenzione degli antichi sciamani. L’invisibilità misteriosa del suono che era in grado di agire sull’uomo come melodia e come sensazioni emotive li portò a concepire un’azione creatrice che doveva essersi prodotta all’inizio della creazione dell'universo, partendo proprio dall’invisibilità del piano reale dello Shan, che poteva dare una spiegazione alla manifestazione del mondo fisico in cui vivevano.

 
La meditazione dinamica della Kemò-vad, l’Arte del gesto consapevole che porta al benessere e all’armonia interiore
 
Un universo nato a seguito di una Causa Prima che con la sua azione aveva dato vita a un Suono primordiale che aveva prodotto una vibrazione che si è poi espansa nell’infinito, creando con i suoi gorgoglii e ridondanze gli atomi, i corpi celesti, i pianeti e la vita e consentendo la comparsa della consapevolezza delle creature viventi.
 
Altre tradizioni storiche hanno, in seguito, preso spunto da questa antica conoscenza sciamanica e la cosmologia vibrazionale è entrata in molti miti che conosciamo ancora oggi.
 
Possiamo citare l’Antico Egitto che vedeva nell’urlo modulato del dio Thoth la forza creatrice dell’universo, o l’Antica Grecia che riportava la danza di Eurinome che vorticando produceva le onde creatrici della vita, o gli Aborigeni australiani che con il suono del “Bull roar” ripetono il suono che ha creato l’universo.
 
O ancora, la tradizione rabbinica che vede nel suono delle “Parole di potenza” la capacità dell’evocazione del Golem, e anche la tradizione ebraica che concepisce il suono della voce di Dio, il soffio vitale che ha creato l’intero universo.
 
Una mitologia antica che riecheggia oggi attraverso la teoria della fisica moderna che vede nelle “stringhe”, ipotetiche corde di pura energia vibrante, la base fenomenica su cui si sostiene tutta la materia. Un salto qualitativo della scienza quantistica che forse le permetterà di liberarsi dai vincoli del “Modello Standard” basato sull’atomo e sulle sue particelle fisiche.
 

La leggenda del Drago e la Kemò-vad

Il mito del Drago primordiale lega il suono della cosmologia vibrazionale alla meditazione e più precisamente alla Kemò-vad. L’antico sciamanesimo druidico prevedeva due forme di meditazione, quella statica e quella dinamica della Kemò-vad, prediligendo tuttavia quest’ultima in quanto la considerava di natura esecutiva attraverso l’Arte del gesto consapevole, con tutte le proprietà interiori che la meditazione stessa poteva offrire.
 
Il termine Kemò-vad, che significava “danzare nel vento per divenire vento nel vento”, non era solamente un modo di definire una forma di meditazione dinamica, ma costituiva anche la definizione dell’esperienza interiore del meditante che raggiungeva la qualità immateriale e invisibile dello Shan.
La Kemò-vad , nella sua postura dinamica, ripete il simbolismo del Drago creatore della vita del mito del druidismo dei Nativi europei e porta alla valutazione del meditante che giunge ad essere un mago in grado di modificare la realtà circostante come fece il drago stesso.
 
Come nel mito del Drago il Kaui, il praticante della Kemò-vad, porta le braccia ai suoi fianchi e quindi le unisce sul petto nel simbolismo mistico del “Noh-tah” che unisce il senso del “vuoto” e del “pieno” in una effettiva energia dell’interiore. Da qui inizia i passi previsti dalla “Paità”, la struttura rituale della meditazione dinamica, imitando il Drago nella sua azione creativa che si riflette nell’esperienza acquisita dal meditante.
 

L’antico segno druidico del No-tah che unisce il vuoto al pieno portanto energia al meditante. Oggi simbolo della Scuola di Kemò-vad Sole Nero
 
Dopo che il Drago aveva risvegliato l’universo alla vita con il suono del suo grido cosmico, divenendo lui stesso parte di quell’universo, si avvide che l’unica cosa che poteva rimanergli da fare, per completare lo stato esaustivo della sua ricerca di armonia e quindi scopo di vita, era proprio quella di danzare. Come atto supremo, utile per sviluppare e sperimentare le potenzialità della sua natura cosmica. Interpretando quello che il druidismo attribuirà all’universo nato dal Big Bang nella qualità di Mondo di Abred, il mondo delle infinite esperienze, con cui prepararsi all’ulteriore tappa del viaggio cosmico dell’individuo oltre la soglia sull’infinito.
 

La Kemò-vad e il viaggio sciamanico
 
Sull’esperienza ispirata al mito del Drago, la danza era già praticata dall’antico sciamanesimo druidico che per mezzo di essa compiva il “viaggio sciamanico” attraverso i mondi dell’esistenza.
Ai primordi gli sciamani, alla ricerca di conoscenza, sperimentavano il viaggio attraverso i tre mondi rappresentati dall’Yggdrasil, l’Albero cosmico della Vita che si snoda attraverso le dimensioni dell’esistenza.
 
Giungevano alle sue radici che sprofondavano nell’abisso del Mondo inferiore dove già la leggenda celtica collocò Odino che in cambio di un occhio poté bere un sorso della fonte misteriosa che sgorga alla base dell’Albero. Ma il viaggio nel mondo dei sogni, nell’incontro con i disincarnati e con gli archetipi incompleti non li soddisfaceva. Non li soddisfaceva neppure il transito lungo l’immenso tronco che rappresenta il Mondo di mezzo dove ancora una volta non trovavano risposte alle loro domande.
 
Infine fu il viaggio sciamanico che li portò a esplorare le triplici fronde dell’Yggdrasil, in alto, e ad accorgersi della luce accecante del Sole che le illuminava e che con la sua presenza rivelava la presenza di un Mistero e di una conoscenza disponibile a essere penetrata.
 
Abbandonata la visitazione degli altri mondi precedenti, gli antichi sciamani si dedicarono quindi a raggiungere e a rimanere nella luce del Sole per apprendere la conoscenza cercata. Nacque in questo modo la meditazione, così come la tradizione ancora oggi propone e che le religioni e le scuole di management utilizzano per scopi non del tutto mistici.
 
Presso l’antico sciamanesimo druidico prese quindi corpo la Kemò-vad, la meditazione in forma dinamica basata sull’Arte del gesto consapevole e sostenuta dalle proprietà della Nah-sinnar. Una meditazione particolare che interpretava l’esperienza del viaggio sciamanico e che era in grado di portare l’individuo a risalire simbolicamente l'Yggdrasil sino a giungere, ogni qualvolta il meditante lo desiderasse, alle fronde della sua cima dove lo sciamano viene a trovarsi di fronte al mistero che ha dato vita alla sua esistenza.

sabato 31 ottobre 2015

Scienza e fede nel cinema di fantascienza. Star Trek e Star Wars a confronto

Questo saggio vuole mettere a confronto le due più celebri saghe fantascientifiche che la Settima Arte abbia mai partorito: Star Trek e Star Wars[1]. Ci concentreremo su di un aspetto che la saggistica italiana non ha finora approfondito, ovvero il ruolo che la fede e la scienza ricoprono nel 'concept' di queste due opere.
 
Infatti, se SW incarna l’eterno conflitto tra il Bene e il Male, donando all’aspetto trascendente un ruolo assolutamente di primo piano, ST si attesta invece come una opera di stampo positivista, lasciando pochissimo spazio alla questione religiosa, la quale viene esclusivamente giudicata da un punto di vista meramente antropologico, dunque ridotta a semplice rito e mai riconosciuta come elemento base di una civiltà.
 
Sono state volutamente escluse dalla analisi le numerose fanzine e prozine dedicate alle due saghe, per favorire una riflessione meno legata a un mero nozionismo, tipico di queste pubblicazioni.
 
Sappiamo che il tema in questione è vasto almeno quanto le opere che andremo ad analizzare, tuttavia ci auguriamo di poter individuare quelle che possiamo a buona ragione considerare le due anime portanti della fantascienza[2], e in fondo del fantastico più in generale: da una parte la lotta dell’uomo contro le sue debolezze, incarnate da un demone o, come nel nostro caso, da un Lato Oscuro, dall’altra la sempiterna sfida di alcuni moderni Ulisse, i quali si spingono verso luoghi ignoti alla ricerca della conoscenza.
 
Ricordiamo inoltre che da sempre la fantascienza ha come caratteristica quella di essere un genere contenitore, ovvero di proporre, oltre al tema pseudoscientifico, questioni che vanno dalla politica alla sessualità; persino rivisitare generi come la commedia o il dramma epico. Il passo è breve per capire quanto le tematiche politico-religiose abbiano rivestito un ruolo cruciale in questo tipo di storie, come afferma Jean Gattégno nel suo importante saggio dedicato proprio alla fantascienza: “Come qualsiasi tipo di letteratura, anche la SF trasmette una certa ideologia. Le correnti scientifiche del secolo vi si sono riflesse fedelmente. Come le correnti politiche, beninteso”[3].
 
SW è una saga cinematografica partorita dalla fervida fantasia di George Lucas. Essa, creta negli anni '70, è una delle poche serie cinematografiche della space opera che abbia oltrepassato indenne i decenni, giungendo fino al Terzo Millennio. Inizialmente composta da una trilogia, si è poi ampliata tra il 1999 e il 2005, diventando un'esalogia. Il primo film della serie, intitolato semplicemente Guerre Stellari, uscì il 25 maggio 1977  negli Stati Uniti d'America. La storia di Guerre Stellari si compone dunque di due trilogie: la prima detta Trilogia Originale e realizzata a cavallo tra gli anni '70 e gli anni '80, mentre la seconda va dal 1999 al 2005.  
                                                                         
Un episodio epitome della caduta dell’uomo
 
Per quanto concerne il nostro studio, ricopre una importanza primaria il film Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith (2005), diretto da Lucas. Si tratta del sesto e ultimo film, in ordine di produzione, della serie, nonché il fondamentale anello di congiunzione tra la 'Nuova trilogia' (episodi I, II, III) e quella che viene solitamente definita "Trilogia originale" (episodi IV, V, VI). Differentemente dalle prime due pellicole, indirizzate a un pubblico più giovane (segnatamente l’Episodio I: La minaccia fantasma, 1999), La vendetta dei Sith si contraddistingue per avere le atmosfere più cupe e drammatiche della intera saga.
 
Attraverso la riflessione sul dramma del giovane Anakin Skywalker, si possono comprendere quasi tutti gli aspetti fondamentali legati al contesto religioso in SW. La storia si apre con lo scontro tra ribelli e separatisti in pieno svolgimento, con la battaglia che infuria sui cieli del pianeta-capitale Coruscant. Il generale androide Grievous ha colpito al cuore della Repubblica rapendo il Cancelliere Palpatine. Obi-Wan Kenobi, insieme al suo indisciplinato quanto dotato discepolo Anakin, penetra nella nave ammiraglia dei separatisti, per liberare Palpatine, cosa che riuscirà a fare, senza però evitare lo scontro con il conte Dooku.
 
Proprio durante questo duello, che porterà Anakin a giustiziare senza pietà l’ennesimo jedi sedotto dal Lato Oscuro, si palesa la dichiarazione di intenti della pellicola e di tutta la saga di Guerra Stellari: la rabbia e il rancore, in questo caso di Anakin nei confronti di Dooku, che durante il loro primo “incontro” gli amputò la mano, sono la porta per il male. Ricordiamoci questo episodio, poiché esso è un po’ l’essenza di SW: l’incontinenza dell’animo umano quando abbandona fede e fratellanza, quando cioè pensa solo a se stesso e ai suoi drammi o ,come nel caso di ST, ai traguardi da raggiungere e alle nuove scoperte da fare.
 
Tornando alla trama della pellicola, dopo la sua liberazione, la condotta di Palpatine desta viva preoccupazione nel Consiglio degli Jedi, dove viene deciso di inviare proprio Skywalker in qualità di 'spia' presso il cancelliere. Decisione quanto mai sventurata, poiché segnerà l’ennesima vittoria di un fenomeno antico quanto l’essere umano stesso: la seduzione del male. Le parole di Palpatine lusingano e ingannano nel contempo il giovane jedi, facendo leva sulla natura stessa del male, ovvero la paura, il terrore di perdere quello che si ama.
 
Anakin accetta di farsi corrompere, credendo ingenuamente di impedire in tal modo ciò che per lui sarebbe inaccettabile, ovvero la morte dell’amata Padmè e del figlio (o meglio figli) che porta in grembo. La frustrazione di Skywalker viene anche alimentata dallo scetticismo del Consiglio dei Jedi, che lo giudica troppo immaturo per farne parte. Mentre Obi-Wan si dirige verso Utapau, dove i cloni hanno localizzato il rifugio personale di Grievous, la corruzione di Anakin è ormai quasi completa. Palpatine percepisce sempre più chiaramente il conflitto che dilania l'anima del giovane Skywalker tra la fedeltà al codice dei jedi e il terrore di perdere Padmè, come avvenne anni prima con l'amata madre. Tuttavia, la “nascita” del nuovo Signore dei Sith avverrà solo con il primo di una lunga serie di tradimenti, la morte del maestro Windu, che porterà alla quasi totale estinzione dell’Ordine dei Cavalieri Jedi. Anakin ha ormai fatto la sua scelta: giura fedeltà al Cancelliere, rivelatosi come il Signore Oscuro, prendendo un nome Sith: Darth Fener.
 
D’ora in poi la spada laser di Skywalker sarà al servizio del male. Il tradimento di Skywalker nei confronti dei jedi si attesta infine come un lontano, sebbene palese, riferimento alla presunzione di Lucifero, magnifico angelo, che si crede superiore a Dio. Nel duello  finale tra Anakin e Obi-Wan, memorabile pietra miliare di tutta la saga, si intravede la dicotomia che lacera la Forza, da un lato la religiosità dei jedi, dall’altro l’ateismo dei Sith, sostenitori di una civiltà fatta di androidi e tecnologia. Quando Obi-wan ammonisce Anakin di non tentare una mossa troppa ardita, la superbia e l’ira del Sith, simbolo della presunzione dell’uomo che si allontana dalla comunione con la propria gente, ne decreteranno la sconfitta. Anakin si avventa contro il vecchio maestro, perdendo due gambe e quel briciolo di umanità che gli era rimasta.
 
Poco dopo si risveglierà accanto all’imperatore, intrappolato in un corpo artificiale, per scoprire che Padmè è morta, mentre solo anni dopo incontrerà i due figli (Luke e Leila) che la moglie ha partorito in gran segreto prima di spirare. Questo film è forse il vero capolavoro di Lucas; si è fatto attendere, ma di certo è la degna conclusione di tutta la saga. Infatti, questa opera non solo si riallaccia perfettamente al successivo episodio il IV, ma ci insegna, in un secolo quasi privo di coscienza come quello in cui viviamo, che sebbene un film sia pieno di spettacolari effetti, è sempre la sua storia a dare quelle sensazioni che rimangono nella memoria del pubblico.
 
Inoltre, La vendetta dei Sith ha un altro grande merito, ovvero quello di evidenziare l’aspetto probabilmente più importante del capolavoro ideato dal cineasta americano, sarebbe a dire la dicotomia dell’animo umano, lo stravolgimento dello spirito quando si perde la fede, ovvero la speranza. Qui subentra il Male, il quale ci fa illudere di essere forti, autosufficienti, migliori degli altri, di poterci persino sostituire a Dio/La Forza. Ci inganniamo che le nostre abilità siano imbattibili (sebbene quelle dei Sith spesso ci vadano vicino) se paragonate alla 'passiva' lotta dell’uomo qualsiasi per inserirsi in una  comunità e difenderne le regole.
 
Il dramma del giovane Anakin Skywalker, futuristico lucifero, lucente angelo corrotto dal dolore per la perdita della madre, è l’epitome delle 'ragioni del male': dolore, frustrazione, paura. Solo con la saggezza di un vero jedi è possibile alienare queste emozioni negative dall’animo umano, poiché il primo convincimento di ogni cavaliere è che la paura sia la via più rapida verso l’oblio. Giunti a questo punto, solo la redenzione può salvarci, proprio come avviene per Fener, redento giusto all’ultimo dall’amore e dalla pietà figliale di Luke.
 
Da segnalare infine come il funerale di Padmè rispecchi, con la fotografia, i costumi e l'ambientazione, la celebre tela Ofelia (1852) del preraffaelita J. E. Millais. Dunque, l’amore che redime non solo come motore della trama di buona parte della serie, ma anche cardine fondamentale della cultura cristiana. In SW però più che all’amore vero è proprio, si fa più spesso riferimento alla saggezza come qualità che allontana l’uomo dal male. Ciò collega anche l’opera di Lucas alla cultura orientale, della quale tutta la saga è debitrice. Su questo argomento sono stati scritti ottimi saggi, con un taglio critico abbastanza approfondito[4].
 
Da notare inoltre come la letteratura accademica abbia di gran lunga prodotto una mole maggiore di scritti su ST, forse in virtù della visione critica che questa serie ha della religione, e di cui parleremo a breve, la quale trova sempre un certo consenso nelle aule universitarie.
 
Star Trek: l’uomo che non ha più bisogno di Dio
 
“In un episodio della serie televisiva di Star Trek non ci sarà mai niente di simile al grande bombardamento finale sulla Morte Nera in Guerre stellari”[5]. Basterebbero queste poche parole per comprendere bene quanto siano differenti le due serie che stiamo analizzando, e come rappresentino due modi diversi non solo di vedere la fantascienza, ma anche il mondo del futuro.
 
Da una parte un universo dove regna una forza che regola ogni cosa; dall’altra galassie e quadranti, astronavi e computer, tanta scienza o pseudo-scienza, ma della religione quasi neanche una traccia. ST è una saga fantascientifica che prende vita nel 1966 con una serie televisiva ideata da Gene Roddenberry, attestandosi tra le più famose, sicuramente la più complessa e longeva, della storia. A questa prima serie ne sono seguite altre cinque, tra cui una a cartoni animati, e dieci pellicole cinematografiche (l'undicesima è prevista nel 2009).
 
La saga narra le vicende degli umani in un lontano futuro, appartenenti a una Federazione Unita dei Pianeti che riunisce sotto un unico governo molti popoli di sistemi stellari diversi, e delle loro avventure nell'esplorazione dell'universo. Sebbene il fattore multirazziale e la esobiologia[6], di cui parleremo più in avanti, siano da sempre uno dei punti di forza della serie, tuttavia è sempre e comunque la razza[7] umana[8] il perno della storia. Dunque la questione razziale, come del resto quella religiosa, assume un connotato semplicemente antropologico, ma i problemi legati alla integrazione e ai rapporti interraziali non sono presi in considerazione.
 
Il messaggio che viene portato avanti è fin troppo chiaro, l’Umanità per essere pacifica si deve liberare dal retaggio del passato. Il senso del futuro in ST è una visione laica e transnazionale, peccato che l’unica cosa che si conservi del vecchio mondo sia la cultura americana, dunque il presupposto di coerenza della serie, che prevede una netta cesura con il passato, viene così a mancare fin dall’inizio; ecco perché al mitico capitano Kirk, ne seguono uno francese e uno di colore, tentando in tal modo di ridurre l’importanza della matrice statunitense  nell’opera.
 
La saga ha come base quello spirito di indagine laica ed empirica che nella tradizione occidentale si può far risalire alla Odissea. Difatti, proprio come nel poema omerico, è il viaggio e la scoperta di “nuove civiltà” l’essenza di ST, l’esempio principe è rappresentato dalla missione quinquennale della serie originale. Altri debiti nei confronti della Odissea sono rintracciabili nell’importanza della nave, le varie Enterprise che si susseguono con i loro carismatici comandanti, e l’elemento in cui si naviga: l’acqua del Mediterraneo per Ulisse e il suo equipaggio, gli spazi siderali per gli eroi di ST. 
 
L'universo fantascientifico
 
Quello di ST, arricchitosi nel corso del tempo, è diventato uno dei più dettagliati e complessi universi immaginari di tutta la fantascienza, anzi forse il più imponente, col suo numero sterminato di razze, pianeti e linguaggi. È un futuro ottimistico in cui l'umanità ha raggiunto le stelle e ha risolto tutti i maggiori problemi che assillano, attualmente, il nostro pianeta (fame, sovrappopolazione, discriminazioni etniche, divisioni politiche e guerre, fonti energetiche ed equilibrio ambientale). Questo è potuto avvenire grazie anche agli stimoli sociali e culturali derivanti dal contatto con civiltà extraterrestri, più progredite non solo dal punto tecnologico ma anche etico e sociale. Fortuna vuole che il 'primo contatto'[9] avvenga con la pacifica e progredita razza vulcaniana e non con una belligerante società aliena.
 
Ma quest’ultima situazione, quanto mai stereotipata nella cinematografia di FS, non poteva valere per ST. Difatti, quello che prima abbiamo definito un 'futuro ottimistico', andrebbe meglio inquadrato nella visione positivista e, in parte scientista, che sta alla base della serie. La scienza qui non diventa uno strumento per il progresso, bensì il progresso stesso, relegando le tematiche religiose in secondo piano. Già, poiché le galassie attraversate dai vari comandanti dell’Enterprise mostrano una umanità unica, come detto transnazionale, e se si fa riferimento a questioni religiose, ciò riguarda solo gli alieni: la spiritualità umana è quasi rimossa.
 
Il positivismo che sottende al capolavoro ideato da Roddenberry è abbastanza classico per un certo filone di fantascienza letteraria e cinematografica antecedente alla serie da noi qui presa in esame[10] e che vede proprio la affermazione di una scienza, spesso di una vera oligarchia di scienziati, che assurge al potere come un fattore di catarsi dai mali della Umanità. La nostra società quindi, secondo i canoni trekkiani[11], è barbara e violenta: rammentiamoci la visione ironica del nostro mondo mostrata in Star Trek IV[12].
 
Seppure vincolati dalle regole imposte a un programma televisivo di intrattenimento di massa, gli autori della serie hanno in molti episodi affrontato temi importanti di tipo sociale, politico e filosofico, come proposta di cambiamento della nostra società[13].  Ciononostante, in ST non viene lasciato molto spazio al dibattito o alla valutazione di varie possibili alternative della società del futuro. Il modello scelto da Roddenberry è uno e insindacabile: la base della società del futuro viene da quella americana della prima metà del XX secolo, quella che ha vinto due conflitti mondiali, e che assimila etnie e culture con estrema facilità.
 
A questa società viene semplicemente tolta la natura fortemente capitalistica, anche se questo è un vero controsenso, poiché cosa sarebbero mai gli Stati Uniti senza il culto del denaro. In fondo, basta veramente poco per vedere che lo schema politico di ST propone una specie di ONU galattica, con al posto delle nazioni i pianeti, ma con sempre una sola cultura a guidarla. Dunque, la supremazia della razza umana e segnatamente della cultura anglosassone sono aspetti difficilmente negabili persino dal più ingenuo degli spettatori. Pensiamo ad esempio alla astronave Enterprise, uno dei topoi che ha contribuito al successo di ST: come potremmo in questo caso negare il fatto che quest’ultima porta il nome di una delle più celebri portaerei della marina americana.
 
Ma ci sono anche altre questioni politico-sociali che vengono prese in considerazione, ad esempio il primo bacio fra un bianco e una nera (Kirk che bacia il tenente Uhura); cosa rivoluzionaria per l'America del ‘67. Si pensi anche alla Guerra Fredda e si consideri il fatto che il tenente Checov, di chiare origini russe, era sul ponte di comando dell’Enterprise. Dunque, in questa saga esiste una natura politica, la quale, sebbene abbia un palese intento pacifista e antirazzista, per converso propone la visione di una galassia guidata da una federazione che talvolta ricorda troppo da vicino lo spirito della federazione degli stati americani.
 
Rammentiamoci inoltre che l’opera creata da Roddenberry cresce e matura in un epoca in cui l’America è tutta presa dalla esaltazione per le conquiste spaziali. Questa sicurezza del primato scientifico, specialmente di quello americano, si riflette nel messaggio proposto dalla serie e che vede la pace come ultima conquista di una società in cui la scienza è alla base tutto. Però questa resta pur sempre una pace di stampo borghese[14], che incoraggia le buone relazione tra popoli e civiltà più per ragioni mercantilistiche che per amore del progresso.
 
Con ciò non vogliamo certo affermare che questa bellissima saga fantascientifica nasconda pericolosi messaggi politici. Tuttavia, non approfondendo oltre questa complessa tematica, vogliamo chiarire un punto. Quando si elimina la fantasia e il trascendente, come avviene in ST, sostituendoli con la ragione e la tecnica, diventa molto difficile sfuggire a meccanismi di propaganda culturale insiti nella visione stessa che l’uomo ha del mondo. Ovvero, fuori da un contesto religioso o fantastico, il pensiero umano diventa per causa di forza maggiore un pensiero politico.
 
Scienza, pseudo scienza e religione
 
La "Prima direttiva" è la fondamentale norma etica che impedisce alla Federazione dei Pianeti Uniti di interferire con le civiltà meno progredite, limitando di fatto i contatti con quei popoli che non hanno ancora scoperto la propulsione a curvatura.
 
La prima direttiva (ideata da Theodore Sturgeon) costituisce il sottotema di molti degli episodi della serie originale di ST e delle serie successive, con le sue interpretazioni più o meno elastiche e i conseguenti dubbi e conflitti morali. Quella che qui ci preme evidenziare altro non è che la natura prettamente scientifica di questo aspetto di ST e la sua visione di stampo antropologico, cosa che fa sì che la religiosità non faccia mai davvero parte dell’anima della narrazione, come avviene invece in SW, ma sia invece un aspetto sociale da osservare, quasi sempre nelle popolazioni aliene.
 
Non è forse questo un messaggio di voluta laicità? Sembra che l’idea sostenuta sia che oltre a essersi emancipato dalle frontiere nazionali e dalle differenze linguistiche, l’uomo si sia emancipato anche da Dio.
 
Fra gli esseri umani è rimasto ben poco senso religioso: in quattro serie e otto film, neppure un singolo membro umano dell’equipaggio di alcuna astronave della Federazione professa alcuna forma di fede religiosa. Una fede religiosa formale è una cosa riservata a popoli alieni e di solito è un segno di debolezza culturale.”[15]
 
Come del resto, in questa futuristica concretizzazione di una società utopica non si sente mai parlare di soldi; dunque un futuro in cui il denaro non c'è. Di fatto, se da un lato sparisce il dio religioso, dall’altro fortunatamente scompare anche il dio denaro. L’importanza che riveste la matrice sociologica della storia si evince anche dalla grande attenzione data alle culture aliene, ponendo ST come una vera pietra angolare nella questione dell’alterità nella SF cinematografica. Non molti anni dopo andrà in onda Spazio 1999 (serie inglese del '79).
 
Qui gli alieni sono ripugnanti, con delle bolle verdi. In ST Spock invece è un protagonista, esempio del rispetto per la diversità culturale. Questo atteggiamento di rottura da una cinematografia che fino ad allora aveva per lo più mostrato le razze extraterrestri come minacciose e fisicamente deformi è dovuto proprio a quella base scientifica che se da un lato mina il discorso religioso, dall’altro pone in essere la idea secondo cui se una cultura possiede una tecnologia avanzata, allora essa è sempre da rispettare: scienza uguale coscienza.
 
In SW non diciamo che avvenga proprio il contrario, ma la matrice fortemente religiosa fa sì che l’essere umano sia al centro della narrazione, poiché egli è in continua lotta tra il bene e il male (qui rappresentati dai due lati della Forza); dunque le altre razze non sono protagoniste, bensì parte di quel Creato che Dio ha predisposto per l’Umanità. Difatti, molto spesso gli alieni vengono descritti col classico cliché mostruoso, come accennato poco fa, tipico di molta fantascienza d’antan, oppure in modo buffo, come se si trattasse quasi di un animale domestico[16]. La scienza stessa, sebbene possa sembrare assurdo per un genere dove la tecnologia è cruciale, riveste un ruolo secondario, venendo spesso “banalizzata”, il desidero di verosimiglianza qui non interessa.
 
I jedi stessi non utilizzano forse spade laser, e non i micidiali phaser che tanto caratterizzano ST? Tutto ciò non deve sorprendere, poiché Lucas ha utilizzato il contenitore della fantascienza, per narrare una storia sul dualismo tra la luce e la tenebra, e dove lo scontro vede alle prese personaggi a metà tra cavalieri templari e micidiali samurai. Proprio l’interesse di questa saga per il misticismo orientale (tema che potrebbe essere lo spunto per un'altra ricerca e che qui vogliamo solo accennare) conferma precisamente la vocazione di SW verso questioni spirituali.
 
Infine, il computer che anche dopo l’avvento di ST, prendiamo sempre come pietra di paragone la fortunata serie di Spazio 1999, facevano 'gli scontrini', ma ben dieci anni prima Kirk e compagni utilizzavano congegni simili ai floppy disc e ai telefoni cellulari. Dunque se giudicato da un punto di vista meramente scientifico, bisogna riconoscere che la saga idea da Roddenberry non ha eguali per l’interesse e lo studio di tematiche legate alla scienza e alla tecnologia e sviluppate nell’arco di più decadi; non per nulla ciò ha anche incoraggiato la pubblicazione di alcuni testi su questo argomento[17].
 
Forse è questo uno dei motivi per cui la saga in questione riscuote da sempre maggior favore tra persone con una solida formazione scientifica rispetto a SW; serie che viene invece apprezzata di più da spettatori con una educazione di stampo umanistico. Possiamo affermare che il grande merito di ST è quello di aver aperto nuovi orizzonti nel mondo della fantascienza, cosa che Lucas ha evitato di fare riallacciandosi alla vecchia space opera, in cui l’elemento scientifico, vuoi elettronico, vuoi biologico è fondamentale ma quasi mai plausibile, e, come afferma anche Antonio Scacco, questo non è sicuramente un fattore trascurabile: «Naturalmente, non si deve cadere nell’eccesso […] di considerare la presenza della scienza in una opera di fantascienza come un elemento di secondaria o di nessuna importanza» (Scacco, 2002, p.164).
 
Antiche divisioni
 
In ultima battuta, vogliamo spendere qualche parola per ampliare il nostro studio. Per primo, è lecito reiterare la innegabilità dei meriti “scientifici” di ST. Dal canto suo però SW ha un pregio di natura diametralmente opposta: l’affrancamento dal mito della  scienza e dunque dell’uomo che si eleva a creatore, incentrando tutto se stesso sulla ricerca del sapere.
 
In aggiunta, jedi a parte, l’idea che Lucas ha avuto di riproporre le tematiche quasi adamitiche della rinuncia dell’uomo all’onniscienza, alla onnipotenza, per coltivare la compassione e la calma (in poche parole il confronto tra il Bene e il Male) rende SW una opera dal valore altamente pedagogico, come riveste per il fantasy la trilogia de Il signore degli anelli, dove ciò che conta davvero non è la magia, bensì sentimenti come l’amore, l’amicizia e l’odio.
 
Ciò ha permesso alla saga di SW di essere amata da tutti, piccoli e grandi, uomini e donne, oltrepassando la barriera del semplice interesse scientifico che rende ST purtroppo meno appetibile per il grande pubblico. Infine pensiamo all’enorme successo ottenuto da ST e confrontiamolo con quello della opera di Lucas. Cosa viene fuori? Forse che le cronache della galassia dei jedi in sole sei pellicole hanno lasciato un segno eguale a quello lasciato da ST, benché questa ultima saga si sia tradotta in numerosi film per il cinema e, specialmente, in varie serie televisive. Ragion per cui, se è doveroso ammettere che per la critica accademica ST ha un appeal di natura scientifica superiore, dobbiamo anche constatare che SW ha avuto una incredibile presa sul vasto pubblico proprio perché parla di uomini e di cose di uomini, e sicuramente la religione e la spiritualità, con tutte le complesse questioni a esse collegate, fanno parte integrante dell’essere umano e della sua storia[18].
 

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Antonio Scacco, Fantascienza Umanistica, Bari, Editrice Tipografica, 2002
Jeffrey Sconce, Star Trek, Heaven's Gate, and Textual Transcendence in Cult Television, a cura di Roberta Pearson e  Sarah Gwenllian-Jones, University of Minnesota Press, 2004, pp. 199-222
Barbara A. Silliman, Batter Up! The Mythology and Psychology of Sports and Games in Star Trek: Deep Space Nine, in The Influence of Star Trek on Television, Film and Culture, a cura di Lincoln Geraghty, Jefferson (USA), McFarland & Co., 2008
Jon Snodgrass, Peace Knights of the Soul: Wisdom in Star Wars, Yakima (USA), Inner Circle Publishing, 2008
Dick Staub, Christian Wisdom of the Jedi Masters, Jossey-Bass,  2005
Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Bologna, Il Mulino,  1985
Angelica Tintori, Star Trek: uno specchio dell'America, Milano Delos Books, 2004,  («Delos Atomi», 3)
Scott Whitmore, The Philosophy of Star Trek, online: http://www.stardestroyer.net/Empire/Essays/Philosophy.html
Danila Zappalà, Star Trek: scienza o fantascienza?, articolo, (formato pdf)  sul sito www.codas.it
VHS
Star Trek, speciale 25° anniversario, parte I e II, DeAgostini. 1991, 92’
Internet
Tra le enciclopedie online più complete si segnalano inoltre:
Hypertrek (in italiano) : http://www.hypertrek.org/index.php
Wookieepedia (in inglese): http://starwars.wikia.com/wiki/Main_Page 
 
 
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[1] Da qui in poi Star Wars: SW, Star Trek: ST.
[2] Su questo argomento segnaliamo il testo di Antonio Scacco (in bibliografia). Costui studia da anni i rapporti tra cultura umanistica e fantascienza. Egli conclude che non esiste un dualismo tra questi due mondi,  ma che anzi sono complementari. La nostra analisi è vicina a questa idea.
[3] Jean Gattégno, Saggio sulla fantascienza, pp.100-01.
[4] Dick Staub affronta direttamente il collegamento tra SW e il Cristianesimo, mentre J.M. Porter e Matthew Bordolin esaminano per l’appunto la “natura” orientale della serie. Nel saggio di Jon Snodgrass, invece, si fa una importante analisi del retaggio mitologico cavalleresco dei jedi.  Difatti, Lucas fu profondamente influenzato dal lavoro dello studioso di mitologia Joseph Campbell. Tutti i testi citati sono in bibliografia.
[5] Thomas Richards, Il mondo di Star Trek, p.13. In esso, l’autore mette a confronto ST come opera nella quale l’azione non è alla base della storia, dunque ove prevale la riflessione e il raziocinio, mentre in SW l’azione è segno di una passionalità forte e emozionale. Richards pone in essere un confronto che vede le due opere come rappresentanti una del cervello, l’altra dell’anima. 
[6]  L'esobiologia (o xenobiologia, astrobiologia) è il termine per indicare un campo speculativo della biologia che considera la possibilità della vita extraterrestre e la sua possibile natura. Necessariamente include anche il concetto di vita artificiale, poiché qualunque forma di vita che potrebbe evolvere naturalmente in modo concepibile, potrebbe essere creata altrove in laboratorio usando una tecnologia del futuro. Il termine fu coniato negli anni cinquanta dello scorso secolo dal biologo statunitense Joshua Lederberg in preparazione allo sbarco dell'uomo sulla Luna. Su questo vedi: S. e R. Jenkins, 1999 - Segni di vita - La biologia di Star Trek, Longanesi.
[7]  Utilizziamo queste termine, al giorno d’oggi inappropriato, poiché nel modo di ST il genere umano si confronta spesso con altre razze e nelle storie vengono sovente evidenziate le differenze biologiche proprio tra le varie razze che popolano l’universo. 
[8]  Non di rado fanzine e prozine di FS hanno mosso accuse di razzismo verso ST. Il motivo risiede probabilmente nel fatto che in questa serie si è sempre giocato, talvolta in modo ardito, col tema razziale, mettendolo sì al centro della propria storia, senza però mai convincere davvero il pubblico che quello non fosse altro che un semplice espediente di correttezza politica. 
[9] Primo contatto (titolo originale: Star Trek: First Contact) è un film del 1996 diretto da Jonathan Frakes. È l'ottavo della saga.
[10]               Ci riferiamo in particolare alla pietra miliare della SF  La vita futura - nel duemila guerra o pace (1936, titolo originale: Things to Come) del regista Cameron Menzies. La trama parla della costruzione di una nuova società sulle ceneri di quella vecchia che si è autodistrutta. Questa verrà governata proprio da una oligarchia di scienziati, assurta al vertice della politica del pianeta.
[11]               Una piccola curiosità: negli Anni 70 venne coniato il termine 'trekkie' a indicare tutti gli amanti della serie. Negli ultimi anni, questo termine è stato aggiornato dal più serioso 'trekker'.
[12]               Star Trek IV: Rotta verso la Terra (Star Trek IV: The Voyage Home, 1986), regia di Leonard Nimoy.Tornati indietro al tempo dell’America degli Anni 80, Kirk e compagni ironizzano più volte sulla società che si trovano davanti e sui costumi degli umani dell’epoca. Ancora una volta si mette a nudo la filosofia di base delle serie, la quale prevede un futuro fatto di progresso che porta con sé la pace e una società più evoluta. Manca, a nostro avviso, sempre un elemento nella visione che si ha in ST della storia, un passaggio che non viene mai affrontato in modo adeguato, ovvero quello della autodistruttività insita nel genere umano. È vero che si fa riferimento a guerre e conflitti che hanno lacerato il pianeta nei secoli. Purtuttavia, l’idea che l’uomo sia carnefice di se stesso viene spesso ignorata. In questo frangente, ST sfocia in un altro genere, quello della utopia. Per converso, SW mette questi aspetti proprio al centro della sua filosofia: il progresso è fatto per distruggere, un esempio tra tutti è la Morte Nera.  
[13]               L’opera può anche essere letta come uno specchio della società americana e di come essa sia cambiata negli anni. Su questo argomento, vedere: Angelica Tintori, Star Trek: uno specchio dell'America.
[14]               Per chi desidera approfondire questo argomento, segnaliamo il lavoro del filosofo tedesco Jürgen Habermas e in particolare il testo Strukturwandel der Öffentlichkeit. Untersuchungen zu einer Kategorie der bürgerlichen Gesellschaft (1962), dove troviamo il concetto di “sfera pubblica” che vede la borghesia alla guida della società, escludendo le minoranze da un ruolo decisionale. Purtroppo non possiamo approfondire oltre il discorso, onde rischiare di allontanarci troppo dalla nostra analisi. Comunque, una società laica, scientifica e con alla base una borghesia illuminata sono anche elementi presenti in ST.
[15]               Thomas Richards, op. cit., p.159. Sullo stesso argomento Barbara A. Silliman affronta in modo diretto e deciso una interpretazione di ST come di un’opera in cui la religione è a dir poco sminuita o persino vista come elemento “primitivo” in una società. Cfr. Batter Up! The Mythology and Psychology of Sports and Games in Star Trek: Deep Space Nine, pp. 100 e 109.
[16]               Esempi eclatanti sono gli ewok de Il ritorno dello jedi (1983) e Jar Jar Binks de La minaccia fantasma (1999). Persino alcuni androidi, segnatamente R2-D2, vengono trattati con l’affetto e la tenerezza che solitamente si ha con gli animali domestici, una dimostrazione in più di come la scienza in SW sia spesso “esorcizzata” e sdrammatizzata.
[17]               Tra tutti ne segnaliamo uno in lingua italiana, poiché quelli in inglese sono in numero troppo consistente e, in parte, molto simili come analisi. Difatti, il dibattito nella letteratura di settore propone molto spesso l’argomento della più o meno verosimiglianza della scienza mostrata nella saga. Sovente la critica giunge al giudizio che la tecnologia in ST sia plausibile, ma mai realistica. Cfr. Danila Zappalà. Star Trek: scienza o fantascienza?.
[18]            «La nostra tesi è dunque che Guerre Stellari sia venuto a colmare una sete di mito e di leggenda che l’immaginario collettivo dell’uomo multimediale ha manifestato in modo sempre più evidente» (Bergamino e Fenzi, p. 7). Nello scarno panorama delle monografie specialistiche in lingua italiana dedicate a SW, il sintetico contributo di Bergamino e Fenzi ha il merito di offrire qualche interessante spunto di riflessione sulla natura mitologica della saga.  

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