mercoledì 11 novembre 2015

Ecologia e Sciamanesimo

Lo sciamanesimo è un’antichissima pratica spirituale diffusa in moltissime culture del mondo: dall’America all’Africa, dall’Australia all’Asia. Il termine deriverebbe dalla parola sanscrita sramana, monaco. La radice indoeuropea sa- è invece correlata al verbo sapere, mentre mánu indica l’uomo, quindi “uomo che sa”, ovvero lo sciamano.
 
Nato nelle società primitive e dotato di una saggezza innata, lo sciamano è un mediatore fra mondo visibile e invisibile, in grado di offrire protezione e consigli preziosi alla propria comunità. Ma non tutti, secondo la cultura sciamanica, possono diventare guide, è la cosiddetta “chiamata” da parte degli spiriti a legittimare il ruolo. Chiamata cui è meglio non sottrarsi nonostante spesso venga vissuta in modo tragico dal prescelto, capace di sconvolgere interamente la sua vita e persino le sue capacità psicofisiche. Ma un buon sciamano non sarebbe tale senza i suoi animali di potere o animali totem, alleati spirituali che lo aiutano a orientarsi nel mondo altro. Fantasticherie primitive?
 
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Di primo acchito potremmo crederle tali, ma lo sciamanesimo è una disciplina tutt’altro che in via di estinzione. Oggi come oggi esso è praticato da moltissimi occidentali, che lo hanno rivisitato in chiave moderna per renderlo accessibile a un gran numero di persone. Pensiamo ad antropologi del calibro di Michael Harner e Carlos Castaneda, che vi hanno addirittura dedicato la vita, ma anche a numerosi sciamani contemporanei che propongono percorsi di studio focalizzati sugli insegnamenti tradizionali. Ma di fatto a cosa serve e come iniziare questo meraviglioso e stupefacente percorso nel mondo dell’invisibile?
 
Lo sciamanesimo si basa sull’idea che tutto sia energia e che ogni sistema energetico sia contenuto in un altro sistema energetico, a sua volta collegato a qualunque altra cosa. In quest’ottica tutto ha la stessa importanza, ogni elemento nell’universo ha un suo ruolo. Oltre al mondo fisico lo sciamanesimo riconosce l’esistenza di altre dimensioni, ignorate dalla maggioranza di noi poiché non percepibili attraverso i comuni sensi. D’altronde se non avessimo il naso non percepiremmo gli odori, ma la nostra incapacità non li renderebbe meno reali. Seguendo la stessa logica è facile comprendere come l’esistenza di mondi altri sia assolutamente possibile.
 
Compito dello sciamano, in quanto dotato di quel “sesto senso” che manca alla maggior parte degli esseri umani, è “camminare tra i mondi” per aiutarci a migliorare il presente. Ma lo sciamano non accede a questo bagaglio di conoscenze attraverso lo studio intellettuale, bensì tramite la pratica e l’esperienza personale. Non pensa ma “fa” le cose per conoscerle. Una volta che la sua fonte di energia interiore viene risvegliata, in seguito alla cosiddetta “chiamata” e seguendo i consigli degli spiriti guida, egli impara progressivamente a navigare nei mondi altri, accedendo a uno stato di coscienza alterato rispetto alla normalità.
 
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Lo scopo ultimo di tale viaggio è creare un equilibrio costruttivo fra il mondo visibile e invisibile. I problemi di un dato individuo (malattie, depressione ecc.), o di una data comunità (carestie, epidemie ecc.), dipenderebbero infatti da una disarmonia fra questi due mondi. Lo sciamano fa in tal senso da intermediario, allontana eventuali fonti di disturbo “invisibili” o ci aiuta, nei singoli casi, a recuperare alcuni poteri che ci sono stati sottratti, riportando la nostra anima all’equilibrio.
 
Lo sciamanesimo oggi e le sue affinità con l’ecologia


Come premesso, lo sciamanesimo sta riscuotendo sempre più successo nella nostra società e questa diffusione non è certo dovuta al caso. Difatti mai come al giorno d’oggi sentiamo la necessità di recuperare un contatto profondo con le forze della natura e con la nostra parte più autentica. Desideriamo, consapevoli o meno, ripristinare l’integrità perduta, intesa come integrità individuale (ovvero riscoprire se stessi) e integrità universale. Desiderio che può essere esaudito purché il contatto con le forze della natura, fonte di energia inesauribile, venga ripristinato.
 
Difatti, secondo lo sciamanesimo, le forme di manipolazione affettiva, tanto diffuse fra noi esseri umani, dipenderebbero dalla nostra incapacità di attingere energia dal cosmo. Incapacità che porta a nutrirsi, per compensazione, delle energie di altri esseri umani, dando luogo alle varie forme di dipendenza. Ecco che lo sciamano moderno, come un tempo quello primitivo, ci aiuta a ricontattare questa energia cosmica e a tramutarla progressivamente in amore e potere personale. Non è forse questa la direzione dell’ecologia? Lo sciamanesimo si rivela in tal senso estremamente attuale.

Ogni sciamano ha un suo modo personale di operare e ogni tradizione sciamanica ha i propri rituali e le proprie pratiche privilegiate ma di fatto lo scopo è sempre il medesimo. L’esperienza sciamanica vuole infatti aiutarci a ritrovare la strada maestra favorendo l’integrazione di quei lati oscuri che spesso allontaniamo per paura, anziché accettarli come parti del nostro sè. Questo percorso di crescita interiore non è affatto semplice perché richiede una precisa volontà da parte di chi lo intraprende, che deve essere mosso da un sincero desiderio di tramutare il proprio Ego e trascenderlo per accedere alle risorse dell’anima.
 
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Ciò significa assumersi una responsabilità notevole, mettersi in discussione completamente, affrontare le proprie paure, imparare a collaborare. E’ la cosiddetta “via del guerriero” ad offrirci gli strumenti per risvegliare la nostra coscienza e rimuovere progressivamente le maschere che ci imprigionano nella quotidianità.
 
I primi viaggi sciamanici, cui è possibile partecipare ovunque nel mondo e in Italia (sul web non mancano gli indirizzi di diverse scuole sciamaniche accreditate), ci aiutano a familiarizzare con i cosiddetti animali di potere o animali totem/guida. Ovvero spiriti animali in stretto contatto con le forze dell’universo o con i mondi inferiori (i mondi sotterranei) che ci accompagnano fin dalla nascita, indipendentemente dalla nostra consapevolezza.
 
E’ attraverso il suono ipnotico del tamburo, simile al battito cardiaco che ci accompagnava durante i 9 mesi trascorsi nel grembo materno, che si accede allo stato alterato di coscienza e si impara a instaurare un rapporto con l’animale guida. In realtà è possibile contattarlo anche autonomamente, per esempio durante il sonno: difatti il viaggio sciamanico ricorda in qualche modo il sogno, strumento privilegiato per esplorare noi stessi e i mondi non ordinari. Ecco che allora l’animale totem può farci visita durante il riposo per comunicarci qualcosa o semplicemente per salutarci, se siamo noi ad averlo chiamato. Riconoscerlo è il primo passo per poter beneficiare dei suoi consigli e delle sue preziose indicazioni.
 
Ma attenzione, non tutti gli animali che vediamo in sogno sono animali totem: a volte questi spiriti ci fanno visita per indurci a integrare in noi stessi le qualità che incarnano e di cui abbiamo bisogno in un dato momento. L’animale totem (possiamo averne addirittura 9) è invece un compagno fedele, uno spirito in profonda sintonia con noi stessi, che non corrisponde necessariamente all’animale preferito nella vita cosciente. Sul web è possibile verificare, una volta individuato il proprio animale di potere, il suo significato simbolico attraverso le innumerevoli guide a disposizione. Di seguito vi riporto alcuni animali totem e relative simbologie.
 
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Alce: simboleggia il rispetto e la stima per se stessi nonché la capacità di gioire per i propri successi. E’ coraggiosa e aiuta gli altri a farsi coraggio.
 
Balena: caratterizza persone dall’udito finissimo, particolarmente in sintonia con le informazioni del cosmo. Può indicare anche la capacità di comunicare telepaticamente.
 
Bisonte: è l’animale dell’abbondanza, ci esorta a credere che ogni cosa è raggiungibile purché si impari ad avere riconoscenza per i doni che si ricevono.
 
Cane: simboleggia la fedeltà, l’affidabilità, l’amorevolezza e la pazienza.
 
Cavallo: cela in sé sia la forza terrena che quella ultraterrena. Ispira rispetto e senso di responsabilità. Inoltre è forse il primo animale totem della tradizione sciamanica.
 
Cervo: simboleggia l’importanza dell’amicizia e dell’amore incondizionato, spinge alla compassione.
 
Corvo: aiuta a cambiare stato di coscienza e ad affrontare il mistero, l’ignoto.
 
Delfino: ci insegna l’importanza del respiro e del suo ritmo, che può essere modificato per accedere a mondi altri. Difatti simboleggia persone in grado di fare da ponte fra il mondo terreno e quello invisibile.
 
Farfalla: simboleggia la trasformazione tesa a migliorarci per poter accedere a uno stato di consapevolezza superiore.
 
Lucertola: è un animale profetico, conosce il futuro, simboleggia anche il sogno.
 
Orso: simboleggia l’introspezione che in certi momenti della vita è necessaria per potersi osservare meglio e focalizzare su se stessi.
 
Puma: è simbolo della forza, usata sia in positivo che in negativo. L’uomo puma deve essere pronto ad assumersi importanti responsabilità.
 
Serpente: simbolo della nascita, della vita e della morte, cela un’energia potente che induce che lo possiede come animale totem a fare esperienza dei veleni (in senso simbolico) per trasformarli in qualcosa di utile e positivo.
 
Topo: è un animale pignolo, quindi insegna ad approfondire le cose. Simboleggia un uomo prudente, organizzato, timoroso.
 

martedì 10 novembre 2015

I simboli segreti della Mille e una Notte: la Conoscenza nascosta

Il sapere, le sue implicazioni di ordine simbolico e la sua dottrina segreta sono celati all’interno di edifici, testi, monumenti che ne custodiscono il volto primigenio e ne preservano l’immagine occulta e riposta che non deve e non può essere dissacrata dalla mentalità profana, che altrimenti ne violerebbe l’essenza più intima e sacra. La sua autentica veste, il corpus dottrinale che costituisce il cuore e il centro di ogni manifestazione trascendente ed ermetica, è racchiusa nello scrigno prezioso che gli antichi iniziati hanno creato per difendere il patrimonio sapienziale dalle spire del volgo, dalla corrente volgare e contaminante.
 
Così, quasi nascosto, questo tesoro di Conoscenza assoluta è stato smembrato, suddiviso e inserito in ambiti apparentemente inusuali affinché chi sa ed è in grado di decifrarne l’anima secretata, disveli i simboli e prosegua l’opera di conservazione e di parziale diffusione. Divulgazione che deve essere diretta a coloro che si dimostrino degni di raccogliere il testimone di tale immane eredità. Il mistero della morte e dell’ignoto che ne segna le dinamiche oscure e sconosciute sembra condizionare la vita degli esseri umani, e a nulla vale una religione che non è capace di fornire risposte, ma sulla paura dell’inconoscibile ha costruito il suo impero. Il sapere tenta di indicare il cammino, rischiara il sentiero buio, ma i quesiti possono essere compresi solo da colui che conquista faticosamente la sua evoluzione, da chi non si accontenta di semplici verità a buon mercato, ma deve lottare per capire, e capire per crescere.
 
Il mistero nel Mistero: appunti di frammenti perduti
 
Le misteriose atmosfere dell’Oriente fascinoso e arcano non devono trarre in inganno con la loro ridda di suoni, colori, leggende, racconti che rasentano il fantastico. Non bisogna lasciarsi sviare da quella magica malia che sembra avvolgere le mente sconvolgendo i sensi, ma guardare oltre, al di là delle facili considerazioni, più avanti dell’orizzonte limitato che certe storie pregne di visioni e di fantasia fanciullesca paiono veicolare. Dietro la fiaba si annida l’allegoria che tutto circonda di mistero e addita la meta altissima da raggiungere.
 
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Chi non si ferma di fronte alla superficie ingannatrice dell’oceano cartaceo fatto di pura apparenza, vedrà infine la Luce, contemplerà il volto segreto del Dio occulto che dimora in ciascun uomo illuminato e progredito, sentirà il vero Amore privo di egoismi pervadergli l’animo. E proprio un racconto antico dai contorni magico-fiabeschi è il guardiano di una soglia proibita, oltre la quale è situato il mondo riflesso che risplende al di là dello specchio.
 
Si tratta di una fantasmagoria di storie meravigliose: Le Mille e una Notte. Attraverso questo mezzo di realizzazione si opera il viaggio, l’avventura che consentirà di sollevare il velo polveroso dei luoghi comuni e guiderà alla scoperta della Verità. Saliamo sul magico tappeto volante e prepariamoci a partire. La prima stesura delle Mille e una Notte tradotta in francese si deve a Antoine Galland, che nel 1713 eseguì una traduzione abbastanza fedele dell’originale. Un’opera che ha conquistato tutti, che è penetrata nei cuori dei semplici e in quelli delle persone maggiormente complesse ed erudite. Basti pensare al celebre scrittore Stendhal, il quale, stregato dal fascino sensuale emanato dai racconti della bella Shahrazàd, così scriveva: “Le Mille e una Notte che io adoro occupano più di un quarto della mia testa”.
 
L’arabista Silvestre de Sacy fu il pioniere che nel 1817 diede inizio alle ricerche storiche mirate a fare luce sulla genesi di questo capolavoro. Già nel 1814, a Calcutta, e successivamente a Bulàq, nel 1835, facevano la loro comparsa in Oriente le prime edizioni del testo in arabo, fino ad allora diffusi esclusivamente mediante manoscritti. Le origini del testo, i primi frammenti e le prime testimonianze relative alla sua esistenza ed a una sua forma letteraria già compiuta risalgono ai secoli IX-X. Non a caso gli storici arabi citavano una raccolta di favole persiane conosciuta come Hazàr afsane (Mille racconti), che con ogni probabilità iniziava con la storia di Shahrazàd e dei due re traditi dalle rispettive sovrane e consorti.
 
Nel XII secolo, a quanto pare, la raccolta venne fissata nella sua forma e veste attuale, eccettuate alcune aggiunte inserite nei secoli successivi, nell’Egitto dei Mamelucchi. Le Mille e una Notte sono in realtà un’antologia di materiali narrativi di varia provenienza, in cui è possibile ravvisare però tre fonti letterarie o cicli principali: il ciclo indo-persiano (che risulta essere il più antico), quello denominato di Baghdàd e infine il ciclo egiziano riconducibile all’epoca dei Fatimidi e dei Mamelucchi.
 
Alì Baba e la caverna delle iniziazioni: la metafora del mondo di sotto
 
Chi è che non ricorda la famosa formula magica pronunciata dal più celebre dei ladroni, Alì Baba, la mitica: “Apriti Sesamo”? Nella lingua originale suonava in questo modo: “Iftha Yà simsim”. La caverna che custodiva un tesoro inimmaginabile, invero, allude metaforicamente alle antiche iniziazioni misteriche che si svolgevano in cavità sotterranee.
 
La storia di Alì Baba è circonfusa di simboli, di allusioni che permeano il racconto e rimandano a una cultura di ordine iniziatico. Come sappiamo Alì Baba era un povero taglia alberi che aveva sposato una donna povera quanto lui. Con il suo lavoro, dunque, doveva mantenere la sua sposa e i suoi figli. Baba aveva un fratello, Cassim, che inizialmente povero, in seguito aveva sposato la proprietaria di una bottega ben fornita, un magazzino colmo di ogni genere di mercanzia e di beni immobili, tutte cose che quest’ultima aveva ereditate qualche tempo dopo essersi accasata con Cassim.
 
Un giorno, mentre Baba caricava il legname da vendere al mercato sui suoi tre asini, unico bene che possedeva, fu testimone di un evento prodigioso.Mentre si approssimava a tornare verso la sua dimora, infatti, scorse un gran numero di uomini a cavallo che avanzavano velocemente. Intuendo che si trattava di individui disonesti, dei ladroni, lasciò gli asini e si rifugiò sopra un grande albero i cui rami, a poca altezza da terra, si aprivano formando un circolo talmente fitto che lasciava libero solo un piccolissimo spazio. Baba si collocò nel mezzo, sicuro di vedere ciò che accadeva senza essere visto.
 
Il ladroni, quaranta, tanti ne aveva contati, smontarono da cavallo e posarono al suolo delle pesanti bisacce. Quello che sembrava vestito con maggiore cura ed eleganza rispetto agli altri, il capo forse, si avvicinò ad una roccia posta in prossimità dell’albero sul quale stava Alì Baba, e dopo avere scostato alcuni ramoscelli pronunciò distintamente le seguenti parole: “Sesamo apriti!”. Ad un tratto si aprì una porta lasciando intravedere una profonda caverna, all’interno della quale i cavalieri si diressero.
 
Dopo un certo periodo di tempo, i ladroni uscirono senza bisacce e il loro capo pronunciò nuovamente la parola d’ordine: “Sesamo chiuditi!”, e la pesante soglia di pietra si richiuse alle spalle degli uomini che montati di nuovo in sella ripresero il cammino. Alì Baba, sceso dall’albero, si diresse verso la caverna e formulata la frase fatidica vide schiudersi dinanzi a sé la roccia che celava la caverna. Al suo interno vi erano ricchezze favolose, monete d’oro, gioielli e altri tesori. La storia prosegue, ma noi ci fermiamo qui, è la caverna che ci interessa per le sue valenze iniziatiche. Qui, nelle viscere della Terra, dentro la caverna delle iniziazioni è celato il tesoro sapienziale costituito dal celebre motto alchimico VITRIOL, che gli alchimisti affermavano essere composto da una formula latina: “Visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem”, e cioè: “Visita le viscere della Terra, operando rettamente troverai la pietra nascosta, la Pietra dei Filosofi”. Ecco il vero tesoro, l’entrata nel tempio misterico, la possibilità di perire e rinascere penetrando nell’utero primordiale della Grande Madre.
 
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Il tema allegorico della discesa nelle regioni sotterranee è presente in tutti i culti iniziatici, ed era la prova più importante che l’iniziando doveva affrontare. Solo penetrando nel cuore segreto della Terra è possibile rivenire la Luce che tutto rischiara. Si tratta dell’antico e universale motivo del viaggio nel ventre della balena (la Terra), che fin dai primordi delle iniziazioni misteriche si ripete in mille varianti, come nel caso dello splendido Viaggio al centro della Terra, di Jules Verne. Con in mano la preziosa Pietra Filosofale si può riemergere dalla cripta iniziatica e proseguire il cammino. A questo allude il racconto di Alì Baba e i dei quaranta ladroni. Anche il sommo Dante Alighieri nella sua immortale opera, la Divina Commedia, ci parla della discesa nelle regioni infere finalizzata a trasmutare il neofita e a farlo rinascere trasformato, rinnovato. Questa l’allegoria della resurrezione cristica e di quella mitraica.
 
La grotta simboleggia la cavità amniotica, il luogo dove si opera la nuova esistenza, la nascita che apporterà consapevolezza e conoscenza. In Egitto, la leggendaria Alkemy (Terra Nera), le iniziazioni volte ad ottenere la morte simbolica e la conseguente rinascita erano officiate in un luogo sotterraneo e buio, oscuro come l’Astrale. Qui il futuro iniziato veniva condotto nella parte più profonda e nascosta, e adagiato in un sarcofago che veniva sigillato ermeticamente. Per tre giorni giaceva in uno stato di trance, poi il grande sacerdote lo traeva fuori e lo riportava alla luce.
 
La visione connessa con la trasmutazione subita (morte simbolica) veniva trasferita al grande sacerdote, l’unico che era autorizzato ad ascoltare il racconto del viaggio e della totale trasmutazione che il neofita aveva subito. Anche nei Misteri Orfici la discesa nei regni infernali di Persefone – divinità intimante connessa con i Misteri Eleusini – la regina dell’Oltretomba sposa di Plutone, signore del regno infero, rivestiva notevole importanza. Il viaggio alle radici dell’Io, quindi, rappresenta da sempre l’incontro con l’ignoto, con la morte della parte profana e volgare a favore della parte sottile, la veste di luce che deve conferire la trasformazione, la Nigredo Alchemica o fase al Nero dell’Alchimia.
 
Aladino e la Lampada meravigliosa: il segreto dell’Ermete interiore
 
Non meno nota la storia di Aladino, il figlio del sarto Mustafà e del Genio della Lampada. Aladino, scapestrato adolescente, morto suo padre era sempre più dedito alla vita sconclusionata e ai giochi con i suoi coetanei. Il padre aveva fatto del tutto per insegnargli la professione, ma senza risultato, per questa ragione sua madre era stata costretta a chiudere la bottega del defunto consorte e a vendere i ferri del mestiere per poter tirare avanti. Un giorno, nella vita di Aladino e di sua madre fece la comparsa un ipotetico fratello dello scomparso Mustafà, un uomo ricchissimo, noto come il mago africano. Il resto lo conosciamo, il perfido mago conduce Aladino fra due monti non molto alti e simili tra loro, separati da una valle piuttosto stretta e qui, dopo avere bruciato uno strano profumo, fece tremare la terra.
 
Subito dopo si aprì nel terreno una profonda fenditura che lasciava intravedere una pietra di un piede è mezzo circa di profondità, posata orizzontalmente con un anello di bronzo sigillato nel mezzo che serviva a sollevarla. Il mago ordina ad Aladino di alzare la pietra, il ragazzo obbedisce e la pone da una parte, sorpreso di possedere tanta forza. Levata che fu apparve una caverna di tre o quattro piedi di profondità, con una porta e diversi gradini per scendere.
 
L’uomo sfila dal suo dito un anello e lo affida al ragazzo dicendo che si tratta di un potente amuleto, quindi lo istruisce sul da farsi. Gli dice che deve penetrare nella grotta dove si trova un grande ambiente a volta, in cui sono ubicate tre stanze in successione (il tre è un numero dalle profonde valenze iniziatiche). Ed ecco che ancora una volta al centro del racconto si palesa una caverna, con gli ovvi simbolismi che precedentemente abbiamo già espressi. La cosa interessante sono i gradini, la porta, l’anello e la lampada. I gradini, in effetti, rappresentano i differenti gradi iniziatici, i gradini dell’altare, l’ascendere e il discendere dell’animo che penetra nella terra e sale verso il cielo, come nel caso della Scala sognata dal biblico Giuseppe, che alludeva, tra le altre cose, al ciclico eterno divenire. La porta, invece, simboleggia la soglia dei Misteri al di là della quale è custodito il Tempio iniziatico.
 
Configura anche le finte porte che ritroviamo nelle tombe egizie, etrusche e romane, scolpite o semplicemente dipinte. Queste configuravano la discesa agli inferi e la capacità da parte del defunto di uscire ancora una volta alla luce del giorno, processo trasmutativo che nei papiri egizi viene definito il ritorno a casa.
 
L’anello è l’elemento più significativo in tale contesto, l’oggetto magico per eccellenza, il suggello che lega l’iniziato alle arti magiche. Esso ci riporta alla mente la superba saga di Tolkien, Il Signore degli Anelli e le valenze occulte e simboliche che l’autore della storia dipana con sapiente maestria. La lampada, infine, incarna l’illuminazione interiore, il lampo ermetico che dona sapienza. Allude anche all’Ermete interiore, il Nume che dimora nell’uomo illuminato, il Maestro o Adam kadmon cabalistico. La lampada può essere messa in relazione con la Nona Lama dei Tarocchi, l’Eremita, che viene rappresentato con una lanterna in mano, volta a rischiarare le tenebre interiori e a disperdere il pensiero profano e superstizioso.
 
Il Genio della Lampada è l’ente che il mago evoca, il Genio Planetario o più esseri che abitano nell’invisibile e che il potere del mago materializza e richiama di fronte a sé. Come si evince dietro la trama fantastica si cela ben altro. Le Mille e una Notte, con il loro potente incantamento, suscitano straordinarie emozioni, rimandano ai cieli notturni d’Oriente di un blu cobalto intenso, trapunti di stelle brillanti come diamanti. Ci parlano delle corti d’amore, dove la sensualità non è mai tiepida ma è un fuoco che arde e divora, che accende i sensi in un sussulto amoroso, lo stesso che il mago prova quando si unisce con la parte femminea che è in lui, il medesimo che sente quando cerca la Luce, unica ineguagliabile via di realizzazione.
 

lunedì 9 novembre 2015

Kubrick e Pasolini... Due film, un solo destino.

Tu chiamalo, se vuoi, movente esoterico. Nasce dalla chiave di lettura “simbolica” dell’evento, quella che fa caso a dettagli in apparenza insignificanti, senza valore per la verità giudiziaria. In base a questa analisi, Pasolini sarebbe stato assassinato con le modalità del sacrificio rituale, in base alla “pena del contrappasso” enunciata da Dante Alighieri, per due ragioni sostanziali.
 
La prima: aveva denunciato la subdola ferocia del potere mettendo alla berlina, col romanzo “Petrolio”, i mandanti dell’omicidio Mattei. E soprattutto, attraverso le atroci sequenze del suo ultimo film, “Salò”, ispirato al romanzo del marchese De Sade “Le 120 giornate di Sodoma”, aveva osato mettere in scena l’abominio di perversioni sessuali violente, fino alla morte delle giovani vittime, perpetrato da una super-casta annidata tra i massimi vertici.
 
Non un incubo o una fantasia terribile, ma l’agghiacciante rappresentazione di una realtà indicibile, sostiene Stefania Nicoletti. Per questo Pasolini è stato ucciso, e in quel modo: con “Salò”, film strettamente collegato all’omicidio (le pellicole rubate), aveva denunciato una pratica selvaggia, di spaventosa brutalità, tragicamente ordinaria in alcuni ambienti insospettabili.
 
Stefania Nicoletti collabora da anni con l’avvocato Paolo Franceschetti, già legale delle “Bestie di Satana” e indagatore dei più controversi casi di cronaca, da Cogne al Mostro di Firenze. La tesi è suffragata da osservazioni inconsuete: molti delitti di cui parlano i media sono fatti di sangue solo in apparenza inspiegabili; in realtà si tratta di veri e propri “sacrifici umani”, compiuti da esoteristi che agiscono al riparo di potentissime protezioni, anche istituzionali.
 
Salò o Le 120 Giornate di Sodoma
 
Quello che viene esibito – le indagini inconcludenti, il capro espiatorio socialmente fragile – non è che un copione per depistare l’opinione pubblica.
 
La verità, ripete Franceschetti, è che ogni anno, in Italia, spariscono centinaia di minori. «Dove finiscono? Molti loro nel gorgo del traffico di organi, e altrettanti – appunto – nella potentissima rete dei pedofili: gente che arriva a pagare cifre folli per gli “snuff movie”, i film dove la giovane vittima viene violentata e seviziata fino alla sua morte», come appunto nel film di Pasolini. Ed ecco allora l’altro movente, quello occulto, che si salda con la volontà di eliminare e “punire” una voce troppo coraggiosa, lo scrittore che in “Petrolio” (uscito postumo) accusò Eugenio Cefis per la morte di Mattei, il “padre” dell’Eni temutissimo alle Sette Sorelle in quanto filo-arabo.
 
«Spesso il movente del delitto di un personaggio scomodo non è uno solo, ma sono più moventi insieme, che non si escludono a vicenda ma anzi sono complementari, come sono complementari gli interessi e le entità che vogliono la morte di un determinato personaggio inviso al sistema», scrive Stefania Nicoletti sul blog di Franceschetti.
 
E’ il caso, appunto, di Pasolini, sul quale si è scritto di tutto, anche di recente. Nel 2009, ad esempio, è uscito per “Chiarelettere” il libro “Profondo nero” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, che porta avanti la tesi Eni-Cefis-Mattei e che contiene anche un’intervista a Pino Pelosi, il “ragazzo di vita” che era con Pasolini quella tragica sera, il 2 novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia (alla pista-Eni ha dato risalto, tra gli altri, anche il blog di Beppe Grillo). Nell’agosto 2012, continua la Nicoletti, è arrivata la sentenza della Corte d’assise di Palermo sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, ucciso nel 1970 perché stava indagando sulla morte di Enrico Mattei.
 
Enrico Mattei
 
Una sentenza, dunque, dopo 40 anni. De Mauro? Ucciso per paura che rivelasse i mandanti del sabotaggio dell’aereo di Mattei, precipitato a Bascapè sulle colline dell’Oltrepo Pavese.
 
«La causa scatenante della decisione di procedere senza indugio al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro – scrivono i giudici – fu costituita dal pericolo incombente che egli stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè, violando un segreto fino ad allora rimasto impenetrabile e così mettendo a repentaglio l’impunità degli influenti personaggi che avevano ordito il complotto ai danni di Enrico Mattei, oltre a innescare una serie di effetti a catena di devastante impatto sugli equilibri politici e sull’immagine stessa delle istituzioni». Mauro De Mauro, aggiunge la Nicoletti, stava collaborando con il regista Francesco Rosi per il film “Il caso Mattei” e scomparve nel nulla poco prima dell’incontro previsto con Rosi. Cinque anni più tardi, Pier Paolo Pasolini stava indagando sulla stessa pista e aveva scoperto le stesse cose, venendo in possesso di documenti riservati su Eugenio Cefis. E fece la stessa fine di De Mauro.
 
Nel dicembre 2013, poi, escono articoli di giornale che parlano di “svolta” nell’inchiesta per il delitto Pasolini. Dopo 38 anni, scrive Nicoletti, gli inquirenti si accorgono che forse c’è qualcosa che non va nella versione ufficiale e riaprono le indagini. La notizia è che ci sono dei sospetti sui complici di Pino Pelosi: nuovi elementi confermerebbero che a partecipare all’omicidio sarebbero state più persone. «Sono stati ascoltati 120 testimoni, di cui molti non erano mai stati sentiti in precedenza». In articoli come quelli pubblicati dal quotidiano “Il Tempo”, sottolinea la Nicoletti, viene rimarcato più volte che i testimoni sono proprio 120: numero ripetuto per ben tre volte nelle prime righe.
 
«Quando lessi l’articolo, questo particolare mi suonò strano, perché avrebbero anche potuto scrivere “un centinaio” oppure “oltre cento testimoni”. Quel 120 così preciso – scrive la Nicoletti – mi ha ricordato il titolo “Salò o le 120 giornate di Sodoma”», il film “maledetto” che Pasolini aveva ultimato pochi giorni prima di essere ucciso. «È probabile che in questo articolo e nell’intera operazione sia celato qualche messaggio, dato che è proprio nel film in questione che si può trovare uno dei moventi dell’omicidio». In “Salò”, aggiunge Nicoletti, «Pasolini aveva raccontato ciò che accade all’interno delle organizzazioni che detengono il potere».
 
La morte di Pasolini
 
Nello stesso articolo del “Tempo” si parla di «reperti esaminati in passato e ora recuperati dagli investigatori, per avviare nuove analisi utilizzando tecniche scientifiche che precedentemente non esistevano». Di quali reperti si tratta? «Risulta che all’epoca dei fatti venne cancellato o manomesso tutto ciò che poteva essere utile alle indagini: non venne recintato il luogo del delitto, le prove e le tracce vennero cancellate, l’auto di Pasolini venne lasciata incustodita, in modo che chiunque avrebbero potuto mettere o togliere indizi». Dunque, conclude l’analista, «non si capisce quali “reperti” siano ancora validi e possano essere analizzati scientificamente». Un anno dopo, nel dicembre 2014, si parla ancora di “svolta” nelle indagini: le analisi del Dna sugli abiti di Pasolini rilevano tracce di altre 5 persone.
 
Dalle macchie di sangue è stato estratto il codice genetico di altri possibili sospettati, complici quindi di Pelosi. Ma due mesi dopo, nel febbraio 2015, arriva subito un’altra notizia: il test del Dna non risolve il caso, perché il materiale biologico “non è attribuibile”, né collocabile temporalmente.
 
«I magistrati hanno consegnato al gip la richiesta di archiviazione. E dunque l’inchiesta sul delitto Pasolini, riaperta nel 2010, dopo tutti questi annunci di presunte “svolte”, viene di nuovo archiviata». Ma nel 2014, quando l’inchiesta è ancora aperta, Pino Pelosi continua a fare dichiarazioni e viene convocato dalla Procura di Roma per essere interrogato di nuovo. Queste sono alcune delle sue affermazioni: «Quella notte all’Idroscalo c’erano tre automobili, una motocicletta e almeno sei persone, ma non sono in grado di dire chi fossero. Oltre all’Alfa Gt di Pasolini, c’era una Fiat 1300 e un’altra Alfa identica a quella di Pier Paolo. Era buio pesto e ho visto arrivare sul posto due automobili e una motocicletta.
 
C’erano almeno sei persone, e due individui hanno trascinato Pier Paolo fuori dall’abitacolo. In un primo momento sono riuscito ad allontanarmi, fuggendo. Da dove mi trovavo sentivo Pier Paolo gridare e chiedere aiuto, ma nulla di più. Sotto al tappetino dell’automobile di Pier Paolo, Pino Pelosi oggic’erano 3 o 4 milioni di lire. Denaro che non venne ritrovato insieme alla vettura». In più, «l’esame del radiale dell’Alfa di Pasolini, che avrebbe dovuto investirlo e schiacciarlo quando era già a terra, uccidendolo, non è stato mai effettuato».
 
Il pm Francesco Minisci gli domanda di chiarire alcuni aspetti relativi al possesso – all’epoca dei fatti – di una Fiat 850 Coupé. Automobile che, a detta di un testimone, sarebbe stata rubata e poi fatta circolare con targhe “buone”. E Pelosi risponde: «Dovrebbero andare a bussare alla porta della cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, che denunciò il furto della macchina del regista, poi ritrovata a Fiumicino, e a quella di Ninetto Davoli che, a distanza di anni dai tragici eventi, fece distruggere l’Alfa Gt del regista». In effetti l’auto di Pasolini è stata demolita da Davoli nel 1987, come risulta anche alla motorizzazione di Roma. «Queste di Pelosi sono dichiarazioni importanti, che andrebbero quantomeno approfondite», annota Nicoletti. «Ma l’inchiesta, come abbiamo già visto, è stata archiviata».
 
Intanto, nel settembre 2014, esce il tanto atteso film “Pasolini” di Abel Ferrara, pubblicizzato come “film verità” sull’ultimo giorno di vita e sull’omicidio, con promesse di rivelazioni clamorose. Il regista americano dichiara alla stampa di conoscere la verità sul delitto Pasolini e di rivelare il vero autore dell’omicidio, con tanto di nome e cognome. «Promesse assolutamente disattese: infatti nel film non solo non viene fatto il nome del vero assassino, ma viene messa in atto una vera e propria azione di depistaggio».
 
Pino Pelosi oggi
 
Nelle scene finali viene ricostruita la notte dell’omicidio, continua Nicoletti: «Secondo Abel Ferrara, a uccidere Pasolini non è stato Pelosi – e fin qui va bene – ma un gruppo di sbandati che lo ammazzano perché è ricco e vogliono derubarlo, e perché è omosessuale. Per tutta la sua durata, il film fa credere di voler dare un’ipotesi alternativa sulla dinamica dell’omicidio e sugli esecutori, citando anche brani del romanzo “Petrolio”. Si arriva alla fine del film con tante attese e speranze…
 
E in effetti l’ipotesi alternativa viene data, ma essa è ancora più depistante di quella ufficiale». Esiste invece un altro film, pronto già nel 2012 ma che non è mai riuscito a trovare una distribuzione. Si intitola “Pasolini, la verità nascosta” e il regista è Federico Bruno, che ha ricostruito l’ultimo anno di vita di Pasolini: la stesura del libro “Petrolio” e i capitoli mancanti sull’Eni e sul delitto Mattei, la preparazione del film “Salò” e il furto delle bobine (i negativi), le ultime interviste alla tv francese e a Furio Colombo. «Il film smentisce la tesi ufficiale, portando nuove inedite informazioni. E lo fa davvero, non come quello di Ferrara.
 
Per questo motivo, il film di Federico Bruno è stato boicottato e non distribuito in Italia, rifiutato da tutti, anche dai parenti Pasolini; mentre invece il film depistante di Abel Ferrara è stato finanziato dallo Stato, appoggiato dagli eredi di Pasolini, e persino presentato in concorso al 71° Festival del Cinema di Venezia».
 
Abel Ferrara
 
Negli ultimi mesi, continua Stefania Nicoletti, è stato annunciato un altro film, che uscirà a febbraio 2016: “La macchinazione” di David Grieco, amico e collaboratore di Pasolini, e anche autore della memoria civile al processo Pelosi. Il film racconterà gli ultimi tre mesi di vita di Pasolini. «In alcune interviste, Grieco afferma che Pasolini è stato ucciso dall’organizzazione che ha compiuto tutte le stragi italiane (che lo stesso Pasolini aveva denunciato nel suo celebre “Io so” e in altri articoli) e messo in atto la strategia della tensione, servendosi di uomini dei servizi segreti e di Gladio». Lo dichiara apertamente, Grieco, intervistato dal “Piccolo” di Trieste: «Pasolini è stato ammazzato da quelli che hanno fatto tutto quello che è stato fatto dal ’69 in poi in questo paese: le stragi, la strategia della tensione, gli omicidi politici, le bombe sui treni, la stazione di Bologna, piazza della Loggia, eccetera. L’organizzazione era molto vasta e quindi non parlo materialmente delle stesse persone. È un’organizzazione che nasce all’alba della Liberazione, quando gli americani arrivano in Italia, l’esercito tedesco è in rotta e loro già stanno pensando a come fronteggiare il nemico sovietico».
 
«Si crea uno Stay Behind che in Italia si chiama Gladio, organizzazione clandestina ma fino a un certo punto perchè in America è pienamente nota ed è presente in tutti i rapporti della Cia al congresso americano», continua Grieco, che spiega che Gladio «serve a fare qualsiasi cosa purché il comunismo non si espanda e non prenda piede nella parte occidentale o meridionale d’Europa. Qualunque mezzo è lecito». Leggendo queste dichiarazioni, Stefania Nicoletti si domanda: «Come mai David Grieco, amico storico di Pasolini, parla pubblicamente solo adesso? Come mai non l’ha detto prima, anziché aspettare 40 anni? Forse è il segno che “qualcuno” ha deciso che certe verità devono emergere in questo momento storico». Oltre al film che sta realizzando, Grieco ha pubblicato anche un libro: “La macchinazione. Pasolini, la verità sulla morte”, uscito da poche settimane, edito da Rizzoli. Grieco fu tra i primi a raggiungere il luogo in cui fu trovato il corpo senza vita di Pasolini, insieme al medico legale Faustino Durante, anche se «risultava che sul luogo del delitto non fosse mai stato convocato un medico legale». Inoltre, Grieco è stato il compagno di Bruna Durante, figlia del medico legale.
 
David Grieco
 
Se l’infinita odissea processuale – proprio come quelle delle stragi e dei casi di cronaca “irrisolti” – naufraga in un mare di ombre, sospetti, menzogne e depistaggi, Stefania Nicoletti si concentra sul profilo “simbolico” della vicenda, sempre trascurato. «A mio parere – scrive – nella scelta del luogo e nella modalità dell’omicidio, è stata applicata più volte la legge del contrappasso».
 
L’Idroscalo è un aeroporto (per gli idrovolanti), e Pasolini «aveva scoperto la verità sull’omicidio di Enrico Mattei, morto in un incidente aereo». Un “contrappasso per analogia”? «Anche nella messa in scena del movente sessuale possiamo trovare un contrappasso: l’hanno ammazzato nei luoghi degradati e negli ambienti violenti che aveva sempre descritto nelle sue opere.
 
Le borgate, i ragazzi di vita, l’omosessualità. Da un lato era un ottimo modo per avere una rapida risoluzione del caso e per poi continuare ad infangarne la memoria, dall’altro fu un omicidio per analogia: ti facciamo morire come uno dei tuoi personaggi. Stessi luoghi, stesse persone, stesse modalità».
 
Ancora cinema: alla fine del 2013 è stata annunciata la pubblicazione di una sceneggiatura risalente al 1959 e rimasta finora inedita, “La Nebbiosa”, in cui Pasolini aveva descritto un omicidio uguale al suo. La trama: un gruppo di teppisti sequestra un omosessuale, lo conduce in uno spiazzo deserto e lo picchia a sangue fino alla morte. I giornali parlano di “visione profetica”, scrivendo che Pasolini “sapeva come sarebbe morto” e che “ha anticipato lo scenario” del suo omicidio. «In realtà, non è che sapeva come sarebbe morto, e nemmeno ha anticipato o profetizzato la sua morte», puntualizza Stefania Nicoletti. «Invece è il contrario: l’hanno ucciso come il personaggio di questa sua opera inedita ora pubblicata. E anche qui possiamo quindi trovare la legge del contrappasso». Secondo la Nicoletti, «è la stessa operazione che fecero con Rino Gaetano e la sua canzone “La ballata di Renzo”», in cui il cantante descrisse la morte di un giovane rifiutato da più ospedali e morto dissanguato nella notte, come in effetti poi accadde all’autore di “Nun te reggae più”. «Anche nel caso di Rino Gaetano si disse che aveva profetizzato la sua morte molti anni prima, quando invece fu il contrario: lo uccisero come in quella sua canzone».
 
Rino Gaetano
 
Sulla storia descritta ne “La Nebbiosa”, il quotidiano “Libero” scrive: «L’alba è vicina e i ragazzi caricano in macchina un omosessuale, lo portano in uno spiazzo isolato, lo spogliano e lo massacrano a sangue. Una scena che sconvolge perché ricorda molto da vicino proprio le modalità con cui Pasolini verrà ucciso nel 1975 al Lido di Ostia. Talmente da vicino che, se stessimo scrivendo un giallo e non un articolo, potremmo ipotizzare che chi ha ucciso Pasolini avesse letto il copione e avesse tutto l’interesse a farlo scomparire.
 
Quasi che “La Nebbiosa” potesse contenere quei segreti sulla morte dello scrittore che nemmeno la magistratura è mai riuscita del tutto a chiarire». Preveggenza, appunto, o piuttosto esecuzione progettata sulla base del copione narrato dalla stessa vittima? Per questo Stefania Nicoletti si concentra su “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, l’ultimo film di Pasolini, uscito postumo due mesi dopo la sua morte. Il regista terminò il montaggio proprio il giorno prima di essere ucciso. Film legato a doppio filo all’omicidio: non solo perché si conclude con una strage, ma perché finì direttamente nelle indagini a causa di materiale cinematografico rubato e poi utilizzato per condizionare il regista, forse addirittura per tendergli l’agguato mortale.
 
E’ noto infatti l’episodio delle bobine di “Salò” rubate alla Technicolor: unico caso nella storia del cinema di furto di “pizze” con richiesta di riscatto (due miliardi di lire). Pasolini si rifiutò di pagare: disse al produttore che avrebbe ricavato un negativo da un positivo e che avrebbe fatto a meno degli originali. Poco dopo, continua Stefania Nicoletti, un personaggio oscuro della malavita romana – si dice che fosse un esponente della Banda della Magliana – andò dal regista Sergio Citti e gli disse di essere in possesso delle pellicole e di poterle restituire anche gratis se avesse organizzato un incontro con Pasolini.
 
Fu lo stesso Citti, amico e collaboratore del regista, a raccontare l’episodio nel 2005, dichiarando anche di non essere mai stato chiamato a testimoniare (secondo il regista Federico Bruno, invece, Citti sarebbe stato ascoltato dagli inquirenti). Pasolini dapprima rifiutò l’incontro per la restituzione delle “pizze”, non fidandosi dell’ambiente da cui proveniva la proposta. Ma in un secondo momento accettò, convinto da Pino Pelosi, che conosceva da qualche mese. «Pelosi fece quindi da esca – consapevole o meno – alla trappola tesa per portare Pasolini a Ostia e ucciderlo».
 
Sergio Citti con Pasolini e Ninetto Davoli
 
Il film “Salò” è ispirato al romanzo del marchese De Sade “Le 120 giornate di Sodoma”, ma Pasolini ne colloca l’ambientazione tra il 1944 e il 1945, nel Nord Italia occupato dai nazifascisti durante la Repubblica Sociale Italiana (da cui il titolo “Salò”). In una villa isolata, si riuniscono quattro rappresentanti del potere: il Duca, il Monsignore, l’Eccellenza (Giudice di Corte d’assise), e il Presidente (di una banca).
 
I quattro Signori fanno rapire decine di ragazzi e ragazze, e nella villa infliggono loro ogni tipo di violenza e tortura psicologica, fisica e sessuale. Con il passare del tempo, i giovani perdono la dignità umana e si abbandonano al loro destino, consegnano il proprio corpo e la propria anima ai Signori. Giunti quasi al termine delle 120 giornate, in cerca di una violenza sempre più intensa, i Signori decidono di passare alla forma più estrema di “piacere”: quello assassino, uccidendo la maggior parte dei ragazzi. «È un film scioccante, crudele, terribile.
 
Ma è più di un film… racconta la realtà. Una realtà che non si riferiva solo al periodo in cui è ambientato – afferma Stefania Nicoletti – ma che esisteva anche negli anni ’70 quando Pasolini ha scritto e girato il film, e che continua ad esistere anche oggi».
 
Una realtà «fatta di abusi atroci, di torture sessuali, di delitti rituali commessi da coloro che detengono il potere, i cosiddetti “insospettabili”, professionisti e persone rispettabili, i vertici del Sistema». Ne parlò anche il blog di Franceschetti nel 2011, riportando «testimonianze di sopravvissuti a un sistema di abusi simili a quelli descritti da Pasolini». Nel film “Salò”, i quattro Signori «rappresentano i rami del potere: nobiliare, ecclesiastico, giudiziario, economico-bancario». Il vero potere. «Nel film i quattro potenti assoldano dei giovani repubblichini di leva e delle SS, e li incaricano di rapire i ragazzi e portarli alla villa. Le milizie nazifasciste rappresentano sia il potere militare (ma a livelli bassi: non sono generali o comunque ufficiali) sia quello politico, che è subordinato agli altri poteri: i quattro Signori si servono dei repubblichini per raggiungere i loro scopi». Il film è suddiviso in quattro parti, che richiamano nel titolo la geografia dantesca dell’Inferno: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue. Chi conosce il blog di Franceschetti sa quanto siano importanti Dante e la Divina Commedia per le società segrete, sia quelle originarie (iniziatico-libertarie) che quelle più recenti e deviate: «Pasolini, che conosceva bene il sistema in cui viviamo, in questo film ha descritto proprio le organizzazioni massoniche ed esoteriche “nere” che compiono abusi e delitti rituali; e forse, con il richiamo all’Inferno, ha voluto darci un’ulteriore indicazione sulla natura di ciò che ha raccontato».
 
Un'immagie dell'ultimo film di Pasolini
 
Un altro particolare che Pasolini ha preso dalla realtà, continua Stefania Nicoletti, è la modalità del rapimento: «I giovani vengono scelti in base a determinate caratteristiche, e vengono strappati dalle proprie famiglie; ma talvolta sono invece i loro stessi familiari che li vendono». Inoltre prendono parte alle sevizie anche le figlie dei quattro super-potenti, trattate come schiave. Significativo anche il fatto che, secondo il regolamento della villa, “i più piccoli atti religiosi, da parte di qualunque soggetto, verranno puniti con la morte”.
 
Nel film come nella realtà, infatti, «all’interno di queste organizzazioni occulte viene osteggiato qualunque tipo di religiosità o di spiritualità autentica, per lasciare spazio invece a quella deviata», scrive la Nicoletti. «Chi “tradisce” il regolamento viene ucciso, come la ragazza a cui nel film viene tagliata la gola davanti a un altare religioso, e il corpo viene mostrato a tutto il gruppo come monito».
 
Molto eloquente il discorso che il Duca pronuncia quando “accoglie” le giovani vittime nella sua villa: «Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti».
 
Stefania Nicoletti
 
Una logica che «esprime perfettamente quello che succede davvero all’interno delle organizzazioni di potenti che commettono abusi e delitti come quelli narrati». Nella sua ultima intervista televisiva, concessa a una tv francese il 31 ottobre 1975 (due giorni prima della morte), in occasione dell’uscita del film, Pasolini affermò: «Il cannibalismo? In certi ambienti è un fatto politico reale, in certi ambienti è un fatto politico metaforico».
 
Insomma, a una lettura attenta e profonda, secondo Stefania Nicoletti «si può capire come Pasolini abbia usato l’espediente dell’ambientazione durante l’occupazione nazifascista per raccontare una realtà molto più grande e attuale». “Salò” illuminerebbe un vero e proprio inferno, retroterra di troppe sparizioni “inspiegabili”, delitti eccellenti, fatti di sangue che restano senza colpevoli.
 
E sparizioni di centinaia di minori, in Italia e nel mondo, ogni anno. «Una realtà fatta di violenze e di abusi rituali, di delitti e di sacrifici umani. Una realtà che coinvolge i vertici del potere, ma che viene sistematicamente occultata. Qualcosa di molto pericoloso, che Pasolini non avrebbe dovuto raccontare e che ha pagato con la vita».

domenica 8 novembre 2015

La "Funzione Finanziaria" degli dei mesopotamici...

A volte si usano i termini mercato, economia e finanza come se fossero sinonimi, in effetti sono tutti e tre termini economici, ma hanno delle accezioni diverse. Se volessimo spiegare in una frase le diverse accezioni, forse questa frase suonerebbe pressappoco così:

“Quando usi i tuoi soldi fai Mercato,
 quando osservi come si usano fai Economia,
 e quando usi quelli degli altri fai Finanza.”
 
Possiamo affermare che il concetto di Mercato nasce insieme alle prime attività di commercio in epoca primordiale nella storia dell’uomo. Per quanto riguarda l’Economia, quella intesa come sistema di interconnessioni e transazioni tra soggetti economici nella sua interezza, comincia ad assumere i caratteri di una scienza sociale solo nella modernità, si pensi che lo stesso Adam Smith, il padre dell’economia classica, esordisce nel ‘700, epoca di Mercantilisti, come filosofo prima ancora che economista.
 
La Finanza che è protagonista dei nostri tempi in modo direttamente o indirettamente permeante non è, come si può pensare, un’invenzione dei nostri tempi.

Vi riporto qui di seguito un estratto di “I grandi imperi orientali: i Sumeri” (M. C. Garcia e J. Santacana,  Fenice 2000, Milano)

“La complessità delle relazioni mercantili obbligò la società sumera a creare un sistema creditizio. I tankaru, o grandi mercanti, cominciarono a fare crediti ai piccoli mercanti. Di quei primitivi “banchieri” di tante città conosciamo persino il nome e grazie ai testi legali sappiamo come i monarchi tentassero di limitare i profitti dei tankaru, obiettivo abbastanza difficile dati gli scarsi meccanismi di controllo di cui disponeva allora lo Stato.”
 
Da cui si evince l'eterna posizione di sudditanza tra "banca" (finanza = potere invisibile) e "stato" (monarca, governo = potere visibile)
 
Dal testo sopra emerge che l’attività di trasferimento di capitali è strettamente connessa e, se vogliamo, necessaria per gli scambi commerciali. L’altra stretta connessione che viene evidenziata è che così come nella finanza attuale il passo è breve a realizzarsi una situazione di disparità di profitti e squilibrio di posizioni tra i vari soggetti.
 
Le transazioni economiche sembrano essere dotate di un evoluto livello di strutturazione:

Ci si potrebbe chiedere chi garantiva l’adempimento dei contratti. In primo luogo, se un contratto regolava una transazione commerciale tra due sudditi di una stessa città, alla sua esecuzione sovrintendevano le leggi e i tribunali cittadini. In tal maniera era il re che, in ultima analisi, garantiva il commercio.
 
Tuttavia, quando la  transazione si effettuava tra mercanti di città diverse, soggette a leggi differenti, l’unica forma per stabilire una garanzia era quella di sottoscrivere il contratto al cospetto degli dèi. In questo caso i sacerdoti, in quanto intermediari della divinità, ricevevano in deposito i mezzi di pagamento e il tesoro del tempio, sotto la tutela del dio, agiva come una “banca” per garantire il perfezionamento del contratto.

Questa peculiare funzione delle divinità sumere spiega perché le colonie di commercianti che si insediavano in terre lontane cercavano di porsi sotto la protezione di un dio venerato dagli abitanti di quel paese. Era infatti necessario che entrambe le parti contraenti confidassero nella protezione della medesima divinità.
 
Rinveniamo nel testo addirittura delle originarie forme di regolamento (settlement) e di vigilanza sui mercati. E mentre oggi possiamo trovare temibili gli incalzanti ispettori di Banca d’Italia (per le società regolate) nell’antichità c’era l’ancora più temibile possibilità di ritrovarsi ad avere una controversia con un’entità sovrannaturale!
 
Addirittura, se il pensiero comune è quello di considerare i contratti derivati come una macchinazione complottista fatta da pochi eletti contro il resto dell’umanità viene smentito dalle tavolette puntellate di scritti cuneiformi. Qui di seguito, un’estratto di un articolo de “La Stampa”:

“Sulla tavoletta c’è scritto che un sumero vende ad un altro sumero un terreno, e stabilisce il prezzo (in argento, il particolare come vedremo non è irrilevante) vincolando poi alla bontà del raccolto un ulteriore guadagno, o in alternativa una perdita. La tavoletta è insomma un contratto, in cui i due sumeri scommettono su una plusvalenza che potrà (o non potrà) accadere in futuro: un prodromo dei future.”
 
Nonostante queste origini antichissimi e quasi necessarie, un tema ricorrente è l’aura di negatività che circonda il concetto di finanza. Ma allora la finanza è positiva o negativa? La risposta non verte né verso la prima opzione né verso l’altra: la finanza è uno strumento e in quanto tale non ha accezioni se non in relazione al suo utilizzo.
 
Pensiamo per un attimo al concetto di Coltello. Secondo la stessa logica saremmo portati a chiederci se il Coltello sia positivo o negativo. Se considerassimo ai miliardi di tagli che ogni giorno avvengono nel mondo all’ora del pasto, il Coltello sarebbe un qualcosa di positivo, ma se pensiamo agli eventi delittuosi il Coltello assumerebbe una connotazione negativa. Ma noi sappiamo dal precendente post che solo l’individuo agisce e quindi è l’azione umana che è positiva o negativa.
 
La circolazione dei capitali in modo traslato rispetto a quella dei beni ha i suoi grandi aspetti positivi e di contro negativi.

La Finanza ha il grande merito di velocizzare/”oliare”/efficientare il sistema economico favorendo l’allocazione delle risorse tra soggetti che non ne stanno disponendo in favore di chi ha volontà/necessità di disporne. Il beneficio diffuso che la finanza offre è quello di favorire l’attività umana e permetterle di raggiungere livelli più alti in un tempo inferiore rispetto alla sua assenza.
 
E se pensate che questo sia cosa da poco, pensate a quello che può essere poter ottenere un determinato progresso sociale o tecnico all’interno di una generazione piuttosto che in due, significa che un uomo può lavorare per migliorare la propria condizione invece che quella successiva (e ne cambia a livello di motivazioni, che ne pensate?).
 
Comunque per completezza c’è da considerare che l’ipotesi sottostante a questa traslazione si basa sulla concezione che ci siano soggetti che abbiano migliori capacità di gestione delle risorse rispetto ad altri.

Una cosa che rende potenti le transazioni finanziarie è la caratteristica di ineffabilità che assumono.
 
Sono difficili da vedere, sono difficili da capire. Ancora di più se passano per canali cosiddetti OTC (over the counter), ovvero mediante operazioni fuori dai mercati regolamentati.
 
Quello rappresentato sotto è rispettivamente:

– 1 dollaro
– 10mila dollari
– 100 milioni di dollari (1 bancale)
– 1 miliardo di dollari  (10 bancali)
– 1 trilione di dollari (il palazzo alto)
 
 
Prendendo in esame il bancale di cui sopra, questo corrisponde a 365 giorni di lavoro di 3500 americani con un salario medio*.
 
Un bancale = 3500 persone che lavorano per un anno
 
 
Una banca di medio-grandi dimensioni come quella presa in esame qui sotto (Bank of New York Mellon) ha un’esposizione in derivati pari a 1,375 trilioni di dollari.
 
Con un rapido calcolo corrisponderebbe al lavoro di 48mila miliardi di americani medi per un anno intero. Visto che la popolazione mondiale si aggira sui 7 miliardi di persone, se tutti guadagnassero come se fossero americani (e sono ben pochi) l’esposizione di questa banca corrisponderebbe al lavoro di circa 5 anni dell’intera popolazione mondiale.
 
Quanto detto si riferisce a una sola banca e addirittura non tra le più grandi. L’esposizione totale delle 9 più grandi banche americane (al 31 dicembre 2011) è pari alla cifra di 228,72 trilioni di dollari. Vi lascio la sorpresa di guardare a cosa corrisponde rimandandovi al sito originale demonocracy .
 
 
Ripetendo il calcolo di cui sopra corrisponderebbe al lavoro di circa 800 mila miliardi di americani medi per un anno intero. Essendo un pò difficili da trovare corrisponderebbe al lavoro di tutta la popolazione mondiale (stipendiata come fosse americana) per 114 anni.
 
Che dire? buon lavoro a tutti!
 

sabato 7 novembre 2015

Cisco Grove e Hopkinsville: due casi ufologici fortemente anomali del 1964-65

Cisco Grove è una località della California, non lontano da Truckee, ai piedi della Sierra Nevada, dagli splendidi paesaggi boscosi («grove» significa appunto boschetto, mentre «wood» indica un bosco più fitto).

Hopkinsville è una cittadina del Kentuky, quasi all'altro capo del vasto territorio degli Stati Unirti d'America.
 

Ciò che accomuna questi due luoghi così distanti fra loro, è il fatto che, ad un anno di distanza l'uno dall'altro, essi furono teatro di due «incontri ravvicinati del terzo tipo» oltremodo inquietanti e con alcune caratteristiche fortemente anomale rispetto alla casistica generale.

In entrambi i casi, si ha l'impressione di avere a che fare con due racconti di fantascienza o, meglio, con due film del terrore assai discutibili, per non dire inverosimili sia nell'impostazione generale che nella trama: quanto di più lontano, insomma, ci si potrebbe aspettare da due tipiche vicende relative ai «dischi volanti» e a degli «incontri» con creature extraterrestri.

Così descrive i due stranissimi avvenimenti il saggista Peter Nobile nel suo libro «Ufo, Triangolo delle Bermuda, Atlantide. Che cosa c'è di vero» (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1979, pp. 66-69):
 
«Una delle testimonianze più clamorose di tutta la casistica ufologica riguarda un caso di (presunta) aggressività. Il fatto accadde il 21 agosto 1965 in una fattoria di Kelly, nel Kentuckuy, vicino alla città di Hopkinsville ed ebbe ben sette testimoni: tutti gli adulti della famiglia Sutton che abitava una fattoria. Ed ecco gli avvenimenti: verso sera un oggetto assai luminoso atterrò in un campo vicino alla casa che è molto isolata. Poco dopo una serie di figure avanzarono nell'aia.

La ricostruzione di questi esseri - data la notorietà del caso - è stata minuziosa. Tutti e sette i Sutton, interrogati separatamente, hanno contribuito al famoso disegno del "mostro di Hopkinsville", forse la più nota di tutte le immagini di extraterrestri. Com'erano questi "mostri"? Piuttosto piccoli, non più alti di un metro, con una testa a uovo, senza capelli e - particolare inedito nella casistica - avevano due grandi orecchie elefantine. Il fusto tozzo, le gambe esili. Gli occhi grandi e sporgenti e- altra caratteristica - le dita terminavano in "artigli curvi come il becco di un falco" secondo l'espressiva definizione di uno dei testimoni.

Quel che accadde - secondo la concorde dichiarazione dei Sutton - è davvero incredibile. Gli esseri avanzarono verso la casa con le mani sulla testa, in atteggiamento - saremmo tentati di dire - amichevole. Ma gli agricoltori americani non la pensarono così. Terrorizzati, si barricarono in casa. 
 
Gli uomini presero i fucili. Partì un vero e proprio fuoco di sbarramento da parte di gente molto pratica di armi.

Colpiti ripetutamente, gli esseri fluttuavano in aria!  Poi si mettevano carponi e correvano al coperto.
 
I pallini dei fucili, colpendoli, facevano un rumore "come se colpissero un secchio". Sembrava che le strane creature trovassero indifferente muoversi come noi o carponi. Saltavano, camminavano e correvano in perfetto silenzio, senza emettere un suono.

Circondarono la fattoria, salirono sugli alberi e sul tetto. L'assedio durò fino a mezzanotte, quando i Sutton riuscirono a salire su due auto e correre a cercare l'aiuto della polizia. L'episodio è così sbalorditivo che si stenta a esaminarlo con senso critico. Eppure le autorità furono concordi nel definire i testimoni del tutto attendibili: una famiglia di solidi agricoltori americani. I Sutton rimasero sconvolti dal fatto e dal clamore suscitato dalla divulgazione della notizia.

Se hanno tutti quanti mentito, c'è da porsi la solita domanda: che cosa speravano di ottenere? In realtà ebbero solo fastidi e pubblicità negativa, tanto che a un certo punto rifiutarono qualsiasi intervista e qualsiasi accenno all'episodio. Ma - se anche in questo caso accettiamo come ipotesi la verità del fatto - posiamo concludere che le misteriose creature volessero attaccare la fattoria? Che volessero davvero combattere gli umani? Il capofamiglia raccontò per esempio questo episodio.
 
A un certo punto dell'assedio, non vedendo più gli esseri, aprì cautamente la porta per dare un'occhiata. Subito, una mano gli "carezzò" i capelli. L'uomo si girò di scatto e fece in tempo a vedere una mano unghiuta sulla sua testa. Senza esitazione, scaricò il fucile in quella direzione e un essere precipitò dal tetto, fuggendo poi carponi.

Questa "guerra" a fucilate nella notte è davvero allucinante; se è vera, c'è da pensare che le creature non volessero fare del male agli abitanti della fattoria, perché avevano dimostrato di avere i mezzi per fronte ai fucili  dei Sutton. Ma, fra le moltissime segnalazioni, è una delle poche che ci racconta di una vera e propria azione che abbia causato un notevole disagio agli umani.

Un altro caso straordinario è accaduto in California nei boschi della zona di Sacramento, in una località vicina a Cisco Grove. Il testimone è riuscito a conservare l'anonimato [ma non fino ad oggi, come diremo in seguito] e in tutti i resoconti è indicato come il signor "S". Egli non fece nulla per divulgare la sua terrorizzante avventura, che divenne nota per un'indiscrezione solo molto tempo più tardi.

Ecco il fatto. Durante il week-end  della Festa del Lavoro [corrispondente al 4 settembre, nota nostra] del 1964 il signor "S" andò con due amici a caccia con l'arco. "S" si separò dagli altri e, verso sera, si accorse di essere piuttosto lontano dall'accampamento; non si preoccupò e pensò di passare la notte su un albero (in quei boschi ci sono degli orsi) e di raggiungere gli amici alle prime luci dell'alba. Scelse con cura una pianta dal tronco molto grande e senza rami per i primi tre metri. Questo albero e la cura avuta per prepararsi il ricovero hanno una parte di rilievo nella storia.

"S" si sistemò su un ramo a circa tre metri dal suolo, legandosi con la cintura. Poco dopo vide una luce che volteggiava in cielo. Pensò fosse un elicottero inviato alla sua ricerca (è un servizio diffuso negli Stati Uniti, dove ogni anno centinaia di persone si perdono nei boschi) da una chiamata dei suoi amici.. "S" stava per scendere dall'albero per segnalare la sua presenza, quando si accorse che non si trattava di un elicottero. Ci fu un lampo e qualcosa cadde al suolo.

Poco dopo, il cacciatore udì qualcuno che si avvicinava. C'era la luna ed egli riuscì a vedere due figure vestite di una tuta argentea che si avvicinavano all'albero: erano alte circa un metro e settanta, secondo la stima di "S", e sembrava che esaminassero il terreno. Egli non riuscì mai a vederli in faccia. Quando furono sotto l'albero, cominciarono a parlare in un linguaggio tubante, che il testimone paragonò al verso di un gufo. Chiaramente lo avevano visto, perché guardavano nella sua direzione. Aiutandosi l'un l'altro cercarono di salire sull'albero, ma, come ricordò "S", "sembrava che non lo avessero mai fatto in vita loro".

A un certo punto la situazione, già abbastanza preoccupante, si complicò: una terza figura raggiunse le altre. "S" la descrive come fosse un robot: aveva due "occhi"  rosso-arancio e una "bocca" che quando si apriva formava un buco rettangolare. Iniziò l'incubo: il robot, se lo vogliamo chiamare così, a più riprese mandava fuori dalla strana apertura fumo o gas bianco nella direzione dell'assediato; ogni volta questi perdeva la conoscenza per qualche secondo, provando una forte nausea.

Poi cominciò il più assurdo scontro che si possa immaginare. "S" scagliò tre frecce contro gli esseri: una colpì il robot che mandò scintille; poi diede fuoco a qualche suo indumento lasciandolo cadere sui "nemici". Ma sembrò ottenere più successo quando cominciò a bersagliare le misteriose entità con gli oggetti di cui poteva disporre: la borraccia, monete, e l'arco che scagliò loro addosso. I due "uomini" raccoglievano ogni cosa e la esaminavano con interesse.

A intervalli il robot mandava i suoi sbuffi di fumo. "S" notò che aveva il "buon senso" di portarsi sopravvento prima di lanciare il gas o cos'altro era. l'assedio durò tutta la notte: alle prime luci dell'alba, un secondo robot raggiunse il primo. "s", stremato, a un certo punto fu raggiunto da una quantità di gas più potente delle altre, e perse i sensi per un certo periodo:; quando si riprese non c'era più nessuno.

Si sarebbe tentati di mettere subito questa storia fra le menzogne palesi - soprattutto per la presenza del robot, così da fantascienza - se essa non fosse giudicata attendibile dai più seri ricercatori del fenomeno ufologico. Uno psichiatra fu invitato ad occuparsi del fenomeno: secondo gli esperti, il caso presenta analogie con il caso di Betty e Barney Hill. Può darsi che anche il signor "S" abbia seppellito nel subconscio la parte più importante dell'accaduto.»
 
Sia il caso di Cisco Grove che quello di Hopkinsville presentano delle caratteristiche anomale rispetto alla maggior parte degli «incontri ravvicinati» del terzo tipo e, fra loro, oltre alla vicinanza temporale e alla comune ambientazione negli Stati Uniti (ma a notevole distanza l’uno dall’altro) degli elementi simili.

Innanzitutto, l’aspetto ufologico passa decisamente in seconda linea. Nel caso di Cisco Grove, tutto quello che il testimone vede è una strana luce nel cielo notturno, che, in un primo tempo, scambia per quella di un elicottero, segno che i suoi movimenti non dovevano presentare nulla di particolarmente strano. L’uomo, anzi, scende dall’albero su cui si era rifugiato per trascorrere la notte al sicuro dagli animali feroci, e lancia alcuni razzi di segnalazione, per indicare ai presunti soccorritori la propria posizione. (In un'altra versione dell'episodio, le luci sono tre e il protagonista non lancia dei razzi, ma si accinge ad accendere dei falò.)

Solo quando l’oggetto arriva a circa quaranta metri dall’albero su cui si trova il testimone, che oggi sappiamo essere stato un ventottenne di nome Donald Shrum, questi si rende conto che non si tratta affatto di un elicottero, ma di un velivolo completamente diverso, tanto da impaurirlo e indurlo a rifugiarsi nuovamente sull’albero. Dopo di che, la sua attenzione viene interamente assorbita dalla comparsa delle due figure umanoidi, indossanti un enorme casco ed una sorta di strana tuta dai riflessi metallici, e soprattutto dalla entità simile ad un robot, che lo riempiono di terrore, per cui non sembra che egli abbia prestato più alcuna attenzione al loro velivolo, di cui non dà ulteriori particolari.

Uno degli amici del testimone, coi quali egli si ricongiunse solo all'alba, dopo la paurosa e inconsueta avventura notturna, riferì di aver visto anch'egli una luce nel cielo, ma nessun'altra evidenza oggettiva è stata addotta a supporto della veridicità del fatto, come bruciature sul terreno, impronte di piedi meccanici, danni alla vegetazione, e così via.

Anche nel caso di Hopkinsville l'aspetto ufologico vero e proprio è ridotto al minimo. La famiglia Sutton vide avvicinarsi un velivolo luminoso nella notte e scendere fino a terra; poi, tutta l'attenzione di quelle sette persone adulte fu interamente assorbita dalle grottesche figure umanoidi che avanzavano in direzione della fattoria.

In entrambi i casi, la vicenda ruota intorno alla presenza di alcune entità dall'aspetto semi-umano, le quali, per ragioni incomprensibili, pur essendo dotate di una tecnologia e, forse, di una struttura corporea che le mette al riparo da ogni offesa da parte degli esseri umani (frecce scagliate con l'arco nel caso di Cisco Grove, fucilate nel caso di Hopkinsville), si confrontano con questi ultimi in apparenti prove di forza, il cui esito non pare del tutto scontato in partenza.

Così, i testimoni delle loro imprese si sentono gravemente minacciati e reagiscono con ogni mezzo a loro disposizione, senza produrre alcun danno ai loro antagonisti e, tuttavia, riuscendo a tenerli a bada abbastanza a lungo da rinviare il momento di un confronto a distanza troppo ravvicinata, sicché nessuno potrebbe dire come sarebbero andate a finire le cose se tale momento fosse, infine, arrivato.
A rigore, non è neanche possibile affermare con certezza che il fine che si proponevano gli umanoidi fosse sicuramente ostile nei confronti delle persone coinvolte; tutto quello che si può dire con certezza è che essi hanno «giocato» con loro, come fa il gatto col topo.

L'aspetto ludico è più evidente nel caso di Hopkinsville, per quanto i Sutton non lo abbiano gradito affatto, anzi, ne abbiano riportato un forte spavento e, in seguito, il disagio dovuto alla bizzarra pubblicità che si erano procurati involontariamente, rivolgendosi alla polizia locale.

Nel caso di Cisco Grove, invece, esso emerge quasi involontariamente, ma appare decisamente sovrastato dall'aspetto minaccioso, specialmente per gli effetti soporiferi dovuti agli sbuffi di «fumo» dei due robot e alle conseguenze forse letali che avrebbe avuto una caduta di Shrum dall'albero ove si era rifugiato, se questi non si fosse legato con la cintura ad un ramo.

Infatti, mentre la famiglia Sutton non pare essere mai stata veramente in pericolo, nonostante la situazione angosciosa determinata dall'assedio notturno della fattoria, Donald Shrum sembra aver corso un reale pericolo, tanto più che la sua situazione era già precaria al momento della comparsa delle strane entità: il fatto di essersi smarrito, col buio, in luoghi deserti e inospitali, popolati dalle fiere, un po' come Dante Alighieri nella «selva oscura» descritta nel primo canto del suo immortale poema.

In entrambi i casi, comunque, una domanda sorge spontanea, apparentemente priva di risposta: che cosa volevano gli esseri emersi dal buio, quali obiettivi si prefiggevano tormentando a quel modo delle creature umani, per ore ed ore?

Non si è trattato, infatti, di rapide apparizioni, come quella del cosiddetto «mostro» di Flatwoods (apparso ad alcuni testimoni nel 1952, in una località del West Virginia). Qualsiasi cosa volessero e qualunque fosse il loro scopo, infatti, sia le creature di Hopkinsville, sia quelle di Cisco Grove, sottoposero degli esseri umani a una sorta di autentico assedio, durato buona parte delle ore notturne, nel corso del quale non poterono non rendersi conto degli effetti terrorizzanti provocati alle loro «vittime».

Sviluppando questa impressione, si potrebbe giungere all'idea che, forse, il loro obiettivo fosse proprio quello di generare spavento e confusione negli esseri umani, più che di nuocere loro sul piano fisico o di catturarli, magari per sottoporli ad esperimenti, come avviene nel caso delle «abductions».

Ma, di nuovo: produrre spavento, a che scopo?

È questo che lascia sconcertati: non sembra esservi stata altra ragione del loro modo di agire, tranne quella di divertirsi a spese dei malcapitati terrestri. Perché, più ancora di una ostilità deliberata, quello che spaventa è una condotta gratuitamente minacciosa, dalla quale emerge una assoluta indifferenza verso i sentimenti degli esseri umani.

In questo senso, e anche tenendo conto della scarsezza di elementi propriamente alieni, non appare del tutto immotivata l'ipotesi avanzata da Umberto Visani (sulla rivista «X Times», numero 12 dell'ottobre 2009), che non di creature di altri mondi si sia trattato, ma di creature interdimensionali di questo nostro mondo, simili ai folletti, ai troll, agli gnomi di tante leggende del folklore europeo dei secoli passati, ben note per la loro attitudine a divertirsi in maniera incomprensibile a spese degli esseri umani.

In questo senso, appare più che plausibile l'accostamento al caso di Rosa Dainelli, la donna che nel 1954, percorrendo un bosco presso il paese toscano di Cennina, venne avvicinata da due omini indossanti strane tute aderenti, che si comportarono verso di lei in maniera non apertamente ostile, ma certo assai burlona, dato che le sottrassero un mazzo di fiori destinati al vicino cimitero e, particolare ancora più incongruo, una calza, che la donna si era tolta per non sporcarsi inutilmente di fango durante la camminata lungo il sentiero.

Se lo avessero voluto, sembra improbabile che le creature di Hopkinsville non sarebbero state in grado di reagire con reale violenza agli atti ostili dei Sutton; d'altra parte, sappiamo di casi analoghi, in cui la reazione degli alieni ebbe esiti letali per il testimone che aveva fatto ricorso alle armi da fuoco: per esempio, il tragico caso di Inacio de Silva, accaduto il 13 agosto del 1967 in una fattoria nello Stato brasiliano del Goiàs.

Eppure, proprio l'assurdità delle due situazioni verificatesi rispettivamente ad Hopkinsville ed a Cisco Grove (il primo dei due è stato definito dallo studioso Aimé Michel «un vero e proprio festival dell'assurdità»), paradossalmente, gioca a favore della loro autenticità.

Infatti, è difficile immaginare delle situazioni più improbabili e sconclusionate; e, di conseguenza, si stenta a credere che qualcuno abbia potuto inventarsele, con tutta la notorietà alla rovescia che il loro racconto ha inevitabilmente comportato.

Come se ciò non bastasse, pare che, in entrambi i casi, i testimoni fossero persone assolutamente degne di fede. Donald Shrum raccontò la propria esperienza, ancora terrorizzato, prima ai suoi due compagni di caccia, poi ad un professore di astronomia, il quale ne rimase talmente colpito, da rivolgersi senz'altro alla base aerea Mather, da cui ebbe accesso agli archivi del Project Blue Book, la famosa commissione d'inchiesta americana sui fenomeni ufologici.

Quanto ai Sutton, sette adulti e quattro bambini di una tipica famiglia rurale americana degli anni Sessanta, ecco come il comandante della polizia locale, Grenweel, si espresse in proposito: «Sono certo che qualcosa ha spaventato a morte quella gente… qualcosa che sfugge alla ragione, qualcosa di straordinario». Come dire che si poteva forse dubitare della natura del fenomeno, ma non della assoluta buona fede dei testimoni e della veridicità del loro racconto.

I Sutton non erano dediti all'alcool e  non erano persone particolarmente fantasiose, tutt'altro. Intorno alla fattoria erano sparsi i pallini sparati dai loro fucili, e il loro spavento appariva assolutamente autentico.

Dei due casi, comunque, a noi sembra quello di Cisco Grove il più inquietante, proprio per la condizione oggettiva di vulnerabilità del protagonista e per l'impressione che egli sia sfuggito di misura, e unicamente per le sue risorse d'inventiva, il suo coraggio personale e una certa dose di fortuna, ad un destino funesto.

Ecco come lo studioso italiano Franco Ossola ha riportato la sua vicenda, con alcuni maggiori particolari (ad esempio, qui le luci in avvicinamento sono tre, e non una sola), e le riflessioni che essa gli ha ispirato (in: F. Ossola, «Dizionario enciclopedico di ufologia», Milano, Siad Edizioni, 1981, vol. 1, pp. 200-201):
 
«… Il protagonista del caso di Cisco Grove, dunque, si trovò ad un tratto della battuta di caccia, verso l'imbrunire, completamente isolato da compagni, accorgendosi  con un po' di timore d essersi purtroppo smarrito. Prevedendo ormai di dover trascorrere la notte da solo, non riuscendo ad orientarsi in luoghi per lui sconosciuti a ritrovare il campo-base, salì su un albero per cercare rifugio e sicurezza dagli animali selvatici. 
 
Legatosi ad un forte ramo, per la paura di precipitare nel caso si fosse addormentato,  ad un tratto si avvide di 3 forti luci (una delle quali emanava una specie di ronzio) che evoluivano nel cielo, ormai rabbuiato. Pensando a una squadriglia di elicotteri mobilitatisi alla sua ricerca e messi in allarme dalla segnalazione dei suoi compagni, discese allora dall'albero per accendere alcuni falò di richiamo. A quel tratto, però, le luci si rivelarono essere 3 oggetti argentati che ruotavano in cielo, in verticale sulla sua posizione.
 
Un po' meravigliato, certo incuriosito, ma soprattutto spaventato, l'uomo vide discendere dalle strane apparizioni un paio di oggetti non identificabili. Quando, poi, dopo breve tempo avvertì strani e sospetti fruscii nel sottobosco, decise di riguadagnare nuovamente una posizione rialzata  sull'albero per potersi meglio difendere  contro qualsivoglia insidia.
 
A dire il vero il timore dell'incauto cacciatore era mitigato da una vena di speranza, che gli suggeriva la possibilità di potersi imbattere in guardie forestali in perlustrazione nella foresta, tanto che quando infatti, vide avanzare lentamente 2 uomini in tute bianco-grigio chiaro pensò in tal senso. Prestissimo però si accorse che nei 2 c'era qualcosa di molto strano, a parte i movimenti meccanici, e che portavano una specie di grosso casco che ricopriva i loro capi da una spalla all'altra. 
 
I misteriosi personaggi parvero accorgersi di lui e si avvicinarono all'albero,. Come per indurlo a scendere. Per giunta si aggregò al gruppetto un terzo umanoide, decisamente meccanico che pareva scivolare sul suolo silenziosamente. A questo punto la vicenda del povero intimorito cacciatore si tinse quasi di giallo e di terrore. Infatti, il nuovo arrivato cercò anch'esso di dare la scalata all'albero - cosa già tentata dai due umanoidi che lo avevano preceduto -esalando durante la sua azione degli sbuffi  di fumo pestilenziali e soporiferi che causavano perdita dei sensi da parte dei terrestri e violentissimi conati di vomito. 
 
Ogni qual volta il testimone si destava dal breve torpore in cui l'esalazione lo aveva fatto cadere poteva, con terrore, notare gli sforzi del robot per salire sul tronco, ultima sua salvezza. Iniziò allora ad incendiare tutto ciò che aveva a portata di mano: rametti, fazzoletto, brandelli di indumenti, persino banconote, gettando i piccoli fardelli in fiamme addosso agli assalitori. Mentre i 2 umanoidi retrocedevano davanti al fuoco, il robot manteneva imperterrito la sua posizione e, spenti i brevi falò, riprendeva i suoi tentativi minacciosi, rigettando boccate di fumo nauseabondo.
 
Questo allucinante tira e molla proseguì in pratica fino all'alba. La notte fra il 4 e il 5 settembre fu per il malcapitato cacciatore d'arco un vero e proprio inferno. Cercò persino di abbattere il robot - l'assalitore più accanito e pericoloso - con le frecce che aveva con sé, ne lanciò 3 ma inutilmente. Le 2 che colpirono il bersaglio non provocarono all'apparenza grossi danni, fatta eccezione per un violento scintillio, come di fili elettrici in corto circuito, scaturito dal petto dello strano essere automatico. Fra uno svenimento e l'altro,  fra momenti di lucidità e di terrore, il terrestre riuscì a scorgere in parte il volto del robot: era quadrato e quasi certamente metallico, il gas soporifero fuoriusciva da un'apertura che si spalancava quando abbassava il mento, gli occhi erano luminosi ed il volto piuttosto scuro.
 
La tragedia, si concluse felicemente per il cacciatore, solo all'alba Ormai stremato vide l'ultimo atto della spaventevole avventura. Il primo robot fu raggiunto da un secondo del tutto simile  il quale, postosi direttamente di fronte al compagno, fece scaturire una vera e propria scarica di scintille e lampi elettrici, da cui, inoltre, si alzò un altro vapore pestilente che rigettò nell'incoscienza il protagonista umano.
 
Quando ormai agli albori luminosi egli si ridestò  non si vide finalmente più circondato. Intirizzito,  semi congelato, distrutto, ancora  tremante per il freddo e soprattutto per la paura, discese  dall'albero salvatore. Orientandosi con il sole nascente si avviò con le ultime forze rimastegli  verso la direzione del campo-base nei cui pressi riuscì a richiamare l'attenzione dei suoi 2 compagni postisi  con preoccupazione alla sua ricerca.  A caldo narrò loro l'intera vicenda con toni allucinati.   Venne chiaramente creduto sia per la stima di cui godeva presso gli amici  sia per lo stato atroce e spaventosamente stravolto  ijn cui si era ad essi presentato. La vicenda venne poi, come detto, a conoscenza dell'insegnante di astronomia  che, controllata la buona fede del protagonista,  non ebbe esitazioni a divulgarla.

L'assurdità della vicenda di Cisco Grove tocca forse vertici raramente raggiunti nella casistica ufologica. L'immagine di un malcapitato terrestre armato di un semplice arco, aggrappato ad un ramo di un alto albero seminudo ed intirizzito dal freddo, in preda al panico perché misteriosi assalitori umanoidi e metallici cercano di  farlo discendere dal suo nascondiglio non è certo comune  e frequente e si troverebbe certamente al suo giusto posto  in un racconto di fantascienza; ma forse proprio in questa singolarità  ed eccezionalità di accadimenti potrebbe nascondersi  una delle probabili chiavi interpretative del misterioso fenomeno ufologico in generale e delle entità animate ed è, comunque, sintomatico osservare che la molteplicità dei fatti di tal natura pare corroborare l'ipotesi che tutti  i testimoni in essa coinvolti siano in buona fede e non abbiano realmente fatto altro che raccontare  ciò che veramente essi vissero e videro.»
 
Infatti: perché qualcuno dovrebbe inventarsi di essere stato protagonista di una vicenda così stramba, per non dire assurda? E si tenga presente che Donald Shrum riuscì a conservare per anni l'anonimato: segno che egli non desiderava affatto la pubblicità, e sia pure una pubblicità di dubbio genere, in quanto testimone di un «incontro ravvicinato del terzo tipo», per giunta così anomalo, da costituire una autentica inverosimiglianza all'interno di un realtà già di per se stessa tale da suscitare curiosità, ma anche molta diffidenza nel pubblico.

Tornando all'ipotesi di Umberto Visani, ci sembra che essa possa costituire una utile ipotesi di lavoro, considerando le strane particolarità di questo caso, così come di quello verificatosi un anno dopo in West Virginia, ad Hopkinsville.

Se le creature di Cisco Grove, e anche quelle che assediarono la fattoria dei Sutton, non erano degli alieni provenienti da altri mondi, ma delle creature del genere degli elementali, è logico pensare che esse si presentino agli umani nella veste che la cultura del tempo rende più credibile ai testimoni: quella dei folletti o delle fate nei secoli passati, quella degli umanoidi o dei robot nell'era tecnologica che stiamo vivendo.

Altro non possiamo dire, se non che non esistono evidenze che possano realmente ricondurre le creature di Cisco Grove e di Hopkinsville ai viaggi spaziali e ai «dischi volanti»; mentre vi sono diversi indizi che suggeriscono la pista delle creature elementali: delle quali, come è noto, ne esistono sia di benevole ed amichevoli, sia di maligne e dispettose.

Senza dubbio gli esseri che assediarono sull'albero Donald Shrum e quelle che spaventarono a morte la famiglia Sutton ricordano la seconda categoria, anche se i loro corpi, capaci di sostenere colpi di fucile e lanci di frecce, farebbero pensare a una struttura solida e, anzi, particolarmente robusta, non a delle apparizioni più o meno labili ed evanescenti.

Chi può dire a quale mondo appartenevano, da quale dimensione provenivano e quali sentimenti o finalità o scopi muovevano il loro modo di agire?

Ne sappiamo veramente troppo poco, per azzardare delle risposte univoche.

Come se non bastasse, almeno per il caso di Cisco Grove, esiste pur sempre la possibilità che il testimone, svenuto nella fase culminante del suo tragico «assedio» sull'albero, abbia subito una rimozione ipnotica dei propri ricordi, e pertanto che a noi sfugga proprio la parte più importante dell'esperienza da lui vissuta nei boschi ai piedi della Sierra Nevada.

Se così fosse, tutto l'episodio dovrebbe essere riconsiderato, sotto un'altra luce ed in una prospettiva completamente diversa.

Bisognerebbe studiare casi del genere molto più a fondo; mentre, passato il «boom» ufologico degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, si direbbe che una cortina di disattenzione sia scesa intorno a questo genere di fenomeni; una cortina alla quale, forse, non è estranea una volontà deliberata di disinformazione da parte dei «poteri forti», a cominciare da quello della televisione e della carta stampata.
 

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