martedì 17 settembre 2013

Il Paradigma Psichedelico

Quanti e quali sono i modi per poter interagire con quella parte della realtà, che noi Progetto Atlanticus chiamiamo metafisica, realtà parallela o meglio compenetrante la nostra?

Meditazione, particolari frequenze sonore, portali dimensionali... E alcune sostanze psicotropiche in grado di alterare gli stati di coscienza e che permettono di mandare in tilt quel complesso sistema di inibizioni sensoriali che permettono al nostro cervello di funzionare efficacemente nella vita ordinaria.

Da un articolo di Antonio Bianchi

La mia esperienza verso l'uso delle piante psicotrope, allo scopo di indurre stati alterati di coscienza, è avvenuta nella selva peruviana, attualmente invasa da giovani occidentali alla ricerca di stati mistici di comunione con la natura, attraverso l'uso di una particolare bevanda allucinogena. Mi dilungherò quindi ad illustrare ciò che io chiamo il paradigma psichedelico, ovvero l'uso di sostanze allucinogene al fine di arrivare a stati non ordinari di consapevolezza, e la sua evoluzione in occidente negli ultimi 20 anni.

A parte il termine psichedelico, oggetto di un'annosa controversia tra vari studiosi del campo (1), il vero e proprio precursore dell'uso di sostanze allucinogene per arrivare a stati di coscienza definibili come alterati in senso religioso, è senza dubbio Aldous Huxley, che fu il primo, in una maniera quanto mai suggestiva ed a volte persino poetica, ad ipotizzare un uso della mescalina per aprire ciò che egli definiva come le porte della percezione (2). Per Huxley, la sostanza chimica era una specie di catalizzatore che per un attimo mandava in tilt quel complesso sistema di inibizioni sensoriali che permettono al nostro cervello di funzionare nella vita ordinaria: il risultato era un'apertura ad una esperienza percettiva che nelle forme più pure egli non esitava a definire mistica. Fu senza dubbio Timothy Leary (3) a raccoglierne negli anni '60 l'eredità, anche se il suo proselitismo a volte fanatico contribuì non poco a ghettizzare l'uso delle sostanze allucinogene negli ambienti culturali underground e conseguentemente a renderle ben presto illegali. A lui va comunque riconosciuto il merito di averne teorizzato l'impiego come equivalente occidentale delle pratiche orientali di meditazione (4) e soprattutto nell'avere individuato nel set e nel setting, cioè nell'atteggiamento psicologico e nell'ambiente fisico ove avviene l'esperienza, due importantissime variabili.

Nei primi anni '70, comunque, apparve un altro testo scritto da un giovane antropologo peruviano che si stava laureando all'Università di Los Angeles, dall'affascinante titolo di "A scuola dallo stregone". Carlos Castaneda (5) iniziava una saga che porterà migliaia di giovani prima in Messico alla ricerca dei misteri connessi all'uso del peyote, la Lophophora williamsii, pianta divinizzata nello sciamanesimo Huicholes e Tarahuamara, e poi più giù in Colombia, Ecuador e Perù fino ad immergersi nello sciamanesimo amazzonico e nelle sue magiche pozioni. Molto è stato scritto e detto pro e contro Castaneda e molti oggi pensano che i suoi testi vadano classificati nel genere finction piuttosto che in quello etnoantropologico (6). A parte che una probabile ambientazione romanzata del suo reportage può non avere impedito all'Autore di avere inserito in essa delle esperienze vissute, e chiunque abbia provato il peyote si rende immediatamente conto di come Castaneda parli per propria esperienza, il merito dell'Autore non sta tanto nella veridicità di quanto racconta, quanto da un lato nell'aver suscitato un grosso interesse per lo sciamanesimo, prima considerato argomento riservato a musei e filologi, e dall'altro nell'aver dimostrato come l'uso di droghe e piante allucinogene debba trovare il suo impiego nel ristrutturarsi delle capacità percettive dell' "apprendista stregone" ed essere a questo finalizzato e limitato. L'importanza di una simile affermazione risalta immediatamente quando analizziamo il lavoro di molti altri autori ove traspare come questi ultimi tendano, viceversa, ad assimilare l'uso di determinate piante psicoattive che possono indurre degli stati alterati di coscienza di natura religioso-sciamanica con quello stesso stato alterato di coscienza.

Tale errore si basa probabilmente su un paradigma farmacologico per il quale la natura chimica specifica della sostanza interagisce con determinate strutture cerebrali, producendo invariabilmente determinati risultati o, comunque, risultati di un certo tipo. Tale visione è comune ad eminenti studiosi di etnobotanica, antropologia, chimica e neuroscienze, per i quali la pianta o la sostanza allucinogena finiscono con l'essere più importanti del contesto, in senso lato, in cui le si assume. Sulla base di tale paradigma, le variabili individuali osservate nell'assunzione di certe sostanze finiscono con l'essere riconducibili a idiosincrasie psicologiche e considerate una specie di disturbo dell'esperienza stessa.

La mia esperienza in Amazzonia è, viceversa, che ciò che rende sciamanico l'uso di una determinata pianta è l'importanza attribuita a determinate forze, psicologiche e non, nel determinare se essa indurrà uno stato alterato di coscienza e quale sarà il suo contenuto. La droga, in altre parole, può sia rompere che modellare una determinata percezione del mondo: nel primo caso siamo davanti ad un uso di questa di natura ludica, che si basa su una interpretazione neurofisiologica, nel secondo ad un suo uso sciamanico la cui natura tenteremo di comprendere parzialmente più avanti.

Tale lezione è stata ben compresa da Michael Harner (7), un antropologo americano che, dopo aver passato due anni a bere l'Ayahuasca con gli indiani Jivaros dell'Ecuador, ha dedicato la sua vita ad elaborare una serie di metodiche per indurre le stesse esperienze "strutturanti" senza l'impiego di piante allucinogene. E' grazie a tali studi che ci si può rendere conto come il problema per lo sciamano non consista tanto nell' "aprire le porte della percezione", per il quale dispone oltretutto di una vasta serie di pratiche, quanto di quello che accade dopo.

I lavori di Castaneda, Harner, ma anche della Donner (8) e di Lamb (9), ci insegnano che lo sciamano è molto più interessato a ristrutturare il modo di percepire il mondo dell'adepto che a destrutturarlo ed anzi la fase di destrutturazione è sempre considerata molto pericolosa. Quello che rende diversa l'esperienza di una Maria Sabina rispetto a quella di un'impiegata newyorchese che ingerisca una certa quantità di funghi psilocibinici nel suo appartamento, magari ascoltando le musiche dei Rolling Stones, non è solo il tipo di funghi o la qualità di principio attivo, né il modo in cui affrontano una destrutturazione del loro percepire il mondo, che al limite può essere simile, ma ciò che accade dopo. "Un indigeno non ingerisce mai l'Ayahuasca per vedere - come ha riferito il mio informatore Shipibo - ma per imparare". E l'atto dell'imparare è infinitamente più complesso di quello del semplice vedere delle visioni, per il quale probabilmente basta una semplice disinibizione dei canali percettivi. E' probabilmente questo ciò che sfugge ad eminenti studiosi: non sono tanto le varie piante allucinogene al centro dei differenti culti sciamanici, quanto il modo di impiegarle. Ed è probabilmente per questo che il movimento psichedelico è rimasto un fenomeno culturale e non è mai diventato un'esperienza religiosa, come ambiva, mancando di quelle caratteristiche proprie dell'uso degli allucinogeni nei contesti aborigeni.

Le affermazioni di Castaneda ed Harner non sono rimaste comunque lettera morta: l'interesse per lo sciamanesimo è letteralmente esploso nella West Coast alla fine degli anni '80. Oggi esiste una rivista specializzata in "sciamanesimo esperenziale", Shaman's Drum, che tira oltre 80.000 copie, innumerevoli agenzie e associazioni propongono viaggi e gruppi di incontro, magari con l'uso di piante psicoattive, mentre anche in Inghilterra e Nord Europa si va affermando un movimento che, partendo dall'interesse per lo sciamanesimo ed i culti matriarcali, sconfina nella psicologia transpersonale di Stanislav Grof (10), nelle teorie di Gaia di Jim Lovelock (11), nella Deep-Ecology di Joan Halifax (12) e nella salvaguardia della biodiversità e dei diritti dei popoli indigeni. Un tale movimento è però radicalmente diverso da quello degli anni '60, per cui è, a mio avviso, improprio ed errato parlare di nuova psichedelia. Allora il movimento psichedelico era nato nelle marce di protesta contro la guerra del Viet Nam come un movimento di radicale rifiuto dei valori dell'American Life Style, e forse per questo aveva enfatizzato i valori destrutturanti dell'esperienza psichedelica. Oggi non esiste alcuna connotazione di protesta e le premesse ideologiche dei giovani che viaggiano nel Sud del mondo alla ricerca di nuove esperienze visionarie portano ad una generale accettazione dei valori culturali dominanti: lo sciamano affascina non come elemento di rottura, ma come figura sincretica che preserva una atavica saggezza pur convivendo con le contraddizioni del mondo moderno. In questo senso il paradigma psichedelico, con le sue utopie, è ormai defunto. Oggi nessuno pretende più di cambiare il mondo e chi ingerisce una pianta allucinogena percuotendo il suo tamburo sciamanico, magari acquistato per corrispondenza da un rivenditore specializzato del New Mexico, chiede solo di uscire da questo mondo in cui una realtà resa sempre più virtuale dal dilagare dei mass-media preclude qualsiasi spazio interiore. Che poi lo faccia nel caldo asfissiante della foresta amazzonica o in un raffinato e confortevole centro della "Nuova Era" californiano è questione di scelta e temperamento.

Pucallpa

Pucallpa è sicuramente l'agglomerato urbano Amazzonico dove è più facile stabilire dei contatti con le comunità indigene che, nel caso degli Indiani Shipibo, arrivano a vivere praticamente alla periferia della città. Gli Shipibo sono un'etnia decisamente acculturata, di lingua Pano, che comprende 16-20.000 persone raggruppate in villaggi, mediamente costituiti da 150-200 individui, stanziati lungo il fiume Ucayali ed i suoi affluenti, a Nord e a Sud di Pucallpa. Si tratta di una popolazione tipicamente fluviale, che dipende dal fiume in maniera essenziale tanto per le comunicazioni quanto per l'economia: in questo si differenziano da popolazioni vicine come gli Ashaninka, i Piro, gli Amahuaca, decisamente più inseriti nell'ecosistema della foresta piuttosto che in quello fluviale.

Da un punto di vista sociopsichiatrico, la convivenza più stretta di più famiglie Shipibo ha portato negli ultimi decenni ad un incremento pauroso di tutte quelle sindromi psicopatologiche, culturalmente tipiche del mondo Amazzonico, che sono un segnale fedele del livello di stress sociale delle comunità native. Tra esse va menzionato il susto, o spavento, il dano, o danno, causate dall' envidia dei vicini, il mal de ojo, o malocchio, il mal de aire, o mal d'aria provocato da venti naturali che entrano in un corpo privo di difese. Sono tutte sindromi che possono assumere vari quadri sintomatologici, caratterizzati per lo più da una non-specificità dei segni, concomitante ad uno scadimento generale dell'organismo.

E' questo il campo specifico di applicazione dell'arte sciamanica di cura, anzi è l'unico campo ancora di competenza dello sciamanesimo. La recente integrazione delle comunità native nella vita politico-sociale della regione ha infatti privato lo sciamano delle sue funzioni di leadership carismatica a vantaggio di nuove figure istituzionali imposte dal governo centrale, mentre in campo terapeutico una maggiore efficienza dei servizi sanitari statali ne ha ulteriormente ridotto la sfera di competenza. Lo sciamano ha risposto a questa crisi di potere specializzandosi, per così dire, in un settore specifico che può genericamente essere definito come psicosomatico, inteso come "benessere globale della persona". E' sorprendente come il sincretismo Amazzonico abbia portato il locale sciamanesimo, in crisi di valori e di ruolo politico, all'interno della comunità, a rispondere a questa sfida, in maniera estremamente moderna attribuendo allo sciamano quelle competenze che nella nostra sofisticata società sono proprie dello psicoterapeuta.

L'affinità, comunque, non deve trarre in inganno: a mio avviso, infatti, esistono marcate differenze tra le due figure professionali, evidenziabili, ad esempio, dal differente approccio al paziente: nello sciamanesimo Amazzonico la storia individuale del malato è abbastanza trascurabile essendo l'attenzione del terapeuta tutta focalizzata ad individuare i conflitti del mondo degli spiriti attraverso la visione indotta dall'uso di piante psicotrope, tra cui, per importanza ed effetti, merita una menzione particolare l'Ayahuasca. Lo sciamano, attraverso l'ingestione di questa, cerca disperatamente di "vedere" le cause della malattia, spesso indipendentemente dai sintomi manifestati, evitando deliberatamente di attribuire a questi quella importanza che è la base stessa del lavoro dello psicoterapeuta moderno (13).

Ayahuasca: la liana degli spiriti

Comprendere il ruolo e la funzione dell'Ayahuasca significa probabilmente penetrare nell'essenza più profonda dei misteri della foresta Amazzonica. Sfortunatamente, oggi, che di questa bevanda allucinogena si parla con sempre maggiore frequenza, anche in ragione del suo diffondersi al di fuori della foresta Amazzonica, sembra che alla maggior quantità di articoli che compaiono sulle varie riviste specializzate corrisponda una più diffusa superficialità nel trattare l'argomento. E questo non è dovuto semplicemente alla minore disponibilità da parte dei ricercatori a trascorrere lunghi periodi di tempo nell'inospitale ambiente Amazzonico, ma anche ad un generale riduzionismo nel trattare l'argomento. E' qualcosa che tipicamente avviene quando un argomento, favoleggiato per lunghi anni, diventa rapidamente accessibile, magari standosene comodamente seduti in qualche tranquillo centro di terapie olistiche. Si passa cioè da una fase in cui non si comprende ma si percepisce appena l'importanza del contesto sciamanico nello strutturare l'esperienza visionaria, percezione che va maturando e rafforzandosi in maniera proporzionale al tempo speso tra le varie etnie dagli antropologi delle scorse decadi, ad un approccio riduzionistico secondo cui, essendo l'esperienza adatta a grandi gruppi di persone eterogenee, deve quindi essere descrivibile secondo pochi standard generali. Ciò è dovuto, per lo meno in parte, al rapido diffondersi di nuove religioni sincretistiche dall'Amazzonia Brasiliana, che hanno raggiunto larghe fasce di popolazione urbana.

Sulla base di quanto detto, non sono pochi gli Autori che considerano i fenomeni religiosi che si stanno sviluppando nell'Amazzonia Brasiliana - ed in particolare la setta del Santo Daime e dell'Uniao de Vegetao- come completamente indipendenti rispetto allo sciamanesimo Amazzonico, in aperto contrasto con quanto affermato dagli adepti di queste nuove religioni. Riconoscendomi pienamente in tale tesi tralascerò di menzionare queste recenti esperienze richiamandomi piuttosto ai vari studi sull'uso della bevanda in ambiente aborigeno.

L'Ayahuasca è, di fatto, un decotto ottenuto attraverso una lenta ebollizione di due piante: una liana, scientificamente etichettabile come Banisteriopsis caapi, ed un arbusto, noto come Psychotria viridis. Nella liana sono contenuti degli alcaloidi di natura beta-carbolinica, come l'armina e l'armilina, nella Psychotria viridis, che gli indigeni dell'area di Pucallpa chiamano chacruna, degli alcaloidi di natura dimetiltriptaminica, dotati sicuramente di attività allucinogena in maniera simile all'acido lisergico (competitori del sistema serotinonergico). Poiché questi ultimi composti sono inattivi per via orale e le beta-carboline non hanno dimostrato un'attività allucinogena se somministrate da sole, è stato proposto che l'azione delle beta-carboline consista solamente nell'inibizione delle monoaminoossidasi, che inattiverebbero le molecole dimetiltriptaminiche, permettendo così ad esse di esplicare tutto il loro potere allucinogeno (14). Secondo tale prospettiva, la Psychotria viridis sarebbe quindi l'elemento essenziale nel provocare le allucinazioni indotte dalla bevanda. Tale ipotesi è tuttavia contraddetta da tutti i curanderos della selva con cui ho parlato, i quali affermano viceversa che è la liana che dà la forza e lo spirito alla pozione magica ed anzi, qualcuno di essi è arrivato ad affermare di ingerire spesso solo la liana, senza chacruna,, soprattutto quando la prima è raccolta nel profondo della selva e pertanto particolarmente potente.

Probabilmente, a mio avviso, è in diatribe come questa che si scontrano differenti paradigmi culturali, ove l'impostazione chimico-farmacologica occidentale è incapace di comprendere la complessità di una concezione sciamanica dell'esperienza visionaria, per la quale le allucinazioni possono essere una componente tutto sommato trascurabile.

A parte queste considerazioni, l'Ayahuasca, intesa come bevanda sacra, patrimonio delle tradizioni sciamaniche native ha affascinato gli studiosi occidentali, fin dai primi contatti: è infatti già Richard Spruce, nella metà del secolo scorso, ad incontrare l'uso della bevanda tra gli Indiani Tukano del Vaupes Colombiano e a dedicarvi alcuni interessanti scritti (15). L'equadoregno Manuel Villavicencio la incontrerà nel Rio Napo e sarà il primo non indiano a sperimentarne gli effetti psicoattivi (16). L'esploratore tedesco Theodor Koch-Grunberg ne descriverà il rituale, sempre tra gli indiani Tukano dell'Amazzonia Colombiana, all'inizio del secolo (17), mentre nel 1912 un articolo piuttosto romanzato, comparso sul Times di Londra, ne celebra i presunti effetti paranormali e telepatici. Spetterà a Paul Reinburg pubblicare nel 1921 sul Journal Soc. Americanistes di Parigi una prima monografia sulla pianta (18), ma saranno soprattutto gli studi di un giovane botanico nordamericano negli anni '40, Richard Evans Schultes, inviato in Amazzonia dal suo governo per studiare l'Hevea brasiliensis, l'allora preziosissimo albero della gomma (siamo in piena seconda guerra mondiale), a rendere accessibile al mondo accademico una quantità impressionante di materiale botanico ed etnobotanico. Schultes, che qualcuno comincia a considerare come uno dei fondatori della moderna etnobotanica, diventerà negli anni '60, insieme ad Albert Hofmann, lo scopritore dell'LSD, un punto di riferimento per la cultura giovanile, sodalizio che culminerà nella pubblicazione di un testo (19) considerato ancora oggi una specie di Bibbia sulle piante allucinogene.

Il contributo di Schultes fu senza dubbio importantissimo, grazie a lui importanti questioni ed errori di tassonomia botanica delle piante impiegate nello sciamanesimo Amazzonico vennero chiariti ed egli va giustamente considerato come un pioniere non solo in campo accademico ma anche nell'impegno ecologico per la salvaguardia della biodiversità Amazzonica e delle conoscenze indigene ad essa connesse. Contemporaneo di Schultes è il grande antropologo tedesco Gerardo Reichel-Dolmatoff, che negli anni '60 spese alcuni anni tra gli indiani Barasana e Dasana, gruppo Tukano, del Vaupes Colombiano ed attraverso i suoi scritti (20) ci ha fornito una descrizione relativamente dettagliata dell'uso dell'Ayahuasca in un contesto aborigeno. Di notevole importanza è il suo sforzo di individuare differenti fasi dell'intossicazione della bevanda e di collegare gli effetti psicofisici di questa alla complessa mitologia e cosmologia indigena, anche se il suo richiamo alle teorie neurofisiologiche di Knoll e Kugler (21) sui fosfeni sembra un po' troppo semplicistico. Secondo tale visione, gli elementi geometrici dell'arte indigena sarebbero riconducibili a forme geometriche impresse nella retina del soggetto e percepibili in determinati stati, in cui le normali strutture nervose inibitorie vengono chimicamente alterate: a parte la probabile partecipazione di una simile componente, essa va tuttavia integrata in una prospettiva molto più complessa, come rivelano recenti studi sulla NDE (22).

Negli anni '60 e '70, comunque, si assiste ad un notevole aumento di pubblicazioni di vari antropologi che trascorso un certo periodo di tempo tra le varie tribù dell'Amazzonia peruviana, riportano l'impiego dell'Ayahuasca tra i vari sciamani. Janet Siskind (23) lo descrive tra gli Sharanahua, una tribù estremamente isolata che vive nell'alto Rio Purus ove lo sciamanesimo gode ancora di notevole prestigio, Kenneth Kensinger (24) tra i Cashinahua, una tribù limitrofa, mentre Gerardo Weiss ne sottolinea l'importanza in una monumentale opera sugli Ashaninka (26), una ambigua figura a metà strada tra il poeta e l'avventuriero.

In particolare "Le tre metà di Ino Moxo" in un linguaggio surreale, fantastico e visionario, che ben rende l'ambiente della foresta Amazzonica, in cui tutto sembra diventare all'improvviso reale ed un attimo dopo svanire in effimeri effetti illusori, narrerebbero la vita di Ino Moxo, un bambino mestizo fatto rapire da uno stregone Ashaninka ed iniziato da questi ai misteri della selva.

Alcuni ritengono che questa sarebbe una versione più romanzata dell'avventurosa vita di Manuel Cordoba-Rios, già oggetto di un altro testo scritto da Bruce Lamb (27) in forma di reportage antropologico ed oggetto di un successo e polemiche simili a quelle che accompagnarono le opere di Carlos Castaneda (28). Al di là di tali questioni, resta innegabile il successo del libro di Lamb tra le giovani generazioni degli anni '70: se Castaneda ha contribuito non poco ai viaggi di molti in Messico alla ricerca della "magica terra del peyote", il libro di Lamb li ha fatti scendere ulteriormente fino ai lenti ed afosi affluenti del Rio delle Amazzoni. Naturalmente questo centra ben poco con lo sciamanesimo delle etnie indigene, ma se il lato deleterio è stato un turismo superficiale e commerciale, per qualcuno è stato l'inizio di un serio approccio al mondo dell'Ayahuasca e forse anche un impegno civile al fianco delle popolazioni indigene.

Vegetalismo: i mistici del vegetale

Se fino ad ora abbiamo parlato soprattutto del mondo indigeno, va precisato che molti dei giovani occidentali alla ricerca di nuovi significati esistenziali si fermavano alle poche città della selva peruviana, facilmente raggiungibili con l'aereo: Iquitos, Pucallpa e Madre de Dios. Questo era il regno dei curanderos mestizos, termine generico con cui si indica una larga fascia della popolazione amazzonica, praticamente tutti i non-Indiani che vivono nelle città o nei villaggi lungo i fiumi principali. Questo mondo, reso celebre dal lavoro di Marlen Dobkin de Rios (29), è stato poi approfondito negli studi di Luis Eduardo Luna (30). Il vegetalista è colui che ottiene le sue conoscenze, di natura spirituale o comunque soprannaturale, direttamente dalle piante o, meglio, dagli spiriti di queste chiamate "madri", ed usa tali poteri a fini diagnostici o terapeutici. Ciò avviene tramite l'ingestione di tali piante che possiedono quasi sempre poteri allucinogeni: così abbiamo l' "ayahuaschero" che ingerisce l'Ayahuasca, il "toero" che beve il succo del Toé, Brugmasia suaveolens, il "camalonghero", che ingerisce la Camalonga, una pianta di ancora incerta identificazione. Naturalmente non tutti coloro che ingeriscono le varie piante allucinogene sono automaticamente "vegetalisti": essi devono prima attraversare un lungo e difficoltoso apprendistato definito con il termine generico di "dieta", che consiste in un isolamento nella foresta, in uno stato di quasi deprivazione sensoriale, associato ad un regime dietetico particolarmente duro, durante il quale l'adepto ingerisce frequentemente la pianta prescelta fino a quando, dopo varie sofferenze, la "Madre" o "spirito" della pianta , mossa a compassione, gli appare concedendogli la sua benevolenza ed i suoi doni di potere. Poiché tale insegnamento deriva direttamente dagli spiriti delle piante, Luna le ha definite "piante maestro" (31), identificandone una cinquantina: lo spirito di queste, chiamato appunto "madre", è stato oggetto di un interessante studio da parte dell'antropologo francese Jean Pierre Chaumeil (32). 

La "madre" di una pianta può essere definita come l'essenza stessa del potere generatore della pianta: esse appaiono allo sciamano sotto forma di entità spirituali in grado di insegnare conoscenze inaccessibili alle persone comuni. La percezione della "madre" di una pianta maestro è la differenza fondamentale tra uno sciamano ed un non sciamano, in quanto a differenza delle comuni visioni, le "madri" non solo sono sempre veritiere, ma anche in grado di trasmettere una qualche forma di insegnamento. L'ingestione della pianta allucinogena è quindi finalizzata al contatto con queste entità spirituali: man mano che lo sciamano avanza nel suo cammino, egli acquisisce maggior familiarità con esse, al punto che i più anziani possono evocarne la presenza senza ingerire la corrispondente pianta allucinogena semplicemente cantandone i rispettivi "canti", o "icaro". Gli "icaro" di una pianta, diversi da sciamano a sciamano, e donati a questi direttamente dalla "madre" della pianta, sono canti che, intonati sotto l'effetto dell'allucinogeno, permettono di evocarne la presenza: una volta che ciò avviene, un buon sciamano può permettersi di manipolare il contenuto visionario dei partecipanti alla sessione, aumentando o diminuendo l'intensità delle visioni, inducendo determinate allucinazioni ed evitandone altre. 

E' quindi lo spirito della pianta, la "madre" di questa, in ultima analisi a conferire allo sciamano il suo potere ed è attraverso di lei che egli può esercitare la sua arte: per i partecipanti alla sessione, viceversa, l'effetto dell'Ayahuasca consisterà in una serie di visioni che appaiono come una sorta di fenomeno elettromagnetico, che va e viene ad onde e può essere evocato e modificato dal canto del "maestro". Questo ci porta a considerare la differenza fondamentale tra l'effetto dell'allucinogeno, in termini di contenuto visionario, in uno sciamano ed in uno non sciamano. Si tratta della differenza tra un'esperienza ritenuta culturalmente oggettiva (e quindi reale: la percezione dell'essenza o "madre" delle piante maestro) ed una esperienza soggettiva e quindi valida (o reale) solo per il soggetto che ha le visioni (percezioni introspettive di se stesso e/o di fatti che avvengono all'esterno). Quindi, mentre le esperienze di autoguarigione, di comunicazione a distanza (effetti telepatici) e di percezioni di eventi futuri (effetti predittivi) hanno valore solo per il soggetto che le esperimenta, e possono essere riconducibili ad un paradigma psicoterapeutico o parapsicologico, secondo un approccio "scientifico", le visioni sperimentate dallo sciamano e da questi indotte, attraverso il contatto con la "madre" della pianta allucinogena, vengono ritenute oggettivamente reali, e quindi culturalmente non riconducibili ad alcuno dei nostri paradigmi interpretativi, e come tali il potere o il sapere che da esse deriva sono a beneficio dell'intera comunità.

Sciamanesimo indigeno: oltre gli allucinogeni

Spetta a Clara Cardenas, una giovane antropologa peruviana, l'aver richiamato l'attenzione generale sulle differenze tra lo sciamanesimo mestizo ed indigeno(34). Mentre il primo è preminentemente individualista essendo l'attività anche economicamente remunerativa, di un terapeuta nel proprio contesto culturale, il secondo, forse memore di un tempo in cui la propria attività non era limitata al settore terapeutico, è sempre orientata verso la propria comunità, focalizzando il suo intervento sulle complesse dinamiche sociali e spirituali che accompagnano la malattia. I più anziani sciamani Shipibo, o comunque quelli ritenuti di grado più elevato, i "Muraya", poi difficilmente usano, a differenza dei mestizos, la bevanda allucinogena per tutta la vita. Gli Shipibo, infatti, ritengono che i loro Muraya vivano in uno stato di "estasi permanente", in perenne contatto con le "madri" delle piante-maestro, di cui possono evocare la presenza ed il potere in qualsiasi momento senza ingerire alcuna sostanza allucinogena. 

Il contatto con tali entità spirituali li rende generalmente poco partecipi alla vita terrena: essi si appartano, un po' isolati dalla comunità, alimentandosi poco e realizzano un quadro comportamentale molto simile a quello descritto in famose opere sullo sciamanesimo siberiano o asiatico (35). Il contenuto poi di tale stato implica che lo sciamano viva più nel mondo degli spiriti che in quello dell'uomo: ciò si riflette dall'elevata frequenza con cui i Muraya affermano di vivere esperienze che, nel moderno campo degli studi sugli stati di coscienza, vengono etichettate come "Out of Body Experiences", in cui cioè lo spirito dello sciamano afferma di separarsi dal corpo fisico e di intraprendere continui viaggi in altre dimensioni della realtà. A tale proposito mi é particolarmente a cuore sottolineare come durante l'ingestione dell'Ayahuasca tutti gli sciamani Shipibo con cui ho lavorato hanno sempre manifestato un palese disinteresse per il contenuto delle mie visioni: per essi ciò che realmente contava era solo se la bevanda provocava "mareacion" o no! Il termine "mareacion", dallo spagnolo marear , soffrire il mal di mare, indica non tanto gli effetti fisici della bevanda, quanto un ondeggiare tra la propria immagine e la percezione del proprio corpo fisico, un fluttuare del proprio io ai limiti ed oltre ciò che normalmente percepiamo come corpo fisico. Questo è l'interesse principale manifestato dai miei informatori, mentre le visioni venivano dette essere importanti solo come facilitatori visivi di tale processo. "Voi occidentali avete troppa fantasia - era solito dire il vecchio don Antonio - così vi perdete dietro le visioni e non vi accorgete di quanto grande sia il dono dell'Ayahuasca, l'importanza di una buona e forte "mareacion".

E' davanti a queste affermazioni che si è fatta strada sempre più, in me l'idea che il nostro approccio chimico-farmacologico abbia finito con il diminuire il complesso sistema di manipolazione dello stato di coscienza connesso con l'uso dell'Ayahuasca, la bevanda sacra degli indigeni dell'Amazzonia. Non si tratta assolutamente di un'esperienza "psichedelica" nel senso di allucinazioni chimicamente indotte da una sostanza naturale, ma anzi di un elaborato insieme di strategie e tecniche per manipolare la percezione stessa della realtà. E per realizzare questo si inizia dalla percezione della propria immagine fisica probabilmente perché è su di essa e attraverso essa che costruiamo la percezione del mondo in cui viviamo. Solo in questa prospettiva si può comprendere perché tutte le mitologie aborigeni hanno sempre affermato che il mondo delle visioni indotte dall'Ayahuasca veniva percepito più reale di quello quotidiano: non si trattava di semplici allucinazioni visive, ma di una completa percezione tridimensionale quale si ritrova descritta nella letteratura sulle OBE o sulle NDE. 

E, d'altra parte, in tale ottica si può anche comprendere perché numerose piante-maestro non siano classificabili come allucinogeni ma, probabilmente, pur inducendo uno stato di mareacion, esse non necessariamente debbano produrre un quadro di immagini strutturate come quello che noi definiamo allucinazioni. Lo scopo delle allucinazioni sarebbe, secondo i nostri informatori, soprattutto quello di canalizzare visivamente lo stato percettivo di "mareacion", in cui il soggetto non sperimenta più il mondo dalla prospettiva del proprio corpo fisico. Quando queste nuove prospettive possono essere paragonate, sulla base della letteratura esistente, ad altri stati di consapevolezza come le OBE e le NDE, è impossibile stabilirlo sulla base dei dati attuali e dubito lo sarà anche in futuro.

D'altra parte, se il principale errore fino ad oggi commesso è stato quello di ridurre un insieme di fenomeni complessi come quello dello sciamanesimo amazzonico secondo un paradigma chimico-farmacologico, non vorrei che in futuro si verificasse un'eccessiva facilità nell'omologarlo a quanto di simile avviene nei nostri paradigmi culturali. Siamo solo dei piccoli uomini, con una comprensione molto limitata e laggiù, nel buio inquietante della selva, mentre il potere della liana incomincia a pulsare ipnoticamente dentro il tuo corpo, si può solo rendere omaggio davanti alla maestosità di un fenomeno che ha affascinato popoli e uomini di cui ormai abbiamo perso persino la memoria.

Bibliografia

Ruck, CP et al.: Entheogens. J. Psychedel Drugs, 11, 1-2, 145-148.
Huxley, A: Le porte della percezione. Mondadori, Milano.
Bianchi, A. : Gli allievi delle piante maestro. I Fogli di Oriss, n. 3, 81-96, 1995.
Leary, T: Gran Sacerdote. Sugar, Milano.
Leary, T: L'esperienza psichedelica. Sugar, Milano.
Castaneda, C: A scuola dallo stregone. Astrolabio, Roma, 1970.
De Mille, R: The don Juan papers: Further Castaneda controversies. Ross- Erikson, Santa Barbara, 1980.
Harner, M: The way of the shaman. Bantam, NY, 1982.
Donner, F: Shabono. Mondadori, Milano, 1984.
Lamb, FB: Wizard of the Upper Amazon. North Atlantic Book, Berkeley, 1974.
Grof, S: Realms of the human unconscious. Viking, NY, 1975.
Lovelock, JE: Le nuove età di Gaia. Bollati, Torino, 1991
Halifax, J: The fruitful darkness. Harper, San Francisco, 1993.
Dobkin de Rios, M: Amazon healer. Prism Press, Bridport.
Otto, J: Pharmacotheon. Natural Product, Kennewick, 1993.
Spruce, R: On some remarcable narcotics of the Amazon Valley and Orinoco. Geograph. Magazine, 1, 184-193.
Villavicencio, M: Geografia de la Republica del Ecuador. NY, 1858.
Koch-Grober, T: Die Makù. Anthropos, 1, 877-906.
Reinburg, P: Contribution à l'etude des boissons toxiques des Indiens du Nord-Ovest de l'Amazone. J. Soc. Americanistes de Paris, 13, 25-54, e 197- 216.
Schultes, RE & Hofmann, A: Plants of the Gods. McGraw-Hill, NY, 1979.
Reichel-Dolmatoff, G: The shaman and the Jaguar. Temple Univ. Press, Philadelphia, 1975.
Knoll, M & Kugler, J: Subjective light pattern spectroscopy in the encephalographic frequency range. Nature, 184, 1823-1824.
Blackmore, S: Dying to live. Grafton, London, 1993.
Siskind, J: To hunt in the morning. Oxford Univ. Press, London, 1973.
Kessinger, K: Banisteriopsis usage among the peruvian Cashinahua. In: M. Harner: Hallucinogens and Shamanism. Oxford Univ. Press, London, 1973.
Weiss, G: Shamanism and priesthood in light of the Campa Ayahuasca cerimony. In ibidem.
Calvo, C: Le tre metà di Ino Moxo. Feltrinelli, Milano, 1982.
Lamb, FB: Rio Tigre and beyond. North Atlantic Book, 1985.
Carneiro, RL: Chimera of the Upper Amazon. In De Mille: The don Juan papers.
Doblin de Rios, M: Visionary vine. Waveland Press, Prospect Heights, 1972.
Luna, LE: Vegetalismo, Shamanism among the Mestizo population of the peruvian Amazon. Almavist & Wiksell, Stockholm, 1986.
Luna, LE: The concept of plants as teacher among four Mestizo shamans of Iquitos Northeastern Perù. J Ethnopharm., 11, 135-156.
Chaumeil, JP: Les plantes qui font voir. Ethnographie, 87-88, 2-3, 54-84.
ibidem
Cardenas, C: Los Unaya y su mundo. CAAP e IIP, Lima, 1989.
Eliade, M: Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi. Mediterranee, Roma, 1974.

lunedì 16 settembre 2013

Lo Scivias. Gli UFO Di Ildegarda

Scivias è un'opera composta da Sant'Ildegarda di Bingen tra il 1141 e il 1150. Solo nel 1138, quando Ildegarda aveva quarant'anni, una voce divina le comandò di scrivere quello che vedeva e udiva. 

"Vidi una immensa sfera rotonda e piena d'ombra, che aveva una forma ovale, meno larga sulla cima, più ampia nel mezzo, stretta alla base, con alla parte esterna un cerchio di luce sfolgorante e al di sotto una guaina tenebrosa. E in questo cerchio di fiamme c'era un globo arroventato così grande che tutta la sfera ne era illuminata. 

C'erano sopra di esso, sistemate con ordine, tre stelle che alimentavano l'attività ignea del globo, per paura che diminuisse poco a poco. A volte poi questo si alzò più in alto e diede più luce, in modo che potè lanciare i suoi raggi infiammati più lontano. E poi a volte, scese più in basso e fu più intenso il freddo perchè aveva ritirato la sua fiamma. Ma, da quel reticolo di fiamme che attorniava la sfera, usciva il vento con i suoi turbinii, e dalla guaina tenebrosa che circondava il reticolo di fiamme, un altro vento con i suoi turbinii tuonava e si scatenava in tutti i sensi sulla sfera. 

C'era in quella stessa guaina un fuoco tenebroso che ispirava un orrore così grande che non potevo guardarlo e che, pieno di sussulti, di tempeste, colmo di pietre appuntite, piccole e grandi, agitava la guaina con tutta la sua potenza. Mentre faceva sentire il suo crepitio, il cerchio luminoso, i venti e l'aria erano agitati, in modo tale che i lampi precedettero lo stesso tuono, perchè il fuoco presentava dentro di sè la commozione che produceva il tumulto, ma al di sopra della guaina il cielo era purissimo e privo di nubi. Ed anche in questo cielo, distinguevo un globo di fuoco ardente, di una certa grandezza, e al di sopra di esso, due stelle sistemate bene in vista che trattenevano il globo stesso in modo che non oltrepassasse il termine della sua corsa. 

E nel medesimo cielo, molte altre sfere luminose erano poste ovunque, tra le quali il globo, rovesciandosi un poco, emetteva ad intermittenza la sua luce; e ricorrendo al primo fuoco del globo arroventato per restaurare la propria fiamma, la rimandava verso le stesse sfere. ma da quel cielo stesso usciva impetuoso un soffio di vento con i suoi turbinii che si propagavano su tutta la sfera celeste. Sotto quello stesso cielo, vedevo l'aria umida, che aveva sotto una nuvola che, estendendosi in ogni lato stese questa umidità su tutta la sfera. E in mezzo a questi elementi c'era un globo sabbioso di un'immensa estensione, che gli stessi elementi circondavano in modo tale che non poteva sparire, nè in un senso nè nell'altro. E mentre gli stessi elementi con i diversi soffi lottavano insieme, costringevano lo stesso globo sabbioso a muoversi un poco con le proprie forze. 

E vidi tra Aquilone e oriente (il nord est) come una grande montagna che tratteneva verso Aquilone numerose tenebre, e verso oriente molta luce. E sentii di nuovo una voce dal cielo che mi diceva: 

"Dio, che ha fatto le cose secondo la sua volontà, le ha create per la conoscenza e l'onore del suo nome. Non soltanto per mostrare in esse cose visibili e temporali, ma per manifestare in esse cose invisibili ed eterne. Il che è dimostrato nella visione che contempli"



Alcune immagini del manoscritto



Osservate bene il demone che introduce un fungo tra le uova. Forse la causa delle visioni della mistica Ildegarda?

domenica 15 settembre 2013

Gesù Buddista

La domanda sottintesa in questo posto è se siamo in grado di riconoscere il Cristo, il Messia o più in generale il Salvatore, nell'eventuale suo ritorno.

Il poterlo RI-CONOSCERE significa avere avuto la possibilità di CONOSCERE lui. 

Limitandoci alla figura familiare di Gesù Cristo noi abbiamo la possibilità di conoscerlo attraverso il suo messaggio e i suoi insegnamenti.

L'istituzione preposta a insegnare il vangelo nel mondo cristiano cattolico è la Chiesa. Ma siamo certi che ciò che ci insegna la chiesa cattolica romana sia esattamente quanto tramandato dal Cristo migliaia di anni fa?

Se l'insegnamento fosse sbagliato ciò rischierebbe di precluderci la possibilità di RI-CONOSCERE poichè in realtà il nostro CONOSCERE è solo parziale, se non addirittura errato.

Per questo motivo io ritengo che è compito e responsabilità INDIVIDUALE, approfondire e studiare gli insegnamenti di Gesù Cristo, anche allargando la propria veduta ad altre realtà, di modo da ottenere quella CONOSCENZA necessaria per potere essere pronti alla parusia.

La chiesa di Roma lo considera una eresia, ma è proprio il pensiero gnostico a puntare l'attenzione su un pensiero di CONOSCENZA invece che su un cammino di FEDE per potere giungere alla SALVEZZA.

E forse, per assurdo, per CONOSCERE veramente Gesù Cristo dobbiamo integrare il nostro sapere con quello di altre culture e religioni, poichè, essendo il messaggio di Salvezza un messaggio UNIVERSALE, non può essere limitato a una sola interpretazione del mondo come quello da parte CATTOLICA.

Io le considero, Induismo e Buddismo, 'la madre' di tutte le religioni, sia per la datazione dei testi per prima cosa, sia per il fatto che se leggi i filosofi, (che brutta parola filosofo, mica si mangia con la filosofia, mica produce denaro, ergo è inutile, e si vede, eccome se si vede, basta passeggiare per le città), in ogni modo, partendo da Eraclito di Efeso in particolare, visto che è stato uno dei più importanti presocratici. 


Si deve ricordare che a quell'epoca si commerciava con le Indie e oltre alle merci arrivavano anche le ideologie, un po come noi dall'America dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo importato anche lo stile di vita oltre alle merci. I pensieri dell'Asia minore di quei tempi si sono poi sviluppati nella filosofia di Socrate, trovando il culmine in Platone. 

Basta leggere Platone e i vangeli, cosa predicava Gesù, per capire le similitudini del pensiero. Poi la chiesa ha creato quell'immagine orribile di un uomo che viene crocifisso, della serie Colpisci uno per educarne cento. 

Non soffermarsi ai quattro vangeli imposti e ritoccati dalla chiesa, ma, quelli mai presentati e mai resi popolari quanto i primi, salterà subito all'occhio quanto abbiamo in comune con i testi sacri Indiani, i Veda, migliore in assoluto è l'ultima parte dei Veda, secondo me, le meravigliose 'Upanishad'. 


Pensate poi che , i Padri della Chiesa cristiana, come Origene o S. Girolamo, padre della prima versione ufficiale della Bibbia nel '300, parlavano della reincarnazione. Fonti PARALLELO fra BUDDHA e GESU',


e Cristianesimo gnostico e buddismo 


Il pensiero orientale è senz'ombra di dubbio superiore al nostro, basti pensare che in India un quarto della popolazione con il Q.I. più alto, arriva a essere quasi quanto l'intera popolazione degli Stati Uniti d'America, e quando parliamo di India non possiamo non pensare a Siddharta, agli asceti .


sabato 14 settembre 2013

L'Australopiteco Rettiliano

Il troodonte (Troodon formosus) o stenonicosauro (dall'obsoleto nome Stenonychosaurus) era un dinosauro carnivoro vissuto verso la fine dell'era dei dinosauri, nel Cretaceo superiore (Campaniano, circa 75 milioni di anni fa) in Nordamerica.

Questo piccolo carnivoro è un classico rappresentante dei maniraptori, i dinosauri predatori più evoluti che diedero origine agli uccelli. Il troodonte era lungo circa due metri ed era dotato di arti molto allungati, in particolare i posteriori, dotati di un artiglio "a falce" molto simile a quello presente sugli arti dei dromeosauridi, ma più ridotto. 

Le zampe anteriori, anch'esse allungate, erano dotate di lunghe dita artigliate, e il primo dito era forse opponibile alle altre due;aveva la mano prensile e il polso rotante. La coda era rigida e sottile, mentre il collo allungato reggeva una piccola testa dotata di occhi insolitamente grandi e di una scatola cranica decisamente voluminosa che probabilmente ospitava un cervello notevole per lo standard dinosauriano. Anzi, l'intelligenza di Troödon era la più alta tra quelle di tutti i dinosauri e poteva rivaleggiare con quella dei mammiferi primitivi dell'epoca, come Alphadon. 

I denti, aguzzi e ricurvi, erano seghettati in modo caratteristico. Con tutta probabilità il troodonte era un carnivoro adattato a cacciare di notte, e che grazie alla vista acuta e alle zampe lunghe riusciva a scovare e catturare i piccoli animali come mammiferi e lucertole e, se cacciava in gruppo, anche giovani Dinosauri.

Il Troodon dei Rettili corrisponde all'australopiteco per il genere Homo?


Negli anni ottanta, sotto il nome di Stenonychosaurus, questo dinosauro fu oggetto di uno studio approfondito, per quanto fantasioso, del paleontologo canadese Dale Russell. 

Russell, notando la particolare capienza della scatola cranica dell'animale e pensando che le dita della mano fossero opponibili, arrivò a ipotizzare una possibile evoluzione di questo piccolo carnivoro se non si fosse estinto. Nacque così il "dinosauroide", una sorta di equivalente rettiliano degli esseri umani.

Ma chi ci può confermare che si sia davvero estinto?

Questo animale ha avuto a disposizione 10 milioni di anni e forse più per evolversi... noi 4 partendo dagli australopitechi.

Di extraterrestri rettiliani ha raccontato per primo Herbert Schirmer. Egli sostiene di essere stato rapito ad Ashland (Nebraska) nel 1967 da esseri umanoidi, alti tra 1,4 e 1,8 m, rivestiti da una tuta aderente, con testa sottile e allungata e pelle grigio-bianca; la bocca sarebbe stata simile ad una fenditura e non si sarebbe mossa mentre parlavano e i loro occhi sarebbero stati inclinati. 

John Rhodes raccolse insieme le testimonianze dei presunti contatti tra esseri umani e rettiliani umanoidi; ha fondato nel 1997 un apposito centro di ricerca[8], ed è apparso in televisione e alla radio per illustrare le sue presunte scoperte e le presunte prove scientifiche di sostegno alle sue teorie. Rhodes afferma che a suo dire i rettiliani umanoidi discenderebbero dai dinosauri e sarebbero quindi un sottoprodotto dell'evoluzione terrestre. Rhodes per avvalorare le proprie tesi cita le teorie di Dale Russell degli anni ottanta, relative alla descrizione di quale sarebbe potuta essere l'evoluzione dei dinosauri in specie intelligente.

Senza dimenticare i Grandi Antichi del "Ciclo di Chtuluh" di H.P.Lovecraft


venerdì 13 settembre 2013

Il Backup del Sistema

Esperienze pre-morte, la situazione si complica: non sono sogni

Uno studio dell’università del Michigan rivela un’intensa attività cerebrale in mammiferi dopo un arresto cardiaco. Ma se davvero fosse collegabile alle esperienze pre-morte la situazione lungi dall’essere spiegata si complicherebbe.

La notizia è stata riportata su numerose testate, Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Panorama, Il Sole 24ORE, e c’è da scommetterci che si diffonderà in modo virale sul web, la sostanza che verrà recepita è indicata in tutti titoli: svelato il mistero delle visione pre-morte. Le visioni pre-morte sono delle esperienze riferite da un gran numero di persone che hanno vissuto vicende che le hanno portate vicino alla condizione di morte e, a prescindere dalle circostanze, uno dei fattori di maggior interesse è la somiglianza dei racconti che sembra rendere questo tipo di esperienze universali al di là dei condizionamenti culturali dei singoli. Lo studio dell’Università del Michigan è stato condotto su 9 ratti sui quali è stato indotto l’arresto cardiaco, i sensori hanno rilevato un’intensa attività cerebrale per circa 30 secondi dopo l’episodio dell’arresto, come riferito in questo caso dall’ANSA:

Utilizzando un elettroencefalogramma i ricercatori hanno analizzato le attività cerebrali di nove ratti anestetizzati e sottoposti ad arresto cardiaco indotto sperimentalmente. Entro i primi 30 secondi dopo l’arresto cardiaco, quando il cuore smette di battere e il sangue smette di fluire verso il cervello, in tutti i ratti è stata riscontrata una attività cerebrale con una diffusa sovratensione, caratteristica questa associata ad un cervello altamente eccitato e dalla percezione cosciente.

La ricerca è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS, ma lascia qualche perplessità. La prima riguarda il fatto che i dati raccolti siano riferiti a dei ratti mentre le esperienze pre-morte sono riferite da esseri umani sui quali andrebbero verificati gli stessi fenomeni di attività elettrica (cosa che potrebbe essere verificata in futuri studi), la seconda perplessità riguarda l’esiguo numero di soggetti testati (ma si tratta anche in questo caso di limiti che potrebbero facilmente essere superati in eventuali prossimi studi). Di fatto però i risultati dell’esperimento avrebbero dovuto indurre tutti i giornalisti scientifici delle redazioni che hanno pubblicato la notizia (ANSA per prima) a non cedere ai sensazionalismi ed essere più cauti.

Quello che offre maggiormente spazio a delle considerazioni è proprio il tipo di attività cerebrale riscontrata, come abbiamo letto sull’articolo dell’ANSA: “una attività cerebrale con una diffusa sovratensione, caratteristica questa associata ad un cervello altamente eccitato e dalla percezione cosciente“. Ammesso che questa sovratensione cerebrale registrata nei 9 ratti sia confermata nell’Uomo, quali conclusioni si potrebbero trarre da questo fatto? Contrariamente a quanto si legge su quasi tutti i numerosi articoli apparsi anche sul web i dati dei ricercatori non spiegano proprio niente, anzi ad un’attenta riflessione mostrano una situazione più inspiegabile di prima. Il tipo di attività riscontrata nello stato di pre-morte non è infatti quella tipica del sogno, del momento in cui l’attività cerebrale è quella di creare quelle visioni e percezioni sensoriali che conosciamo come sogni, i dati sono quindi in contrasto con una spiegazione di tipo onirico delle visioni pre-morte. Nello studio pubblicato su PNAS si legge infatti che:

Abbiamo identificato un picco transitorio di oscillazioni gamma che si sono verificate nei primi 30 secondi dopo l’arresto cardiaco e che hanno preceduto l’elettroencefalogramma isoelettrico (piatto NdT). Le oscillazioni gamma durante l’arresto cardiaco erano globali e fortemente coerenti….

L’attività registrata è stata caratterizzata da un picco di onde gamma, per capire cosa questo significhi vediamo quali sono i vari tipi di onde cerebrali:


Le onde gamma sono quelle di frequenza particolarmente alta (oltre i 25 Hz) caratterizzanti lo stato di veglia e in particolare uno stato di tensione, mentre le onde che caratterizzano lo stato del sonno in cui si verificano i sogni sono le theta che si collocano tra i 4 e gli 8 Hz, questo porta a ritenere che le immagini che potrebbero comparire associate all’attività cerebrale registrata dai ricercatori non sono dei sogni. Quale sia dunque la natura di quelle immagini colte in un momento di particolare attenzione e attivazione cerebrale è dunque oggi più difficile da dirsi che non prima della ricerca. 

http://www.altrogiornale.org/news.php?extend.8740

giovedì 12 settembre 2013

La Morte di Marte

Siamo tutti marziani? E' una delle ipotesi avanzate da un nuovo studio comparso sulla rivista Astrobiology, condotto da un team di scienziati guidati da Christofer Carr, ricercatore del Dipartimento di Terra, Atmosfera e Scienze Planetarie del MIT.

Secondo gli scienziati planetari, l'ipotesi che tutta la vita sulla Terra possa avere un legame con eventuali organismi che hanno avuto origini su Marte è tutt'altro che peregrina. Più di 3, 5 miliardi di anni fa, un incursione di meteore ha sconvolto il Sistema Solare, facendo registrare numerosi impatti sui pianeti.

Gli impatti meteoritici potrebbero aver spinto frammenti di Terra verso Marte e viceversa, creando una discendenza genetica comune tra i due pianeti, basata sul DNA.

Il team di scienziati guidato da Carr ha costruito un mini-sequenziatore genetico che un giorno potrebbe essere inviato su Marte per analizzare campioni di terreno alla ricerca di DNA e di altro materiale genetico. Per rilevare dati genetici su Marte, uno strumento di sequenziamento del DNA dovrebbe resistere a bruschi sbalzi di temperatura e all'esposizione costante di radiazioni. Tale esposizione può causare falsi positivi, per esempio, oppure registrare inesistenti basi supplementari di DNA.

Il piccolo dispositivo di sequenziamento è stato testato in laboratorio, esponendolo a massicce dosi di radiazioni, simili a quelle che potrebbero investirlo in un futura missione su Marte.

Dopo l'esposizione, il dispositivo ha analizzato un ceppo di E. coli, individuando con successo la sua sequenza genetica. A quanto rivelano i ricercatori, il dispositivo può resistere per oltre due anni nello spazio, abbastanza a lungo da raggiungere Marte e raccogliere dati per un anno e mezzo.

"Nel corso del tempo, le prestazioni di un qualsiasi dispositivo su Marte tendono a degradare, riducendo la nostra capacità di ottenere dati di sequenza. Lo strumento potrebbe avere un tasso di errore sempre più elevato, o potrebbe non funzionare affatto", spiega Carr.

"Ma il dispositivo che abbiamo realizzato non ha mostrato questo tipo di problema. Dopo sue anni di missioni, esso sarà ancora in grado di funzionare. Questi chip sono ottimi candidati per la ricerca di vita su Marte".Ma il team ritiene che non solo Marte sia il bersaglio perfetto del dispositivo. "I risultati suggeriscono che il sequenziamento genetico può essere un processo fondamentale per la ricerca di vita nello spazio, sopratutto in luoghi come Europa, la luna di Giove, dove esistono oceani liquidi adatti ad ospitare la vita", continua Carr. "Altro luogo promettente può essere Encelado, una delle lune di Saturno, dove si ritiene possa esserci una potenziale zona abitabile con emissioni di radiazioni molto meno intense".

In fin dei conti, lo scopo finale dei ricercatori sarebbe quello di trovare una conferma definitiva alla teoria della 'Panspermia", un'ipotesi che suggerisce che i semi della vita (in senso ovviamente figurato) siano sparsi per l'Universo, e che la vita sulla Terra sia iniziata con l'arrivo di detti semi e il loro sviluppo. È implicito quindi che ciò possa accadere anche su molti altri pianeti. Per estensione, semi si potrebbero considerare anche semplici molecole organiche.

La collisione di Marte con un oggetto di grandi dimensioni (Nibiru?) potrebbe essere la causa della trasformazione del Pianeta Rosso nell'area inospitale che conosciamo. La teoria sembra confermata dalle nuove informazioni raccolte da Curiosity mediante lo spettrometro TLS (Tunable Laser Spectrometer) e il Quadrupole Mass Spectrometer (QMS) di cui è dotato.

Oltre alle rocce, il simpatico Rover sta infatti rilevando la concentrazione delle sostanze chimiche nell'atmosfera (anidride carbonica, argon, azoto, ossigeno e monossido di carbonio) e gli isotopi di ciascun elemento, che servono per trarre informazioni sulla biologia, la geologia, i cambiamenti climatici e altro avvenuti nel corso del tempo.

I risultati delle analisi sono esposti in due articoli pubblicati sul settimanale Science, i cui autori spiegano che il rover ha confermato in buona parte le scoperte delle sonde Viking 1 e Viking 2 spedite su Marte negli anni 70.

L'accuratezza delle analisi di Curiosity però è di gran lunga maggiore, e ha permesso di concludere che non ci sono stati rilevanti cambiamenti nell'atmosfera marziana negli ultimi mille anni. Inoltre, la percentuale di idrogeno e deuterio rilevata nell'aria marziana suffraga la tesi secondo cui Marte avrebbe perso gran parte della sua atmosfera entro il primo miliardo di anni della sua storia.

I risultati sembrano corrispondere a quelli raccolti dalla sonda europea Mars Express. Marte avrebbe avuto in sostanza tre fasi evolutive. La prima, Phyllocian, dovrebbe essere durata dai primi 500 milioni al miliardo di anni dalla nascita di Marte ed è caratterizzata dalla presenza di acqua corrente, argille ricche di minerali e densa atmosfera.

Segue il periodo soprannominato Theiikian, in cui si è verificata un'intensa attività geologica che ha portato alla creazione di ampi strati di solfati. Arriviamo quindi all'era Siderikan, in cui Marte è rimasto praticamente com'è adesso.

Tutto sembrerebbe in linea con la teoria secondo la quale a trasformare un pianeta lussureggiante in uno inospitale per la vita sarebbe stata la collisione di Marte con un oggetto di grandi dimensioni, forse un asteroide delle dimensioni di Plutone. L'impatto avrebbe causato l'interruzione del campo magnetico del pianeta e la perdita di atmosfera.



Sarebbe interessante se riuscissero a indicarci il momento in cui l'ipotetico impatto con questo ipotetico meteorite (ipotesi a cui credo molto) sia realmente accaduto...

1 miliardo di anni fa?
1 milione di anni fa?
100.000 anni fa?

Capite che le implicazioni potrebbero essere notevoli.

http://www.tomshw.it/cont/news/marte-ucciso-dalla-collisione-con-un-grosso-asteroide/47802/1.html

http://www.antikitera.net/news.asp?id=12599&T=5

mercoledì 11 settembre 2013

Antenati Comuni

E' quasi certo che da un antenato comune si svilupparono i ceppi separati dei primati (scimpanzè, gorilla) e quello dell'Homo.

E' probabile secondo le teorie del Progetto Atlanticus che da un antenato comune risalente all'epoca dei dinosauri si svilupparono i ceppi separati dei rettili (lucertole, iguane, serpenti) e del Sauro Sapiens, noto anche come Rettiliano/Rettiloide.

E' ipotesi affascinante che da un antenato comune risalente ancora prima si separarono i ceppi dei cetacei (soprattutto delfini) e dei Grigi.


Tutte speci che in un lontano passato, azzardo... 65 milioni di anni fa, lasciarono la Terra verso altri lidi extraterrestri con la promessa un giorno di ritornare?

Nel frattempo passarono di qui gli Anunnaki/Elohim, magari da Marte invece che da Nibiru... ma questa è un'altra storia

Alla luce di ciò che è stato descritto dal dottor Wolf e alle molte controverse affinità, si può ipotizzare una relazione molto stretta tra questa specie e i nostri delfini.

Già perchè i nostri simpatici amici sembrano proprio avere molto in comune con i "grigi", quasi fossero una specie di antenato.

Andiamo ad analizzare ciò che accomuna queste due razze e abbandoniamo per un attimo tutti i preconcetti che possono essere sollevati da questa strana affinità.

Innanzitutto i delfini sono mammiferi e come tali sono animali (come le balene) che presentano una struttura ossea derivata da un antenato che camminava sulla terra ferma.

Il ritorno agli oceani ha modificato la struttura rendendola idrodinamica, tuttavia molte delle caratteristiche sono state conservate. La più evidente è la presenza dei polmoni che non sono mutati in branchie, costringendo queste creature ad emergere per la respirazione.

Immaginiamo per un attimo che prima del ritorno negli oceani da parte del mammifero originario, una parte abbia continuato ad evolversi sulla terra ferma...

Così nel passato avremmo potuto avere due razze, una acquatica e una presente sulla superficie.

Se i grigi derivano da quella terrena, probabilmente hanno comunque molto in comune.

Analizziamo il cranio:

- I Grigi presentano un cranio molto ampio e arrotondato nella parte anteriore e posteriore, caratteristica singolare, ma identica a quella dei delfini.

- I Grigi presentano degli occhi scuri, pressochè neri, ricoperti da una pellicola protettiva molto evoluta; lo stesso vale per i nostri amici acquatici.

La pelle:

- I Grigi sono ovviamente famosi per la colorazione grigia della pelle, estremamente liscia; i delfini presentano la stessa caratteristica.

Capacità di comunicazione e contatto:

- I delfini utilizzano un sofisticato sistema non solo radar, ma anche sonoro per comunicare con i propri simili, ma anche per intimidire i loro avversari carnivori. Una sorta di disturbo sonoro molto potente. Così potente che è, in certi casi, anche in grado di fare a pezzi gli organi interni del malcapitato predatore.

Non solo, subentra anche la paralisi e un forte senso di disorientamento.

Questo effetto stordente e disorientante è stato descritto dai rapiti come effetto secondario della telepatia usata appunto dai Grigi, che a sua volta serve proprio come controllo della mente.

I rapiti descrivono l'effetto telepatico (quello propriamente usato per il controllo) come uno stato mentale alterato, che si verifica quando i Grigi guardano direttamente il rapito. Appena lo sguardo viene distolto, l'effetto cola drasticamente.

Incredibilmente questo è lo stesso effetto "sonar" che viene adottato dai delfini: un fascio di onde coerente e ben direzionato!

Importante anche sottolineare come molti rapiti riportino che durante la fase telepatica, la "voce" sia mista anche a suoni come "bip" intermittenti, simili alla vocalizzazione dei delfini.

Il cervello:

- I delfini come ben si sa, presentano un cervello molto sviluppato, così come i Grigi in esame. Da puntualizzare che questo cervello risiede dentro una scatola cranica molto grande se in proporzione al corpo. L'analogia è evidente.

Alla luce di questi esempi possiamo domandarci se una antica razza con molto in comune ai nostri delfini, abbia un giorno raggiunto una evoluzione tale da lanciarli verso le stelle e abbandonare la loro terra di origine. Questo forse potrebbe spiegare come mai troviamo ancora oggi, reperti risalenti a prima della nascita dell'uomo, e che ci mostrano anacronistici oggetti che sarebbero dovuti comparire solo dopo l'età del ferro o addirittura oltre.

Ora forse sono tornati...

http://scienzediconfineemistero.blogspot.it/2010/07/grigi-e-delfini-quale-analogia.html

Ti potrebbero interessare anche...

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...