domenica 7 ottobre 2012

I Me sumeri

I Me sono, nella mitologia sumera, delle forze impersonali che concorrono, insieme con gli dèi, a garantire l'ordine dell'universo. Hanno origine divina, e descrivono le regole e le leggi divine che stanno a fondamento dell'uomo, del suo divenire e della sua civiltà.

I Me erano circa cento, ma a causa dello stato di conservazione non sempre perfetto delle testimonianze a noi giunte, siamo in grado di elencarne solo meno di 70.

Nella mitologia, i Me sono custoditi dal dio degli oceani Enki, il quale, in un momento di ebbrezza, li cede alla dea Inanna, nipote di Enlil, suo fratellastro e superiore a tutti gli dei sulla terra. Ella, dopo aver superato molti ostacoli, ne fa dono ai suoi protetti, gli abitanti della città di Uruk, grazie ai quali essi accrescono il benessere e la prosperità della città.

Il riferimento a Uruk è oltremodo importante poiché sappiamo da precedenti ricerche i cui risultati sono stati presentati sulle pagine del Progetto Atlanticus che, secoli dopo, sarà proprio da Ur/Uruk che Abramo (di origine sumere) partirà alla volta di Harran da cui poi scenderà verso la Terra di Canaan mentre altri membri della sua tribù andranno a nord diventando i vari Shardana, Tuatha de Dana ricordati come i "popoli del mare".

Nelle loro peregrinazioni i discendenti di Abramo e le tribù di Dan, questi ultimi che vanno occupando intere regioni europee precedentemente occupate dagli indoeuropei, si portano dietro le conoscenze contenute nei Me, specialmente per quanto riguarda l'arte della guerra e della navigazione.

I Me non sono delle regole di vita; rappresentano quell'insieme di caratteristiche che rendono il mondo quello che è. Come si vedrà infatti, essi sono indifferentemente positivi e negativi; non vogliono definire un comportamento morale, ma riunire in sé tutto ciò che costituisce l'essenza stessa delle cose e degli uomini. 

Essi sono:
- La sovranità
- La divinità
- La corona sublime e permanente
- Il trono reale
- Lo scettro sublime
- Le insegne reali
- Il sublime santuario
- La dignità di Pastore
- La regalità
- La Signoria durevole
- La Signora divina (dignità sacerdotale)
- L'Ishib (dignità sacerdotale)
- Il Lumah (dignità sacerdotale)
- Il Gutig (dignità sacerdotale)
- La Verità
- La discesa agli inferi
- La risalita dagli inferi
- Il Kurgarru (sorta di eunuco)
- Il Girdabara (sorta di eunuco)
- Il Sagursag (sorta di eunuco)
- Il vessillo delle battaglie
- Il diluvio
- Le armi (?)
- I rapporti sessuali
- La prostituzione
- La Legge (?)
- La calunnia (?)
- L'Arte
- La Sala del culto
- Lo Ierodulo del cielo
- Il Gusilim (strumento musicale)
- La musica
- La funzione di anziano
- La qualità di Eroe
- Il potere
- L'ostilità
- La rettitudine
- La distruzione delle città
- La lamentazione
- Le gioie del cuore
- La menzogna
- Il paese ribelle
- La bontà
- La giustizia
- L'arte di lavorare il legno
- L'arte di lavorare i metalli
- La funzione di scriba
- Il mestiere di fabbro
- Il mestiere di conciacapelli
- Il mestiere di muratore
- Il mestiere di panieraio
- La saggezza
- L'attenzione
- La purificazione sacra
- Il rispetto
- Il terrore sacro
- Il disaccordo
- La pace
- La fatica
- La vittoria
- Il consiglio
- Il cuore turbato
- Il giudizio
- La sentenza del giudice
- Il Lilis (strumento musicale)
- L'Ub (strumento musicale)
- Il Mesi (strumento musicale)
- L'Ala (strumento musicale)

In sostanza un insieme di conoscenze tecnologiche, scientifiche e filosofiche che comprendono la metallurgia, la politica, la musica e l'arte, descritti come piccoli oggetti codificati, simili a moderni dischetti per computer o a memorie ("chiavette") USB, che contenevano formule e abbracciavano tutti gli aspetti della scienza e della civiltà (come se mettessimo un'enciclopedia tipo l'Enciclopedia della scienza Rizzoli in una chiavetta USB e la consultassimo su un'altro pianeta).

Ma se i Me fossero stati davvero dispositivi tecnologici di archiviazione di massa dovevano necessariamente esistere altrettanti strumenti idonei alla lettura di questi supporti. L'Arca dell'Alleanza poteva essere qualcosa di simile?


Forse con l'evento descritto nella Bibbia ricordato attraverso il racconto della Torre di Babele, il "protocollo" idoneo per leggere queste antiche "chiavette USB", non fu più appannaggio di tutti ma prerogativa di pochi - quegli stessi pochi che ancora oggi utilizzano il potere che deriva dal sapere per il dominio sul mondo.

http://www.ufoforum.it/topic.asp?whichpage=-1&TOPIC_ID=13281&REPLY_ID=249535

Perduta la capacità di codificare il linguaggio universale, e di conseguenza non riuscendo più ad accedere a fonti di informazione avanzate, magari archiviate in supporti tecnologici i popoli persero molteplici tipi di nozioni oltre a quelle di architettura direttamente connesse alla costruzione della Torre sulla cui natura ancora dobbiamo approfondire diversi aspetti.




Bibliografia
Samuel Noah Kramer, "I Sumeri", Newton, Roma, 1997 ISBN 88-8183-776-5
Michael Jordan, "Miti di tutto il mondo", Mondadori, Milano, 1998 ISBN 88-04-44879-2

Fonte: http://www.ufopedia.it/Me.html

sabato 6 ottobre 2012

I frammenti del professor Kimbler



La critica mossa più di frequente al fenomeno Ufo da parte di coloro che hanno nulla o scarsa conoscenza del medesimo, è quella per cui esso non sarebbe supportato da alcuna prova conclusiva che ne dimostri l’effettiva sussistenza. Simile affermazione denota certamente ignoranza, vista la mole di prove a supporto della realtà del fenomeno, ma va in ogni caso a toccare un punto di lieve dolenza, costituito dal fatto che, al momento, non esiste la classica “pistola fumante” che possa mettere a tacere definitivamente gli scettici ad oltranza.

Proprio per questa ragione si spiega il clamore suscitato dalle dichiarazioni di Frank Kimbler, insegnante di geologia presso il New Mexico Military Institute, a Roswell. I detriti parlano…

Come probabilmente accade per molte persone che si trasferiscano a Roswell, Frank Kimbler sviluppo presto una sorta di “sympathy for the Ufos”, interessandosi in prima persona a quanto accaduto nel 1947 nei pressi della piccola cittadina del New Mexico.

Facendo fruttare le sue conoscenze professionali, il professor Kimbler iniziò a svolgere alcune indagini per proprio conto. Per prima cosa esaminò varie immagini satellitari alla ricerca del luogo di impatto del disco. Infatti, malgrado siano passati oltre 60 anni, il terreno, per quanto intonso in apparenza, agli infrarossi potrebbe ancora mostrare segni inequivocabili di uno schianto. Così infatti fu: il professor Kimbler individuò ben presto un luogo che mostrava i sommovimenti caratteristici causati da un impatto con un oggetto di massa rilevante. Non solo, il punto del presunto impatto si trovava proprio in una zona in tutto e per tutto coincidente con quella descritta dai testimoni dell’epoca.

Fiducioso della bontà di quanto scoperto, il professor Kimbler si recò sul luogo munito di un metal detector in grado di reperire oggetti metallici presenti fino a 3 cm sotto la superficie. Come è noto, a seguito del crash nel 1947 la zona era stata successivamente rastrellata con attenzione alla ricerca di ogni più piccolo detrito. Tuttavia, Kimbler confidava di poter trovare resti di dimensioni ridotte, magari in tane di animali.

È stato proprio in un formicaio, infatti, che Kimbler rinvenì un piccolo pezzo argenteo e piatto, come una mini lastra di alluminio. Questo fu solo il primo di una lunga serie di ritrovamenti di oggetti nella zona: pezzi di metallo in apparenza triturati, bottoni poi scoperti appartenere a uniformi delle Forze Armate a fine anni ’40, chiodi, truciolame, pezzi di latta.

Soddisfatto per quanto rinvenuto, il professor Kimbler decise di fare sottoporre ad analisi i resti che reputava più inspiegabili. Per questo si rivolse all’International Ufo Museum di Roswell, il quale decise di finanziare alcuni test presso il New Mexico Tech di Socorro.

Il laboratorio di Socorro, a seguito di un esame con microscopio e spettrometro, dichiarò che la lastra analizzata era composta di alluminio, silicio, manganese e lega di rame, tutti elementi presenti anche sul nostro pianeta, per quanto la struttura a pellicola del pezzo fosse in ogni caso alquanto inusuale.

A questo punto, per nulla scoraggiato, Kimbler decise di sottoporre il campione a un’analisi isotopica, l’unica in grado di determinare l’origine terrestre o meno del materiale, dal momento che i rapporti isotopici dei metalli hanno caratteristiche uniche in base alla loro provenienza, nel senso che un eventuale metallo non di questo pianeta presenterebbe un rapporto isotopico differente da quello mostrato dallo stesso metallo ma di origine terrestre.

Per svolgere questo test Kimbler si recò presso l’Istituto Meteoriti dell’Università del New Mexico. Qui un tecnico di analisi isotopiche, dopo aver saputo che i detriti provenivano dalle vicinanze di Roswell, si rifiutò di eseguire il test, sostenendo che il solo pensare si potesse trattare di materiale extraterrestre costituiva una sciocchezza, in ciò denotando un atteggiamento totalmente agli antipodi rispetto a quanto imporrebbe il metodo scientifico.

Noncurante dell’ostacolo posto da questo primo laboratorio, Kimbler cercò altri istituti che svolgessero l’analisi da lui richiesta. Con il finanziamento dell’International Ufo Museum di Roswell, Kimbler si rivolse a un altro laboratorio di analisi il quale, dopo soli cinque giorni, gli fece avere i risultati.
Lo stupore fu quasi parossistico nel vedere che, secondo i test effettuati, il magnesio contenuto nel pezzo non era di origine terrestre, distanziandosi di molto dai valori riscontrabili nel magnesio comune sulla Terra. Due sole possibilità rimanevano: il test era stato eseguito in maniera errata, oppure il laminato proveniva davvero da un altro pianeta.

Al momento, stando a quanto dichiarato in questi giorni da Kimbler, altri due laboratori stanno analizzando i detriti recuperati, per cui nelle prossime settimane si avranno ulteriori risultati che potranno comprovare o meno le prime risultanze.


Et in Arcadia Ego…

Quanto finora narrato, però, sarebbe fin troppo idilliaco per l’ufologo, nel senso che rappresenterebbe fin troppo un sogno diventato realtà. A contrastare uno scenario ameno si inserisce una vicenda trasversale, sempre concernente i detriti e il professor Kimbler, che fornisce spunti di riflessione sull’intera vicenda.
Infatti, tra i vari pezzi ritrovati sul presunto luogo del crash, Kimbler ne avrebbe inviato uno tramite corriere alla School of Earth and Space Exploration dell’Università dell’Arizona, a Tempe, allo scopo di fare eseguire ulteriori test. A differenza di quanto si potrebbe prevedere, il pacco è effettivamente arrivato ma, come testimoniato dalla professoressa Lynda Williams, ricercatrice presso detto istituto, al suo interno non vi sarebbe stato alcun frammento.

Le ragioni ipotizzabili possono essere molte: dimenticanza da parte di Kimbler, intercettazione del pacco durante la spedizione con relativo asporto del contenuto, perdita del frammento al laboratorio, occultamento del medesimo presso il laboratorio stesso. Quale che sia la ragione, si è giunti a una decisione discutibile, per quanto motivata presumibilmente da intenti protettivi, da parte del professor Kimbler: non inviare più reperti ad alcun team di ricerca ma solo a propri fidati collaboratori.

Il problema di questa decisione è che si presta a una critica di lapalissiana evidenza, consistente nell’ipotizzare che Kimbler ben saprebbe di non aver scoperto nulla di extraterrestre ma che sarebbe in cerca di un po’ di visibilità.

Non credo sia assolutamente questo il caso, sia per la professionalità del Kimbler sia perché i risultati emersi dalle analisi effettuate dal primo laboratorio permangono, nella loro rocciosa credibilità, a indicare un’origine non terrestre del magnesio contenuto nel pezzo esaminato.

Cionondimeno, Kimbler dovrà ora confrontarsi con questa valanga di critiche provenienti dagli ambienti accademici, i quali, finché non emergeranno nuove prove, avranno buon gioco ad affermare che i test svolti non sono sufficienti per fornire credibilità totale alle risultanze ottenute.
Considerazioni

Il caso del professor Kimbler è altamente paradigmatico. Il primo aspetto che balza agli occhi è come le agenzie di stampa internazionali abbiano praticamente ignorato una notizia di simile valore, preferendo a essa vicende, anche ufologiche, maggiormente atte a fare clamore, ma intrinsecamente supportate da prove di scarso valore (nella migliore delle ipotesi) oppure persino prive del minimo appiglio probatorio. Ciò mostra non solo quanto la via per il disclosure sia lunga, ma anche come i media tendano a fornire un’immagine altamente sviante del fenomeno Ufo, dando risalto agli aspetti più trash che non fanno che allontanare coloro che si trovano in posizioni di apertura mentale ma che, dinnanzi a storie ben oltre i confini dell’incredibile, tendono a rimanere disgustati e a considerare l’intero fenomeno Ufo come il frutto di una montatura.

Al tempo stesso, il caso Kimbler si pone come una vera e propria pietra di paragone: infatti non si può nascondere come le aspettative siano molto elevate, nel senso che, per la prima volta, ci si troverebbe davvero di fronte a una sorta di pistola fumante. Per questa ragione sarebbe auspicabile che il professor Kimbler non si rifugiasse nel cliché di colui che afferma di sapere, di avere in mano prove certe, ma di tenerle per sé poiché “altri” non ben identificati (siano essi agenti del governo o di enti vari) cospirano contro di lui per nascondere la verità. Può essere effettivamente così, ma non sempre la linea di demarcazione con uno scenario alla John Nash è netto come si potrebbe pensare analizzando le situazioni dall’esterno.

Un altro aspetto da non dimenticare è rappresentato dal fatto che, ancora una volta, le maggiori prove a sostegno della realtà di un fenomeno che i benpensanti vorrebbero essere frutto di menti allucinate sono collegate al caso Roswell, caso la cui importanza spesso viene dimenticata dagli stessi ufologi.

L’8 luglio del 1947, infatti, la cortina dell’insabbiamento non si era ancora abbassata sulla vicenda e la verità era ancora osservabile nella sua netta chiarezza, chiarezza che nessuna spiegazione di comodo successiva potrà mai offuscare e il cui nitore è ancora oggi intatto grazie al testo del comunicato, redatto dal tenente Walter Haut, funzionario del Public Information Office del Campo d’Aviazione di Roswell, su ordine diretto dell’allora comandante della base, Colonnello William Blanchard, che recita quanto segue: “Le numerose voci concernenti i dischi volanti sono finalmente diventate realtà ieri, quando il Reparto Informazioni del 509 Gruppo da Bombardamento dell’VIII Forza Aerea del Campo di Aviazione di Roswell ha avuto la fortuna di entrare in possesso di un disco con la collaborazione di un allevatore del posto e dello sceriffo della Contea di Chaves (omissis). L’Aeronautica è passata immediatamente all’azione e il disco è stato rimosso dalla casa dell’allevatore, quindi esaminato nel Campo di Aviazione di Roswell e infine inviato dal maggiore Marcel al quartier generale“.

Al professor Kimbler l’arduo compito di portare la verità fuori dal fango gettatole addosso dai mestieranti della ragion di Stato.

venerdì 5 ottobre 2012

La guerra delle Cristine


In Gran Bretagna gli hanno dato un nome preciso e ormai la seguono come se fosse una telenovela nella sezione geo-politica: “The Christines at war”,la guerra delle Cristine, che sarebbe una fiction a puntate davvero impossibile non seguire. Ci siamo anche noi, dentro, naturalmente, e il nostro ruolo in questa telenovela non è certo dalla parte dei buoni. La Storia ci ha messo nella situazione di dover interpretare il ruolo di quei personaggi che quando entrano in scena, dopo le prime due battute, ci spingono a dare una gomitata al nostro compagno di poltrona per commentare “questo mi sa che fa una brutta fine”. Non siamo certo gli eroi di questa fiction iper-realista.

                                              
      Cristina Kirchner                                                                Christine Lagarde

La nuova puntata (vera chicca per gourmet) si è svolta in un sontuoso teatro internazionale: la East Coast degli Usa, tre giorni fa uno scambio di battute al fulmicotone tra la segretaria del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, dalla sede di Washington –reduce da un incontro ufficiale con il ragionier vanesio- la quale, infantilmente ha minacciato l’Argentina usando di proposito una metafora calcistica “per il momento sto mostrando a quella nazione il cartellino giallo; ma c’è una inderogabile scadenza che è il 10 dicembre 2012. Superata quella data scatterà automaticamente il cartellino rosso e l’Argentina verrà espulsa dal Fondo Monetario Internazionale”. 

La presidente argentina si trovava in quel momento a un tiro di schioppo, stava a New York, al palazzo dell’Onu. Da aggiungere che (gli sceneggiatori sono abili professionisti di mestiere) nell’esatto momento in cui madame Christine minacciava la senora Cristina, la presidente stava parlando all’assemblea dell’Onu a Manhattan perorando la causa dell’indipendenza del Sud America e chiarendo –con gravi toni minacciosi ben coperti dalla consueta retorica diplomatica- che il teatro internazionale geo-politico non è più quello degli anni’70 e che la grande stagione dello schiavismo colonialista è tramontata. Finito il suo intervento, i suoi segretari le hanno comunicato immediatamente l’esternazione della sua omonima francese. E la presidente Kirchner ha dichiarato subito: “L’Argentina è una grande nazione. Ma prima ancora è una nazione grande. 

Abbiamo un vasto territorio baciato dalla fortuna naturale. Abbiamo risorse nostre, che ci consentiranno la salvaguardia della nostra autonomia e della nostra indipendenza. Ma soprattutto siamo un paese orgoglioso che ci tiene alla propria dignità. Vorrà dire che staremo fuori”.

Chi non ha seguito tutte le puntate della telenovela (ci sono stati anche dei morti, come il giovane economista Ivan, in una storia che ho raccontato mesi fa) forse non può seguire in maniera palpitante questo fronte bellico della Guerra Invisibile e potrebbe non capire di che cosa si tratta. Ha a che vedere con la Gran Bretagna, l’Italia, la BCE e la loro relazionalità con il Sud America. Ma soprattutto ha a che vedere con lo scontro tra l’interpretazione keynesiana e friedmaniana dell’economia e con lo scontro dichiarato tra l’interpretazione social-progressista dell’esistenza quotidiana e quella liberista conservatrice. 

Questo duello è stato riportato, dibattuto e commentato in tutto l’occidente. Neanche a dirlo, Italia esclusa. I servizi della, peraltro, brava Daniela Bottero, corrispondente della Rai di New York, parlavano del nuovo ipad5, di come a New York si vive l’incipiente autunno, ammaliandoci con la descrizione variopinta della scelta di Mario Monti relativa a quali ristoranti andare, a quali club partecipare e a quali inviti aderire. 

In Gran Bretagna, invece, (il vero cuore del problema) a questa puntata hanno dato un risalto talmente forte che la BBC ha scelto di destinarle ben cinque piattaforme mediatiche diverse: televisione di stato, radio, sito on line, diretta streaming, l’intera stampa cartacea mainstream. Per evitare di essere subissato dai consueti commenti della serie “dacce ‘sto link”, in un post scriptum, in copia e incolla, trovate l’articolo preso dal sito on line della BBC, sintetico ma esaustivo.

Qual è il contenzioso? Eccolo esposto in maniera molto semplice e sintetica:

Il Fondo Monetario Internazionale sostiene che, sulla base dei propri dati a disposizione, l’inflazione in Argentina ha raggiunto la cifra del 30% in seguito alla irresponsabile azione di emissione di carta moneta da parte del Banco de la Naciòn perché in Argentina è stata scelta (il termine usato è “irresponsabile”) la strada degli investimenti in infrastrutture, salvaguardia del territorio idro-geologico, salario minimo garantito, credito agevolato alle imprese, protezionismo (con aliquote altissime praticate a tutte le multinazionali che in Argentina producono ma non investono il loro profitto in attività locali per favorire la occupazione) e aumento del proprio disavanzo di bilancio al fine di potenziare istruzione pubblica, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. 

Un’inflazione così alta comporta il rischio di “implosione del sistema economico” e quindi il resto del mondo economico, per salvaguardarsi, deve prendere le distanze da un modello economico così disastroso, definito “ormai fuori controllo” e quindi o l’ Argentina si adegua oppure viene espulsa. Una volta fuori, immediatamente verrà chiesto il saldo di tutti i loro bonds, il pagamento di tutte le transazioni internazionali di merci, e l’intero sistema finanziario del pianeta dichiarerà “inagibile” ogni forma di finanziamento all’Argentina, la quale, inoltre, dovrà immediatamente abolire gli investimenti e lanciarsi in una poderosa manovra di austerità, rigore e stretta creditizia, pena la cancellazione dei contratti internazionali di import-export.

Il governo della Repubblica Argentina, invece, sostiene che la propria inflazione è intorno al 9%. E dichiara che i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale non sono dati veri, perché le aziende di rating che hanno fornito le informazioni sono agenzie private finanziate –fatto questo noto- da J.P.Morgan, Citibank e Societè Generale, che sono parte in causa e vogliono destabilizzare l’intero Sud America per avere la possibilità di poterci speculare sopra. L’Argentina, inoltre, ritiene che l’ FMI “ha lanciato un sistema di punizione” nei confronti delle nazioni dotate di un sistema finanziario economico centrale che vieta (come appunto nel caso dell’Argentina) ogni attività finanziaria speculativa sui derivati, perché gli investimenti finanziari sono consentiti solamente su titoli e aziende che producono merci reali. 

Come ultima considerazione, l’Argentina ritiene che il Fondo Monetario Internazionale abbia come compito quello di monitorare la situazione economica delle nazioni senza dover mai intervenire sulla qualità delle politiche economiche nazionali e locali essendo il principio dell’autodeterminazione dei popoli un valore riconosciuto dalla carta internazionale dell’Onu in data 1948.

Queste sono le due posizioni.

Poiché non si tratta di Juventus-Roma (forza capitano) dove il tifo è lecito, ciò che conta, in questo caso, è comprendere di che si tratta. Ma soprattutto che cosa accade se vince una o l’altra delle due Cristine. I rapporti di forza non sono affatto come istintivamente si può credere, ovvero Davide contro Golia, perché c’è un piccolo paese, laggiù nel polo sud, che conta poco o nulla, e da solo si è messo contro i poteri forti. 

Questa è la retorica perdente terzomondista che vive di ideologia e favole sentimentali. Si tratta di un poderoso braccio di ferro politico, che ci riguarda tutti. Italia in prima fila.

(e vi spiegherò più avanti il perché).

Chi vincerà? Non lo so. Però so chi voglio che vinca. E so, con matematica certezza, che cosa accadrà sia nell’uno che nell’altro caso.

Personalmente parlando (qui è il mago che si esprime) penso che abbia molte più chance l’Argentina che il Fondo ;Monetario Internazionale. Il bello è che lo pensano anche i britannici, altrimenti non avrebbero dato un così ampio risalto alla vicenda.

Christine Lagarde fa la voce grossa a Washington, insieme a Monti come partner, perché si sente sicura della vittoria, e a mio avviso sbaglia di grosso. La sua vittoria ha queste tre tappe: il 7 ottobre a Caracas (elezioni politiche in Venezuela, paese fondamentale per l’intero occidente in questo momento); il 6 novembre in Usa (elezioni politiche presidenziali); il 15 novembre, data in cui la troika consegnerà il proprio rapporto sullo stato impietoso della Grecia; a quel punto la nazione ellenica verrà protestata, spinta fuori dall’euro e surprise! invece del contagio, non accadrà un bel nulla se non uno scossone della durata di 48 ore. Si mostrerà e dimostrerà, pertanto, che l’euro funziona e regge ogni urto, la Grecia sprofonderà nella miseria e nell’incertezza (dimostrando che senza l’euro non c’è salvezza) e l’euro sorretta dal petrolio scontato del Venezuela, sorretta da Wall Street (che nei dieci giorni successivi alla vittoria di Romney sarà andata alle stelle con enormi guadagni di tutto il sistema bancario europeo) finalmente si potrà assestare e dare ordini al resto del mondo. Quantomeno alla parte occidentale. Questo è ciò che pensa la Lagarde.

Ma quali armi ha l’Argentina? Enormi, gigantesche. E le sta usando tutte.

Vi racconto una delle armi usate nel recente passato (finito con successo venti giorni fa) relativa a una precedente lontana puntata della telenovela dal titolo “La guerra dei limoni tra le due Crisitne” con una successiva puntata dal titolo “Coke is the real thing, baby!”.

Veniamo alla puntata dei limoni.

Quando nel 2004 l’Argentina, reduce dal suo fallimento, comincia a rimboccarsi le maniche per l’auspicata ripresa, si avvale di diverse forme di consulenza economica, tra cui quella di un gruppo di scienziati tedeschi: per tradizione storica, i tedeschi sono di casa laggiù. Arrivano gli agronomi verdi dalla Germania, portandosi appresso la nuova tecnologia ecologica, evoluta nel campo dell’agricoltura. I tedeschi scoprono che i limoni argentini sono eccellenti. E varano un ingegnoso piano. Grazie al fatto di avere uno sterminato territorio a disposizione, il governo investe una massiccia quantità di denaro per lanciare un sistema di cooperative agricole occupando circa 150.000 ettari per produrre il più vasto limoneto del pianeta. Per avere il frutto ci vogliono anni, ma la tecnologia aiuta. 

Finalmente, alla fine del 2009, ecco i succosi limoni. Vanno al mercato internazionale. La frutta risulta seconda, per qualità, soltanto ai limoni italiani (la più pregiata specie in assoluto) con l’aggiunta del fatto che ha un prezzo di mercato inferiore del 212% ai limoni siciliani, liguri, greci, turchi, spagnoli, provenzali. I più grossi consumatori di limoni in Europa sono tedeschi e britannici, per via della loro alimentazione. Ai tedeschi servono per condire una loro insalata e i krauti di cui sono ghiotti e agli inglesi servono per spruzzare il loro piatto unico quotidiano, i celebri “fish&chips”, cartoccio composto da filetti di baccalà e patate fritte che ben si accompagnano con la pinta di birra al pub, ogni sacro giorno alle ore 17.,30. I tedeschi si avvalgono di forte sconto ma arriva anche la Coca Cola, il cui amministratore delegato, in persona, vola a Buenos Aires e firma un accordo commerciale della durata di 25 anni per avere i limoni con i quali compone la ricetta di ben 22 delle sue 30 bibite sparse in tutto il mondo. L’amministratore dichiara che il 93% dei propri limoni li prende in Argentina, il restante 7% dalla Florida. 

Poco tempo dopo, si passa alla soia. E arriva la Cina: contratto commerciale della durata di 50 anni; acquistano il 92% della produzione nazionale di soia (decine di migliaia di ettari coltivati sempre dai tedeschi) e 10 milioni di vacche. I bovini vengono allevati da produttori argentini nelle sterminate praterie d’altura, macellati, squartati come piace ai cinesi, incartati, messi su giganteschi aerei frigoriferi e ogni giorno partono 50 giganteschi aerei da trasporto che portano a Pechino la carne necessaria per sfamare circa 250 milioni di cinesi. Arrivano anche i giapponesi che si prendono la produzione di acqua minerale di ben 122 ghiacciai del polo sud per un totale di 20 milioni di ettolitri al mese per 50 anni. I giapponesi bevono l’acqua argentina ma non lo sanno. Tutto ciò contribuisce a un aumento del pil argentino dell’ordine di un +5% all’anno e sarà il trampolino di lancio della loro ripresa economica. Dai cinesi, l’Argentina si fa pagare in dollari e bpt italiani; dai giapponesi in dollari e bpt tedeschi. Dai tedeschi e inglesi in euro. Ma nel 2010 la situazione geo-politica cambia precipitosamente. Dall’Unione Europea partono chiare indicazioni di andare all’attacco delle economie floride keynesiane. 

Per un fatto politico. La Gran Bretagna è la prima ad adeguarsi. E’ il primo atto del neo-eletto David Cameron. Non appena insediatosi, scopre che i limoni argentini –all’improvviso- non rispettano i parametri sanitari internazionali. Di conseguenza, si rivolge per protesta all’Unione Europea e Van Rompuy in persona denuncia l’accordo chiedendo una penalizzazione per l’Argentina, oltre a chiuderle l’accesso alle esportazioni internazionali. Per un mese l’Argentina protesta, soffre e si preoccupa. Dopodichè si fanno venire in mente un’ottima idea. 

La Kirchner personalmente scrive una lettera al quartier generale della Coca Cola ad Atlanta dove spiega alla multinazionale che dal giorno dopo non beccano più neppure un limone. Non solo. Avvalendosi della denuncia dell’Unione Europea, confortata dalle dichiarazioni di origine stampate sulle bibite della Coca Cola, si appella all’OMS chiedendo che vengano tolte dalla circolazione in tutto il continente europeo le 22 bibite che contengono limoni argentini “perché prive dei dispositivi di salvaguardia sanitaria previsti dalle convenzioni europee vigenti, visto che l’Europa sostiene che i nostri limoni non vanno bene, si deduce che non possono andare bene neppure bibite composte con i nostri limoni”. Per la Coca Cola si tratta di un danno di circa 25 miliardi di euro. Inizia un contenzioso durato ben 20 mesi, un braccio di ferro tra le due Cristine. Il finale della puntata è noto. Il presidente della Coca Cola tranquillizza la Kirchner dicendole “ghe pensi mi”. E ci riesce. 1-0 per l’Argentina.

Fine della precedente puntata.

Quella prossima, datata 13 dicembre 2012, non si sa come andrà a finire. Ma si sa che cosa accadrà se vince la Christine francese: 48 ore dopo, l’Argentina, accettando l’espulsione, protesterà il contratto con la Coca Cola, dirà ai cinesi che staranno senza carne e senza soia; dirà ai giapponesi che staranno senz’acqua da bere; dirà ai tedeschi che non avranno più il petrolio con lo sconto. E tutta questa gente andrà a chiedere ragioni alla Christine a Parigi. L’Argentina, quindi, avrà come avvocati difensori la Coca Cola, la Cina, il Giappone, l’industria agricola tedesca.

E l’Italia?

Automaticamente fallirà la Telecom, e due giorni dopo la Enel annuncerà che la propria fattura viene triplicata. Intesa San Paolo, Banco Popolare di Milano e Mediobanca subiranno in borsa un crollo di almeno il 40% del loro valore. Perché?

Perché la Telecom è un’azienda decotta. Eppure i suoi bilanci sono buoni: è vero. Ma il profitto (che la tiene a galla) lo prende da Telecom Brasile e da Telecom Argentina, nazioni nelle quali gestisce l’intero sistema di telecomunicazioni digitali, terrestri e satellitari. Verranno subito nazionalizzate. Non solo. Verrà anche nazionalizzata subito anche l’Enel, che gestisce tutto il sistema dei servizi di erogazione di energia elettrica a Buenos Aires, in Bolivia, a Rio de Janeiro e che per la bilancia italiana è fondamentale. Inoltre, verranno messi subito all’incasso bpt italiani per un controvalore di 22 miliardi di euro, proprio alla vigilia di Natale. E se l’Italia non ha da pagare, si arrangi. Che vada a farseli dare da Christine Lagarde.

Per ridurla in sintesi, si tratta, in realtà, di una lotta squisitamente politica. La telenovela sta tutta lì. Non c’entra niente il business, né il commercio, né gli scambi. Proprio no. E tantomeno l’economia.

Come ha detto con molta chiarezza la sudamericana Cristina Kirchner “io pretendo che venga rispettata la mia dichiarazione politica”. E si riferiva allo scontro micidiale a Montevideo lo scorso novembre (quando il giovane economista morì impiccato), nel corso del quale Christine Lagarde la minacciò di sanzioni e isolamento se non cambiava politica economica. 

In quell’occasione la Kirchner disse: “Preferisco avere un’inflazione altissima e spropositata se so che la disoccupazione dal 34% è scesa al 3,5%; che la povertà è diminuita del 55%; che il pil viaggia di un +8% annuo; che la produttività industriale è aumentata del 300%; che c’è lavoro in Argentina, c’è mercato per tutti, e il mio popolo è molto ma molto più felice di prima, piuttosto che avere un’inflazione del 3% come in Italia, dove c’è depressione, disperazione, avvilimento e l’esistenza delle persone non conta più. E questa è un’affermazione politica. Di principio e sostanziale. Non lo ha ancora capito?”

Sembra che non lo abbia capito. Sembra che non lo abbiano capito neppure gli italiani. La crisi economica è uno specchietto per le allodole.

Si tratta di uno scontro micidiale politico tra due diverse modalità, totalmente contrapposte, di interpretare l’esistenza. E in questo scontro, l’economia, lo spread, ecc, sono semplicemente uno strumento di minaccia e ricatto per far passare un disegno politico di espoliazione, espropriazione e schiavizzazione degli esseri umani in Europa.

Altrimenti non si chiamerebbe Guerra Invisibile. Perché non si vede.

Non è certo un caso che la cupola mediatica, in Italia, abbia scelto di non acquistare i diritti per trasmettere le puntate della telenovela delle Due Cristine. Meglio che nessuno la veda.

Ed è meglio anche che nessuno sappia nulla dei limoni, dei verdi tedeschi, ma soprattutto che non venga né detto, né spiegato, né tantomeno mostrato, come se la passano quelle nazioni che hanno avuto l’ardire e l’ardore di dire no all’austerità, no alla sudditanza nei confronti dei colossi finanziari, ma soprattutto no ai diktat delle banche centrali.

Mentre da noi Monti & co. officiano continue messe da requiem dell’ingegno, della creatività, del lavoro e della voglia e bisogno di imprendere della nazione, da qualche altra parte del mondo si balla il tango e la milonga, e ci si sente vivi. Sono molto più poveri di noi, hanno molto meno di noi, sono molto meno ricchi di noi.

Eppure, sono molto ma molto più felici. Non è questo, dopotutto, che conta nella vita dei popoli e delle nazioni?


E voi? Per chi fate il tifo tra le due Cristine?

giovedì 4 ottobre 2012

I fori di Valle Pisco


"...Il dèmone Asmodeo il quale conosce l’ubicazione di tutti i tesori nascosti, fu costretto a rivelare al re che Dio aveva consegnato lo Shamìr a Rahav, l'Angelo (o il Principe) del Mare, il quale non lo affidava mai a nessuno se non, raramente e solo a fin di bene, al gallo selvatico, il quale viveva lontano, ai piedi di montagne mai esplorate dall'uomo. 

Questi se ne serviva per "forestare" intere colline nude e pietrose, producendovi - per mezzo dello Shamìr - innumerevoli forellini, nei quali poi piantava semi di varie piante e di alberi. Ciò veniva fatto nell'imminenza della migrazione di gruppi tribali divenuti troppo numerosi, che più tardi, arrivando sul posto, avrebbero trovato un ambiente vivibile..."


Migliaia di buche delle dimensioni di un uomo sono state scavate nella nuda roccia vicino a Valle Pisco, Perù, su una pianura chiamata Cajamarquilla. Questi strani buchi (pare 6900), si estendono per circa 1450 mt in una banda larga approssimativamente 20 mt di terreno montuoso e irregolare e sono stati qui da così tanto tempo che le persone non hanno idea di chi li ha fatti e perché. Strano e divertente e il fatto che nessuno ha visto l’ immagine nella sua interezza, finché la superficie forata non è stata vista dal cielo.


Gli archeologi hanno immaginato che siano stati scavati per immagazzinare il grano, ma una obiezione si presenta a questa ipotesi: i costruttori avrebbero sprecato anni di duro lavoro per fare depositi così piccoli, non potevano  costruire meno camere e più grandi? Ok, hanno detto gli archeologi; forse  sono stati utilizzati come  tombe per una sola persona a sviluppo verticale? Ma non ci sono ossa, artefatti, iscrizioni, gioielli … nemmeno un dente o una frazione di capello è stato trovato nei buchi. Inoltre non hanno coperchi per sigillare come dovrebbe avere una tomba e non c’è storia sacra o anche  mito che sono  stati tramandati fino ad oggi per etichettarli come tali.


In alcune sezioni ci sono buchi  fatti con perfetta precisione, alcuni allineamenti funzionano in curva ad arco, in alcune linee sono senza ordine alcuno.Variano nella profondità, da circa 6-7 metri a quelli che sembrano solo accennati.A tutt’oggi, nessuno ha idea del perché sono qui, chi li fece e che cosa avessero significato. Erich von Däniken (il noto scrittore svizzero fautore della teoria del paleocontatto) studiò i fori, trovando conferme sulla loro esistenza, prima di visitarli di persona, su di un vecchio National Geographic del 1933. Naturalmente ipotizzò tracce di raggi laser, prove di perforazione per la ricerca di metalli misteriosi ed interventi extraterrestri nelle realizzazione di questa striscia di fori che avanza per centinaia di metri per poi scomparire nel nebbioso Perù andino.


mercoledì 3 ottobre 2012

Ipotesi e teorie sulle civiltà antidiluviane

Cosa serve alla scienza per ammettere che la storia dell'uomo del periodo coincidente alla glaciazione di Wisconsin-Wurm deve essere completamente riscritta dando alla civiltà umana (o mista aliena umana) di quel tempo la dignità che si merita e rivelando a noi, uomini del presente, la Verità sulla età dell'oro e su ciò che esso comporta?

Per l’archeologia ufficiale l’Homo Sapiens, evolutosi in Africa circa 130 millenni fa, si è diffuso in tutta l’Eurasia a partire da 100 millenni or sono. Quindi, circa 40 mila anni fa è giunto in Australia, mentre solo 14 millenni fa arrivò nel Nuovo Mondo, attraversando la prateria detta Beringia (attuale stretto di Bering).

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Secondo questa teoria, solo 10 mila anni fa l’uomo divenne stanziale sviluppando l’agricoltura e dando inizio alla fondazione dei primi centri abitati (Gerico, 8000 A.C.). Vi sono però numerose critiche a questa ipotesi, che sostengono non solo l’inesattezza di questi dati, ma addirittura la possibiltà che l’uomo abbia sviluppato delle civiltà organizzate prima del 9500 A.C.

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In effetti potenzialmente l’Homo Sapiens avrebbe potuto, nel corso dei 130 millenni da quando è apparso sulla Terra, sviluppare varie civiltà agresti o marittime, magari evolutesi su piani differenti all’attuale, più spirituali e meno legate al materialismo. 

Nel corso degli ultimi anni alcuni archeologi hanno trovato in America dei resti umani, che mettono in discussione le teorie ufficiali e portano a riconsiderare l’intero passato dell’uomo, non solo per quanto riguarda le Americhe, ma per l’intero pianeta.


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L’archeologa brasiliana Niede Guidon

L’archeologa brasiliana Niéde Guidon, ha trovato resti di Homines Sapientes arcaici nel Piauì (nord-est del Brasile a circa 700 chilometri dalla costa atlantica), che risalgono a 12.000 anni fa. Le datazioni con il metodo del carbonio 14 hanno provato però che alcuni focolari sono stati utilizzati nella zona oggetto di studio già 60 millenni fa. Questa prova mette in discussione la teoria ufficiale del popolamento delle Americhe secondo la quale i primi abitanti del Nuovo Mondo furono gli appartenenti alla cultura Clovis (deserto del Nuovo Messico), circa 13 millenni fa.

Nel Nuovo Mondo sono stati tanti i ritrovamenti che provano una presenza arcaica dell’uomo, per esempio quello di Monte Verde, in Cile, risalente a 33.000 anni fa. La teoria riconosciuta del popolamento delle Americhe viene così a cadere, e deve essere completata da altre ipotesi, che considerano la colonizzazione del Nuovo Mondo direttamente dall’Africa, ma anche dalla Melanesia e Polinesia. Tutto ciò pone sotto un’ottica nuova l’intero periodo durante il quale l’Homo Sapiens colonizzò la Terra, da 100 millenni fa fino ad oggi.

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Ora, se si considera che durante questo lungo lasso di tempo, la glaciazione di Wisconsin-Wurm (che durò da 110 a 11,5 millenni fa) era al suo massimo, si può affermare che il livello dei mari era più basso di circa 120 metri rispetto all’attuale. Ciò verosimilmente permise all’uomo di spostarsi più facilmente attraverso gli oceani proprio perchè molte terre ora sommerse affioravano sulla superfice dei mari. E’ possibile che alcuni gruppi di umani, appartenenti ad etnie a tutt’oggi sconosciute, abbiano fondato delle città costiere, che successivamente furono spazzate via da spaventose inondazioni?

In effetti molte culture hanno lasciato opere letterarie nelle quali si narra di un diluvio, o di un periodo di sconvolgimenti climatici di portata eccezionale: Atrahasis (mito sumero), l’epopea di Gilgamesh (leggende babilonesi), la Bibbia (la Storia degli Ebrei), Shujing (classico di Storia cinese), Matsya Purana e Shatapatha Brahmana (testi sacri indiani risalenti al primo millennio prima di Cristo), Timeo e Crizia di Platone (Grecia), il Popul Vuh della civiltà Maya, per citarne solo alcune. Secondo molti ricercatori di frontiera, ma ultimamente anche vari geologi e climatologi, il diluvio universale fu proprio la fine dell’era glaciale, e accadde circa 11,5 millenni or sono. 

Alcuni ricercatori del XX secolo hanno ipotizzato che i sopravvissuti di alcune di queste civiltà antidiluviane si siano rifugiati nei luoghi interni dei continenti, in particolare del Sud America, dove avrebbero rifondato alcune città e gettato le basi per nuove colonizzazioni.

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Il colonello inglese Percy Harrison Fawcett

Il primo ricercatore che sostenne questa tesi fu il più grande avventuriero del XX secolo, il colonello inglese Percy Harrison Fawcett. Alla base dei suoi convincimenti vi fu il ritrovamento di un manoscritto (il n.512), conservato alla Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro, nel quale vi era descritto il ritrovamento da parte del bandeirante Francisco Raposo, nel 1743, di una fantomatica città di pietra nascosta nella selva del Mato Grosso, non lontano dal fiume Xingù. 

Fawcett partì varie volte dopo il 1920, esplorando la selva compresa tra i fiumi Xingú e Araguaia, all’altezza della Serra do Roncador. La sua scomparsa proprio nell’area forestale della Serra do Roncador, alla fine di maggio del 1925, non fece altro che ravvivare la leggenda di una misteriosa città antidiluviana, che inghiottì l’esploratore, suo figlio Jack e un amico che partecipava alla spedizione. 

Un altro sostenitore della tesi che i superstiti del diluvio si rifugiarono in Sud America fu l’austriaco Arthur Posnansky, che, nel suo libro Tiwanaku, la culla dell’uomo americano, indica per il sito archeologico vicino al lago Titicaca una data di fondazione che risalirebbe al 10.000 A.C.

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Il fiume Alto Madre de Dios 

Anche le "piramidi di Pantiacolla" (o Paratoari), trattasi di formazioni simmetriche, coperte dalla vegetazione, non lontano dal fiume Alto Madre de Dios (Perù), sono indicate da alcuni come centri di energia utilizzate da popoli antidiluviani che si rifugiarono nella foresta amazzonica molti millenni or sono.

L’ipotesi di civiltà antidiluviane sono state supportate ultimamente anche da alcuni ritrovamenti eccezionali, tutti effettuati sotto il livello dei mari fino a ben 900 metri di profondità. La prima scoperta avvenne nel settembre del 1968 quando il Dott.Valentine, mentre stava nuotando al largo dell’isola di Bimini, nelle Bahamas, osservò una strada pavimentata con enormi blocchi di pietra rettangolari e poligonali. Secondo alcuni, queste pietre ciclopiche, perfettamente squadrate e lunghe fino a cinque metri, ricordano molto i massi di Sacsayhuamán, l’imponente struttura situata a pochi chilometri dal Cusco, a ben 3555 metri d’altitudine sul livello dei mari.

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Fenomeno naturale chiamato “pavimento a tasselli”

Alcuni scettici ritengono che i famosi muri di Bimini non sia altro che un fenomeno naturale chiamato “pavimento a tasselli”, che si origina quando la crosta terrestre viene soggetta a tensione e quindi si frattura in blocchi regolari. Per altri invece, come lo stesso Valentine, ma anche il linguista e scrittore Charles Berlitz, e l’archeologo subacqueo Robert Marx, l’origine della strada di Bimini è artificiale e risale all’era glaciale.

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Sottomarino statunitense Aluminaut

Il secondo interessante ritrovamento, ebbe luogo nel 1969. L’equipaggio del sottomarino statunitense Aluminaut, scoprì per caso, nel fondale della Florida, a 900 metri di profondità, un’altra strada lunga più di 20 chilometri costituita di alluminio, silicio e ossido di magnesio. Ancora oggi non si sa se la misteriosa via sottomarina sia opera di una civiltà evoluta o semplicemente uno stranissimo scherzo della natura. 

Nel 1987 sono state individuate al largo dell’isola Yonaguni, la più a sud delle isole Ryukyu, in Giappone, delle strane formazioni megalitiche, a partire dalla profondità di 40 metri.

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Lo scienziato Masaaki Kimura

Lo scienziato Masaaki Kimura visitò le strutture subacquee e dopo attenti studi giunse alla conclusione che l’artefice di quell’opera ciclopica non può essere che l’uomo. Il cosiddetto monumento di Yonaguni, detto anche la “tartaruga” è una grande struttura di roccia rettangolare di 150 x 40 metri, alta 27 metri. La cima del monumento si trova a cinque metri sotto il livello dell’acqua. Secondo l’archeologo subacqueo Sean Kingsley, queste mura, i cui lati sono perpendicolari tra loro, sono opera dell’uomo. Per Kimura invece queste strani monumenti possono essere stati modificati dall’uomo in un epoca pre-diluviana, quando i ghiacci coprivano gran parte dell’emisfero boreale e il livello dei mari era più basso dell’attuale. 

Nel 2000 l’Istituto nazionale di Tecnologia Marina dell’India annunciò di aver trovato, nel fondale prospiciente la costa dello stato del Gujarat, a 40 metri di profondità, delle strutture megalitiche simili ad una città. Alcuni archeologi indiani confutarono questa notizia, dicendo che era stata diffusa non seguendo stretti canoni archeologici, ma soprattutto per motivi politici, ovvero per dare all’India il primato di avere dato i natali alla prima civiltà del mondo.

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Il Ministro per la Scienza e Tecnologia Murli Manohar Joshi 

Nel 2001 però il Ministro per la Scienza e Tecnologia Murli Manohar Joshi annunciò ufficialmente la scoperta: le strutture sommerse trovate nel golfo di Khambat (Cambay) sono i resti di un’antica città che fu cancellata da inondazioni improvvise. Si affermò anche che le rovine dimostrano una notevole somiglianza con i resti delle civiltà della valle dell’Indo, che si svilupparono ad Harappa e a Mohenjo-Daro, intorno al 2700 A.C. 

Verso la fine del 2001 furono trovati dei pezzi di legno carbonizzato nelle vicinanze della città sommersa, che vennero datati, con il metodo del carbonio 14, 9500 anni prima di Cristo. Nel 2003 e 2004 l’Instituto Nazionale di Tecnologia Marina dell’India fece altre esplorazioni subaquee, durante le quali furono recuperati dei pezzi di ceramica, indizi di attività artistica e artigianale di un popolo antico. I reperti furono inviati in alcuni laboratori indiani ed europei e, per mezzo del metodo della termoluminescenza, furono datati da 13 a 31 millenni fa. Il geologo indiano Batrinarayan confermò l’autenticità dei ritrovamenti, sostenendo che le reliquie sono state sottoposte ad analisi con la tecnica della diffrazione dei raggi X. In base a questi ritrovamenti la città sommersa di Khambhat sarebbe stata la più antica del mondo risalendo a 9,5 millenni or sono.

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L'oceanografa canadese Paulina Zelitsky

Nel maggio del 2001 la oceanografa canadese Paulina Zelitsky, responsabile della Advanced Digital Communications Company decsrisse i risultati di una esplorazione marina nel Mar dei Caraibi, detta Exploramar. Utilizzando un sofisticato robot, dotato di sonar, magnetometro e videocamera, che fu calato nelle profondità del mare e comandato a distanza con un cavo a fibra ottica, fu possibile mappare una zona di fondale immensa, e i risultati furono stupefacenti.

Delle enormi strutture megalitiche situate a ben 600 metri di profondità sono state trovate al largo del Cabo San Antonio, o penisola Guanahacabibes, nell’estremo ovest dell’isola di Cuba. Le strane formazioni sommerse, cubi, parallelepipedi e piramidi, si estendono per ben venti chilometri quadrati. Per la loro grandezza e complessità, sono state battezzate Mega. Per molti è semplicemente una città impossibile, che non si può spiegare con le tecniche scientifiche attuali. Per altri invece le enormi pietre squadrate sono i resti di antiche mura ciclopiche, in quanto dopo un’attenta analisi si giunge alla conclusione che un tempo dette pareti furono esposte agli agenti atmosferici, poiché vi si trovano i resti di un’antica ossidazione. 

Inoltre in base alle fotografie e ai video divulgati, si nota che esistono delle strutture ripetute come fossero muri utilizzati per abitazioni. Il geologo Manuel Iturralde, che partecipò alle ricerche, sostiene che è possibile che le rovine sommerse siano attribuibili a una civiltà anti-diluviana, che risalirebbe al decimo millennio prima di Cristo.

In seguito a tutti questi ritrovamenti si può giungere alla conclusione che le possibilità che siano esistite delle etnie antidiluviane sono numerose. In effetti lo studio del lunghissimo periodo di tempo durante il quale l’Homo Sapiens ha dominato il pianeta (130 millenni), è solo agli inizi: sembra abbastanza riduttivo pensare che solo a partire dal 8.000 A.C. sia nata la civiltà. 

La nostra visione, che definisce la civiltà come una società di persone che praticano l’agricoltura e vivono in villaggi, dandosi delle regole comuni di comportamento, potrebbe essere limitata. Probabilmente alcuni gruppi di umani, pur non raggiungendo livelli tecnologici più avanzati, avevano sviluppato una rete di collegamenti marittimi e praticavano il commercio, basato sul baratto. Non avevano previsto però che la natura può essere a volte brutale, e molti di loro perirono durante gli sconvolgimenti climatici della fine della glaciazione. E’ verosimile pensare che i sopravvissuti si addentrarono all’interno dei continenti, dove poi si mischiarono con altri loro simili.

La prova definitiva di queste ipotesi tuttavia non è stata ancora dimostrata. Probabilmente è il Sud America che, con le sue foreste ancora oggi impenetrabili, racchiude il mistero delle civiltà antidiluviane che prosperarono durante la lunghissima era glaciale. Siamo solo agli inizi di questa avvincente sfida. Il nostro lontano passato, potrebbe fornirci preziose informazioni non solo sulle nostre origini, ma anche su come affrontare il futuro, migliorando così la nostra vita, soprattutto sul piano della serenità.

Fonte:

martedì 2 ottobre 2012

La sconosciuta preistoria d'Europa


15000 anni fa il suolo europeo era un’immensa lastra di ghiaccio. 

Ma sulle coste atlantiche una civiltà complessa, una magica forma d’arte fiorivano, lasciando inequivocabili tracce di sé nelle grotte di località disseminate tra la Francia e la Spagna. A Lascoux, a Combarelles, in Dordogna ancora oggi si ammirano gli affreschi risalenti alla cosiddetta cultura “magdaleniana”; e lasciano stupiti per le intuizioni di prospettiva, per la essenzialità del tratto con la quale le figure animali furono fissate per l’eternità. Mandrie di bisonti, sulle pareti di quelle grotte, ancora corrono, ancora fissano con uno sguardo arcano. 

Tra di loro ogni tanto appare la silhouette di un cervo o di un cavallo. Dovevano essere cacciatori, uomini inossidabili, gli artisti che diedero colore a quelle forme. Alla cultura magdaleniana corrisponde antropologicamente l’Uomo di Cro-Magnon: alto, muscoloso. Cacciatore primordiale, abituato a combattere tra i ghiacci della preistoria europea. Infatti, quando il clima divenne più mite paradossalmente anche la sua cultura si estinse. La civiltà dell’uomo dei ghiacci, apparsa sulle coste atlantiche nord-occidentali, sembrò sciogliersi insieme alla glaciazione. 

Ma forse furono i suoi eredi, quelli che a distanza di cinquemila anni, innalzarono sempre nell’Europa Nord-Occidentale poderosi blocchi megalitici. Imprimendo adesso il proprio genio nella pietra squadrata, così come gli antenati l’avevano impressa nel colore e nelle forme tratteggiate.

Jean Mabire, Thule. Il sole ritrovato degli Iperborei

Paolo Marini, ricercatore dell’Istituto di Fisica Nucleare di Frascati, ed anche appassionato cultore dell’alta antichità ricostruisce questo affascinante scenario, in un libro edito da Mursia e intitolato Atlantide. Ma perché mescolare i fantasmi della classica isola-che-non-c’è, con le ricerche di una disciplina che necessariamente deve aggrapparsi a prove tangibili, resti materiali analizzabili?

Marini anticipa l’obiezione, seguendo nel suo libro un doppio percorso. Uno è quello strettamente legato ai dati archeologici. L’altro vola invece nel regno astrale della immaginazione dei popoli, della leggenda imperitura. L’autore mostra come i due sentieri, così diversi, procedano in parallelo, talora con una “sincronia” sconcertante. Resta al lettore concludere – in base alla propria forma mentis e agli altri dati di cui è a conoscenza – se le due rette alla fine si intreccino in un nodo stringente.

Ma partiamo dai dati positivi: sul finire della preistoria sulle sponde occidentali dell’Europa si manifesta una cultura che conosce l’agricoltura, la pulitura della pietra, le tecniche della ceramica. Una cultura che è capace di smuovere enormi blocchi e di organizzarli in complessi sistemi megalitici. L’area geografica della civiltà megalitica va dall’Irlanda alla Britannia, dalla Francia alla penisola iberica, lambisce anche la Sardegna e Malta. Geograficamente questa civiltà Europea-Occidentale è anteriore a quella degli egizi e a quella dei sumeri. 

L’ipotesi dell’Ex Oriente Lux, della trasmissione degli elementi fondamentali della civiltà da Oriente verso Occidente perde pregnanza alla luce delle applicazioni del metodo del carbonio-14. Nel 4500, quando le civiltà del Nilo e dell’Eufrate albeggiano, la civiltà megalitica dell’area intorno a Dresda è in piena fioritura. Tipiche di questa civiltà sono i Dolmen – celle sepolcrali, talora orientate in direzione della luce sorgente al solstizio d’inverno – e i Menhir, grandi blocchi verticali, che col passare del tempo tendono ad assumere elementi antropomorfi. Mentre queste forme architettoniche appaiono il livello del mare continua a salire e le terre costiere continuano ad inabissarsi per effetto dell’aumento della temperatura: per questo oggi troviamo menhir conficcati sotto il fondale oceanico e file di menhir che malinconicamente “si tuffano” nell’oceano.

Gli effetti fondamentali della fine della glaciazione sono infatti tre: i ghiacci si ritirano verso Nord, a Sud il Sahara da luogo verdeggiante diventa arido e desertico, e sulla costa atlantica le terre gradualmente, inesorabilmente sprofondano sotto il livello del mare. È un destino questo che caratterizza anche la storia geologica del continente americano: le coste orientali dell’America arretrano dopo la glaciazione di oltre un centinaio di kilometri.

Tilak Bâl Gangadhar, La dimora artica nei Veda

Terre sommerse agli albori della storia mondiale. Popoli civilizzati che dalla regione atlantica si spostano più a Est. Qui davvero il passato archeologico sfiora il passato leggendario. Platone parlò di un’isola sacra a Poseidon posta al centro dell’oceano che fu sommersa dai mari, la cui capitale aveva sei cerchi concentrici (è lo stesso modello del complesso megalitico di Stonehenge). La leggenda di Atlantide è condivisa dai Celti, dai Vikinghi, dai Berberi del Nord Africa, che ricordavano il bellicoso regno oceanico di “Attala”. 

Ed enigmaticamente si ritrova tra gli Aztechi, che ricordavano di provenire dall’Aztlan, posto al centro dell’oceano atlantico. Di questa Atlantide non si è mai trovata traccia tangibile, al di fuori dei ricordi del Mito. Ma l’archeologia ci restituisce oggi un destino preistorico di terre sommerse e di migrazioni di popoli.


lunedì 1 ottobre 2012

Il Futuro. La Rinascita Sociale Globale

Il Direttore del SCNARC Boleslaw Szymanski, Claire and Roland Schmitt Distinguished Professor al Rensselaer: "Quando la minoranza rimane sotto il 10%, non c'è un progresso visibile nella diffusione di idee. Servirebbe un tempo paragonabile all'età dell'universo perchè la convinzione di questo gruppo raggiunga la maggioranza"

"Quando questo numero supera il 10%, l'idea divampa come un incendio"

Aiutatemi a portare il Progetto Atlanticus all'attenzione di molti! Condividetelo sulle vostre pagine!

Tocca a noi. Non sarà con le armi che vinceremo il nuovo ordine mondiale - saranno la consapevolezza e la verità gli strumenti con le quali conquisteremo la nostra libertà.


http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=12607

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