venerdì 23 ottobre 2015

Igor Sibaldi e la Disobbedienza


"Se la tua dimensione spirituale smette di essere un'attività per il tempo libero e diventa un atto rivoluzionario ti prepari a disporre un diverso tipo di libertà: una volta si chiamava «eresia» che significa «libertà di scelta». Per comodità, la chiameremo: disobbedienza."
 

mercoledì 21 ottobre 2015

Voodoo

La parola “‪Voodoo‬” è un termine artificiale per le religioni Afro-Americane di Haiti. Per tali culti sono stati coniati molti termini differenti, più o meno discreditati, Hoodoo, Voudoun, Vodoun, Voudou, Voudu.

Viene usato nel seguente articolo il termine Vodoun per riferirci in modo specifico al ‪culto‬ Haitiano ed a quello originario ‪‎Africano‬.

E' estremante interessante approfondire questo tema ricercando anche in questo caso analogie con quanto abbiamo affrontato nel corso delle nostre ricerche specialmente per quanto concerne l'aspetto "invisibile" legato alla metafisicità e alla natura dei soggetti coinvolti e presenti nei vari piani in cui il culto rappresenta e descrive il mondo.

La parola “Voodoo” è un termine artificiale per le religioni Afro-Americane di Haiti. Per tali culti sono stati coniati molti termini differenti, più o meno discreditati, Hoodoo, Voudoun, Vodoun, Voudou, Voudu.

Useremo qui il termine Vodoun per riferirci in modo specifico al culto Haitiano ed a quello originario Africano. 

Santeria è la religione magica praticata nei Carabi Spagnoli e derivata dalla tradizione Africana Yoruba, Obeah è la forma di culti ritrovati nelle Indie Occidentali Britanniche, e il Candomble è il culto Brasiliano. 

Al di la delle ovvie differenziazioni essi sono tra loro abbastanza simili da non essere distinguibili dall’esterno.

Le tradizioni religiose di popolazioni provenienti dai regni di Dahomey, Yoruba, Ashanti, Mandino e Congo ed appartenenti a molte tribù tra le quali Arada, Ibo, Nago, Mayombes, Mines, Fons, si fusero ad Haiti con altre tradizioni Africane, con elementi della tradizione esoterica Europea, con Magia rituale e con il Cristianesimo, creando una fede unica sopravvissuta alle peggiori persecuzioni. Sebbene ciascuna di queste tradizioni Africane avesse il proprio pantheon di deità e il proprio particolare sistema di credenze, ad Haiti tutte ritrovarono e compresero gli elementi comuni, ed espandendo la loro conoscenza allo spirito del mondo, le loro pratiche si sono evolute nel sacro sistema del Vodoun.

Sacerdote Vodoun in un Ospedale di Guarigione 
nel Togo (Africa occidentale)

Gli Africani assorbirono anche alcune credenze e pratiche degli indiani nativi, ritrovarono gli elementi comuni e si resero conto che essi conoscevano e  comprendevano gli spiriti di questa nuova terra. Il nome Azacca per esempio, un Loa della fertilità e dell’agricoltura, è derivato dalla cultura indiana del mais; i Loa venivano posti in pietre sacre come i nativi facevano con gli Zemi Caraibici; alcuni veve (disegni simbolici usati nelle cerimonie) realizzati dai nativi sono usati nelle cerimonie Vodoun ed il linguaggio sacro del Vodoun  contiene parole indiane. 

La chiave della relazione tra i nativi Caraibici e gli schiavi Africani fu nella natura politeistica dei loro credi religiosi, che li resero tolleranti alle vie spirituali degli altri popoli. Lo Zemi Indiano connota sia lo spirito dei morti, sia il vivente senza anima e la pietra feticcio con la quale viene compiuta la magia. La parola “Zombie” viene dall’Indiano Zemi; lo stesso dicasi per il Loa Simbi, patrono delle piogge, e Baron Samedi, Signore della morte e del cimitero.

Non è un’esagerazione dire che il Vodoun è una delle religioni più fraintese e male interpretate di tutti i tempi.

La persecuzione del Vodoun iniziò quando i Francesi proprietari di schiavi, sospettosi e fortemente timorosi di pratiche e culti estranei alla loro limitata esperienza, posero fuori legge i culti degli schiavi ad Haiti. 

(In retrospettiva, facevano bene a temerli in quanto il Vodoun giocò un ruolo determinante nella successiva rivolta degli schiavi).   Negli anni ’30 una persecuzione di massa cercò senza risultato di eliminare il Vodoun dal mondo. La cinematografia di Hollywood negli ultimi 50 anni non ha fatto altro che rafforzare una visione alterata e corrotta dei culti Vodoun, producendo impressionanti racconti di zombie, stregoneria malvagia e rituali assassini, che hanno rafforzato l’associazione occidentale del Vodoun ad immagini di magia nera, malefici, spilloni infilzati in bambole e sacrifici umani. 

Molti tentativi sono stati fatti per liberare il mondo da questa religione considerata impropriamente “demoniaca”. 

L’uso della magia e la pratica della trance da possessione è stata ed è del tutto aliena e terrificante per molte persone nate e cresciute nelle tradizioni Cristiane e le sue divinità sono visti come demoni piuttosto che esseri divini. 

Ciò nonostante, nel 1996, il Vodoun è stata dichiarata la religione ufficiale del Benin, in Africa Occidentale, la sua terra di origine.

Uno degli aspetti centrali delle pratiche Vodoun è la guarigione di persone malate. L’attività di guarigione costituisce probabilmente il 60% di tutta attività Vodoun. I guaritori operano con erbe, la fede guaritrice, con l’aiuto dei Loa e di altri spiriti. 

Praticamente ogni servizio Vodoun prevede sacrifici animali. Uccidendo l’animale si libera la vita. I Loa sono resi esausti dall’impegno di governare l’universo, così ricevono questa vita sacrificata e sono da essa ringiovaniti. Essi dimostrano soddisfazione dall’uso di questa pratica. 

Il Vodoun è un sistema a tre livelli di iniziazione: Kanzo, Sur Pointe e Asogwe. Essi possono essere percorsi uno alla volta, come nei sistemi occidentali, ma è raro che avvenga. Più spesso il praticante resta al livello di iniziazione che ottiene dall’inizio ed essa non è necessaria per essere un Vodouista. L’iniziazione Kanzo è il livello più basso, quello del devoto. L’iniziazione Sur Point conduce ulteriormente nella tradizione di un particolare Loa e permette di essere considerati sacerdoti o sacerdotesse. L’iniziazione Asogwe è la suprema autorità umana, e può iniziare a qualsiasi grado.

Il sacerdozio Vodoun prevede sia uomini, detti houngan, che donne, dette mambo. 

Le loro funzioni sono la guarigione, praticare cerimonie religiose per chiamare o pacificare gli spiriti, tenere iniziazioni per nuovi sacerdoti, predire il futuro ed interpretare i sogni, realizzare incantesimi e creare protezioni, creare pozioni per vari scopi (dagli incantesimi d’amore a quelli di morte). Per ognuno di questi servizi essi possono ricevere un pagamento, ma alcuni non vogliono essere pagati.

L’houngan e la mambo, sono un intermediario per convocare il Loa ed aiutare il Loa a partire quando il suo compito è finito. L’houngan o la mambo ricevono totale autorità dai Loa, e per questo l’houngan è spesso chiamato papa o papa-loa, mentre la mambo è chiamata maman o mama. Altro compito dei sacerdoti è quello dell’analisi degli uomini. Si ritiene che tutti possiedano due spiriti: il ti-bon-ange, che è simile alla coscienza nella concezione occidentale; ed il gros-bon-ange che è simile all’anima della teoria occidentale ma solo più staccata dalla persona. Per esempio, quando un uomo o una donna si presentano davanti a Dio è il gros-bon-ange che presenta la persona ed espone il suo caso. 

Dopo che una persona muore il gros-bon-ange va in un luogo sotto le acque. Dopo un anno e un giorno il defunto torna dai suoi familiari che possono richiamare il gros-bon-ange. Sfortunatamente questo è un servizio molto dispendioso che può richiedere un significativo sacrifico animale, spesso di un bue. Questo ritarda considerevolmente l’esecuzione del servizio religioso e se trascorre troppo tempo il defunto rimane senza riposo e può causare disagi e malattie.

Sacerdote di Shango-Heviosso

Il Pantheon degli dei, chiamati Loa o Misteri, associati con la religione del Vodoun è enorme e aumenta sempre, con deità locali e spiriti ancestrali.

Nella cosmologia del Vodoun ci sono tre livelli di divinità:

-  Mawu-Lisa: 

La religione del Dahomey è governata dal supremo spirito chiamato Mawu-Lisa. Egli è spesso concepito come la deità creatrice androgena che dispose l’ordine dell’universo prima di creare la vegetazione, gli animali e l’umanità.  Il popolo Fon celebra la creazione in una settimana di quattro giorni. Il primo giorno Mawu-Lisa stabilì l’ordine universale e creò l’uomo dall’acqua e dal fango. Il secondo giorno rese ospitale la terra per il genere umano. 

Il terzo giorno, gli umani ricevettero la vista, la parola, e la comprensione del mondo in cui vivevano. Infine, l’ultimo giorno Mawu-Lisa presentò all’uomo gli strumenti della tecnologia. Questa figura, a volte riferita come due entità gemelle separate, Mawu (spirito femminile) e Lisa (spirito maschile), è quindi il creatore del mondo e la divinità suprema. Ad Haiti, Gran Met, o Gran Maestro, anche conosciuto con Bondye, dal francese bon dieu, è la  divinità suprema, un’entità che preside allo spirito del mondo ma non è direttamente adorato. 

Egli ha assunto il ruolo di dio supremo e Mawu-Lisa è stato per lo più dimenticato. Mawu, l’aspetto femminile, è associato con l’Est, la luna notturna, la fertilità, la maternità e la notte. Lisa, l’aspetto maschile, è associato con l’Ovest, il sole diurno, il calore, il lavoro e la forza. Mawu-Lisa è onnipotente e buono, ma viene considerato troppo trascendente ed inconoscibile per l’adorazione personale. Quindi i servitori Vodoun pregano i Loa, creazioni di Mawu-Lisa che non sono soggetti alle leggi della natura e posseggono qualità divine, spesso equiparate a quelle dei santi cristiani. 

- I Loa, o Lwa, i Misteri, le divinità centrali all’adorazione. 

I Loa non sono precisamente dei, ma piuttosto antenati, grandi uomini e donne, Re e Regine, e divini messaggeri. Essi sono i vari spiriti dei membri della famiglia; gli spiriti delle maggiori forze dell’universo: bene, male, vita, morte, riproduzione, salute e tutti gli aspetti della vita quotidiana. Essi possiedono i sacerdoti e le sacerdotesse durante  i riti cerimoniali e forniscono messaggi, consigli, divinazioni, apportano guarigioni, assistono nei rituali, ricevono le offerte sacrificali ma anche possono provocare danni e malefici. 

Nella maggior parte dei riti i Loa possiedono gli Iniziati, cioè prendono possesso temporaneo del loro corpo e della loro mente. Quando un Loa entra in una persona l’entità di questa persona se ne va, anche se non è chiaro dove. Il corpo è della persona ma in quel momento egli è effettivamente il Loa. 

Il nome Loa o Lwa trova origine dal linguaggio della tribù Fon (Dahomey), e sostituisce il nome Orixa, pressoché con lo stesso significato, ma originario della tradizione Yoruba.  

-  Gli Spiriti ancestrali dei Defunti e gli spiriti dei santi. 

Essi sono sempre presenti con il praticante, anche precedentemente all’iniziazione.  In genere le anime dei membri defunti della famiglia che non sono stati riconosciuti. I defunti della famiglia che sono ignorati sono spesso pericolosi mentre onorarli e prendersene cura produce aiuto e buona sorte. 


martedì 20 ottobre 2015

Il Vegvisir

Il Vegvísir, che in islandese significa “cartello” è considerato un simbolo magico, avente lo scopo di aiutare il portatore a trovare la giusta strada lungo il percorso della vita fisica e di quella metafisica.

La parola deriva da due termini islandesi: Veg e Vísir. Veg è un abbreviativo di "Vegur" e significa "strada" o "percorso", e "Vísir" sta per "guida" o "guide".

In epoca moderna è stato interpretato come un simbolo di distinzione e patriottismo degli islandesi in quanto è uno dei pochi simboli “magici” che sono stati trovati solamente in Islanda, al contrario di altri che sono presenti anche in altri territori che furono soggetti alla dominazione vichinga.
 
Le leggende narrano che i vichinghi islandesi, già intorno alla fine del IX° sec., lo tracciassero abitualmente sulle navi per non perdere la rotta e sapersi orientare anche nelle peggiori condizioni meteorologiche.

In molti casi veniva tracciato con la saliva, con un carboncino o con il sangue anche sulla fronte o nella parte interna dell’elmo.

Come molti dei simboli magici di tale matrice anche il Vegvísir necessita, per essere efficace, del cosiddetto "testimone", ossia una componente biologica del portatore: sangue, saliva o fluidi corporei, tessuti ecc., che devono essere parte integrante del supporto su cui il simbolo è disegnato, o essere il portatore stesso tale "supporto".

Di contro c'è da rilevare che, allo stato attuale delle ricerche, su nessun reperto di nave o tomba di marinaio è mai stato rinvenuto un Vegvisir, come anche di altri simboli che ci si aspetterebbe essere presenti.
 
L’attestazione più importante si riscontra nel cosiddetto "Manoscritto Huld”.

L’“HULD MANUSCRIPT”, ossia il Manoscritto Oscuro è il nome dato ad un grimorio islandese, una raccolta di racconti e incantesimi, compilato da Geir Vigfusson (Geir Vigfússyni ) nel 1847.

Dalle poche fonti disponibili sembra che per tale redazione egli abbia attinto da altri tre codici più antichi, di cui uno proveniente da Seltjarnarnesi, vicino Reykjavik (1810), un altro era intitolato “Galdrastafir og Náttúra þeirra” ossia “Magia e Natura”, e conteneva i sigilli magici ma non le iscrizioni; del terzo , invece, a parte la citazione non sappiamo nulla.
 
Huld è anche il nome di una maga e veggente che compare in due saghe norrene: la “Yngling”[1] e “Sturlunga”[2]. In un racconto islandese di Snorri Sturlusson (1178-1241) scopriamo che era un’amante di Odino e genitrice di due semi-dee, che presero il nome Þorgerðr e Irpa.

Se guardiamo l'etimologia, "Huld" significa "nascosto" o "Segreto" e deriva dal norreno "Hulda": è una radice presente anche in molti altri termini di derivazione germanica.

In una pagina del manoscritto, nel quale viene mostrato, oltre al nome è riportata la seguente frase:

"if this sign is carried, one will never lose one's way in storms or bad weather, even when the way is not known"

(Se qualcuno porta con sé questo simbolo, non perderà mai la propria strada nella tempesta o nel cattivo tempo, anche se percorre una strada a lui sconosciuta).

Lo ritroviamo anche anteriormente in un grimorio, sempre Islandese, chiamato Galdrabók, un “Libro di Magia” risalente al 1600; un piccolo manoscritto contenente una raccolta di 47 incantesimi e compilato da quattro persone diverse, dei quali i primi tre erano islandesi ed il quarto era un danese che lavorò su materiale islandese.
 
Nella “Hrana saga ring”, una delle più antiche saghe islandesi viene solo citato nel seguente assaggio: "Il tempo era nuvoloso e tempestoso ... il re si guardò intorno e non vide l'azzurro del cielo ... poi il re prese in mano il Vegvísir e videro dove [il sole] apparso nella pietra."
 
Non è semplice stabilire con precisione cosa esso rappresenti.

E' generalmente definito come una “Bussola Runica” o “Compasso”, un segnale di direzione; rappresenta lo “scorgere il modo in cui avvistare la via”.
 
L'origine dei Pentagrammi o Doghe Islandesi
 
Il Vegvísir viene fatto convenzionalmente rientrare in una "famiglia" di simboli complessi islandesi chiamata Staves, Doghe o Pentagrammi.

I maggiori ricercatori islandesi sono portati a supporre che siano originari di una particolare linea di famiglia o interna ad una certa area geografica e, di conseguenza, molto più antichi dei manoscritti in cui, abbiamo già visto, essere raffigurati.
 
In molti di questi pentagrammi si ravvisano elementi grafici che richiamano le rune scandinave e altri, più occulti, probabilmente tardo-medievali e rinascimentali;. altri ancora sembrano essere influenzati da simboli cabalistici e indicazioni allusive dei vecchi dèi norreni, come Odino e Thor, oppure di Salomone e del Cristo. Tutto l'impianto generale appare come un interessante mix di vecchie e nuove credenze magico-fideistiche, simile a quello anglosassone ove si mescolato il cristianesimo con riti quali l'Aecerblot, che compare nel Libro Exeter nel 10° sec.
 
La maggior parte di questi simboli magici sembrano essere stati ideati per aiutare a risolvere i semplici problemi nella vita quotidiana quali la cattura di un ladro, la sconfitta di un nemico, aiutare a guarire il bestiame, maledire gli animali di un altro, aiutare a preservare il cibo e il raccolto, favorire la pesca o prevenire la morte per annegamento.
 
Tutto l'insieme costituisce un quadro di quella che era la vita nel 17° secolo in Islanda. Con lunghi inverni bui, terreni poco adatti alle colture e mari ghiacciati, la vita era implacabile. La "buona sorte" sembrava essere una componente fondamentale nella società e gli islandesi facevano tutto il possibile per influenzare a proprio favore la "fortuna". In tempi di carestia sarebbero stati tentati di derubarsi l'uno dall'altro e le dispute sarebbero sfociatenella violenza. Una certa reputazione di forza e la capacità di intimidire rappresentavano fattori importanti per la sopravvivenza e molti pentagrammi sono stati creati per consentire al portatore di acquisire tale status e allontanare da sè le negatività.
 
Tra il 14° e il 17°, le streghe o presunte tali, erano vittime, in europa, di una caccia serrata e spietata. E' singolare come, a differenza dell'Europa continentale, la maggior parte delle streghe islandesi che sono state perseguite e arse sul rogo erano di sesso maschile; le donne venivano solitamente giustiziate per annegamento!

Come in tanti altri casi, ormai tristemente noti, le accuse di stregoneria costituivano un potente strumento per liberarsi dei nemici, migliorare la propria situazione o vendicarsi nei confronti di un clan o una famiglia rivale.
 
E' interessante notare come anche nella ritualistica Voodoo, siano presenti alcuni sigilli aventi delle strutture somiglianti alle doghe. La si considera, generalmente, una delle religioni più antiche, valutando sempre la forma "moderna", nata tra il 1600 e il 1700, pressoché contemporanea in America latina e in Africa occidentale, come una continuazione diretta di una forma originale più arcaica.

Il primo sigillo in alto a sinistra è decisamente il più interessante: prende il nome di Ash Rey, ed è uno degli Ash più potenti ed antichi ( Ash o Cenere è il termine con il quale si fa riferimento ad uno spirito o entità).

L'evocazione di tale entità avviene mediante un rituale abbastanza articolato, che prevede anche l'utilizzo di altri simboli. E' ben specificato nei vari testi Voodoo che l'Ash Rey non deve essere utilizzato per le piccole questioni personali ma soltanto per situazioni veramente importanti. Non è difficile osservare la somiglianza con lo Ægishjálmur (qui in basso) il cui scopo era quello di proteggere dagli abusi di potere e suscitare timore negli altri.
 
I glifi del Vegvísir
 
Appare piuttosto evidente che il Vegvísir sia un elemento simile ma estraneo alla famiglia dei pentagrammi. Esso incorpora in sè 8 differenti glifi, allo scopo di rendendere il simbolo globale omnidirezionale e più adatto per la difesa contro molti tipi di ostacoli che potrebbero causare lo smarrimento della giusta strada intesa nel senso più ampio del termine.
 
Si mostra come una bussola che, ricordiamo, ha lontane origini cinesi, ma il primo riferimento in Europa occidentale è il "De nominibus utensilium" di Alexander Neckam (1180-1187) e non era, quindi, uno strumento di cui i vichingi potessero disporre.

Qualcosa di simile la conoscevano: se ne parla anche in questo caso nelle varie saghe menzionandole come "Pietre del Sole", con cui gli antichi navigatori del Nord riuscivano a localizzare la posizione di un astro per orientarsi in qualsiasi condizione climatica.

Al termine di ricerche durate decenni il mistero sembra essersi svelato con il ritrovamento di frammenti di dello "Spato d’Islanda", un cristallo di calcite trasparente, effettivamente reperibile in Scandinavia, in grado di polarizzare la luce solare e di rifrangerla, consentendo con una semplice rotazione di collocare esattamente la posizione del grande astro nel cielo, anche quando non è visibile, fornendo così esattamente le coordinate da seguire ai naviganti.
 
Il fatto è che il Vegvisir non è una bussola.

Malgrado alcuni indizi rintracciabili nel manoscritto di “Huld”, nel grimorio "Galdrabók", e interessanti assonanze sia con l'alfabeto runico che con la scrittura Ogham (che tuttavia è di origine irlandese) non si è riusciti aancora a decriptare completamente i glifi.
 
Anche l'origine è molto difficile da accertare: la provenienza dall'area vichinga, il genere di formato grafico, lo abbiamo già detto, sembra fuor di dubbio, ma non vi sono prove che sia un qualcosa di originale; potrebbe essere stato ispirato da fonti più remote del periodo della colonizzazione islandese e allo stesso tempo avere connessioni o ispirazioni con l'antica tradizione norreno-germanica.
 
C'è da tener presente che la colonizzazione dell'Islanda prese il via nella seconda metà del IX° sec., quando i primi coloni vichinghi migrarono attraverso il Nord Atlantico alla probabile ricerca di terre coltivabili e a causa delle guerre civili causate dall'ambizione del re di Norvegia Harald Bellachioma.
 
A differenza della Gran Bretagna e dell'Irlanda, l'Islanda era una terra disabitata e, malgrado la sua natura aspra e climaticamente estrema, risultava un obiettivo di facile conquista.

L’arco di tempo della colonizzazione va dall'anno 874 al 930.

La nostra conoscenza storica riguardo a quel periodo è quasi interamente affidata all'Íslendingabók[3] di Ari Þorgilsson e al Landnámabók[4], entrambi documenti vergati su pergamena ed ora conservati presso l' Istituto Árni Magnússon; il Landnámabók elenca i nomi dei 435 uomini considerati i primi coloni, la maggioranza dei quali si stabilì nelle zone settentrionale e sud-occidentale dell'isola.

In pratica tutta quella parte della storia islandese è contenuta in poche centinaia di pagine che potrebbero esserci arrivate ampiamente rimaneggiate.

Tale scarsità di informazioni non ci consente di stabilire se sia esistito un modello o una matrice arcaica del Vegvísir e, di conseguenza, quali eventuali elaborazioni siano state operate fino al modello ottocentesco che conosciamo e che tentiamo di decifrare.
 
Altro particolare interessante, contenuto nell'Íslendingabók[3] è che, quando giunsero per la prima volta in Islanda, i coloni vichinghi incontrarono i Papar, dei monaci di origine irlandese. La più antica fonte conosciuta che menziona il nome "Islanda" è una runa gotica incisa nell'XI° sec., mentre i reperti più antichi indicanti insediamenti risalgono al IX° sec.
 
La fonte scritta più antica che cita l'esistenza dell'Islanda è un libro del monaco irlandese Dicuil, il "De mensura orbis terrae", risalente all'825: Dicuil afferma di aver incontrato alcuni monaci irlandesi che avevano vissuto su un'isola di Thule; essi affermavano che "in quei luoghi l'oscurità regnava d'inverno, mentre d'estate la luce era abbastanza intensa da permettere di afferrare le pulci dai vestiti".
 
Al di là dell'affidabilità della fonte ci sono pochi dubbi sul fatto che gli abitanti di Irlanda e Gran Bretagna fossero a conoscenza di una terra di grandezza considerevole molto più a nord, deducibile dai percorsi migratori degli uccelli o dalle formazioni nuvolose sul Vatnajökull [5], visibili da grandi distanze. Inoltre l'Islanda è a soli 450 km dalle Fær Øer, isole visitate dai monaci irlandesi nel VI secolo e colonizzate dai vichinghi intorno al 650.

In sostanza potrebbero non essere stati i vichinghi i primi veri coloni dell'isola e qualcuno prima di loro aver lasciato o trasmesso tracce culturali successivamente assimilate e fatte proprie. Di fatto esiste quasi un millennio di "buio" che è destinato a rimanere tale!

Per quanto concerne la somiglianze dei glifi con gli alfabeti runici c'è da tener presente che fino al XIII° sec. vichinghi e islandesi avevano un linguaggio scritto che, tuttavia, raramente veniva utilizzato per redigere documenti che non fossero registri di proprietà di oggetti, terreni o tombe. Per tutto il resto ci si affidava alla trasmissione orale. Dei pochissimi testi scritti esistiti è rimasto poco o nulla: sappiamo che sono esistiti solo perche sono citati in testi successivi.
 
Nella panoramica di alfabeti a partire dal Fuþark Antico (II se. d.C.) fino alle serie medievali non si riscontrano dati convincenti per poter affermare che i glifi del Vegvísir siano unicamente espressioni runiche. Sono presenti elementi che, antecedenti o successivi che siano, hanno poco a che fare con le rune e appaiono nettamente come una testimonianza dell'uso di un linguaggio di diverso tipo.
 
L'esempio più rilevante sono i due punti contenuti nel glifo Nord Est 2: vagamente riconducibili all'unica sequenza runica che utilizza i punti, di origine danese e non anteriore al 1300 d.C., ma che nello specifico appaiono racchiusi in una parentesi di dimensioni maggiori rispetto alle altre. E' evidente come indichi una lettura indipendente dagli altri elementi presenti sullo stesso asse e che non si tratti di simbolo runico.
 
Decriptare il Vegvísir
 
Per conoscere i messaggi di cui il simbolo si costituisce bisogna comprendere la sua natura intrinseca. Il suo scopo è quello di guidare il portatore, fargli trovare la via e difenderlo dagli ostacoli che potrebbe incontrare sul cammino. Per fare tutto ciò c'è bisogno che sia estremamente attivo, che interagisca come una specie di radar, emanendo e riassorbendo energie, che codifichi e consigli le scelte del portatore. Anche per questo la forma richiama quello di una bussola, dove ogni direzione è possibile e tutte vanno esplorate. In sostanza va osservato come qualcosa di dinamico che prende vita quando riceve il testimone dal portatore e comincia ad interagire alimentandosi dall'energia vitale di quest'ultimo. Lo stesso discorso vale per i suoi elementi costitutivi: non va osservato solo il senso della loro natura simbolica ma anche di quella dinamica.
 
Il simbolo, nella sua globalità e prescindendo quelle che sono le varianti e gli adattamenti grafici, denota una struttura di base con 8 glifi praticamente identici. Da un comune punto centrale si irraggiano 8 semirette che si aprono al vertice in una sorta di forcelle "tridentate" che simboleggiano al contempo trasmissione e ricezione, emanazione e promanazione, invio e riassorbimento dell'energia. Si tratta di una struttura di base necessaria, come nella musica è il pentagramma, senza il quale le note musicali non avrebbero valore. La "forcella" in realtà è una runa, la ALGIZ  e reca con se anche il significato tradizionale di protezione.

Su tale struttura sono state aggiunte delle variazioni come si può osservare dall'immagine a fianco.

Una volta scorporate le variazioni dalla struttura di base possiamo osservare come i linguaggi, con cui il simbolo si esprime sono molteplici. Sono presenti accenni runici, decorazioni geometriche e frammenti che richiamano il linguaggio  archetipale.
 
Nel glifo Nord 1 le tre barre orizzontali sull'asse verticale inferiore funzionano come modificatore della Algiz e simboleggiano un'amplificazione della funzione di protezione.

Il glifo Nord Est 2 è il più originale della serie. Sull'asse verticale inferiore è presente un semicerchio aperto verso l'esterno ed un secondo semicerchio più grande rivolto all'interno che racchiude due punti separati da una barra trasversale all'asse. In questo caso ci troviamo alla presenza di due distinti elementi con significati diversi. La parentesi piccola e la barra sono il primo elemento e rappresentano il portatore del Vegvisir mentre l'altro glifo, che non è una runa, reca con se i richiami caratteristici di yin e di yang.

Il glifo Est 3 riporta due parentesi opposte separate da una "linea di forza". E' una runa abbastanza comune e simboleggia le "persone" ed il loro relazionarsi al portatore o più esattamente le "funzioni di relazione" tra il portatore e gli altri.
 
Il glifo Sud Est 4 è simile al Nord 1 ma il linguaggio è modificato da un accento circonflesso sull'asse superiore centrale che indica forza nella trasmissione o emanazione ma impenetrabilità alla ricezione: una trasmissione a senso unico verso l'esterno. Il riferimento più immediato è con la runa Tyr o Teiwaz che rappresenta la guida ma anche la forza e il coraggio.

Il glifo Sud 5 è certamente il più anomalo. Non vi è alcun riscontro con forme, simboli o parti di essi di alcun altro genere. La sua complessità e originalità è piuttosto evidente. Il significato è solo intuibile e sembra sottintendere un'amplificazione della funzione trasmissione-ricezione, non dal punto di vista della "forza" quanto della "frequenza", mediante l'utilizzo di maggiori strutture. 

Il glifo Sud West 6 sembra costituire il risultato dell'accorpamento di tre diverse elementi. Il tridente è di misura maggiore ma solo per adattamento grafico. Identificarlo con una combinazione di sole rune significherebbe fare un puro gioco di fantasia. Si tratta forse di una rielaborazione sincretica operata in periodo rinascimentale aggiungendo parti di elementi archetipici. Non sappiamo esattamente cosa esprima.

Il glifo West 7 è anch'esso, nella sua semplicità, un bel rompicapo oltre ad essere anche il glifo più soggetto a variabilità tra quelli testimoniati nell'Huld Manuscript, nel Galdrakver e nel Galdraskræða Skugg,a che sono però testimonianze del 19° e 20° sec..
 
Il glifo Nord West 8 ha in parte le caratteristiche del Sud West 6 inclusi i tratti di enigmaticità. Il cerchio che sta in testa all'asse ci concede qualche spiraglio di ipotesi sensata. E' un elemento scomparso per secoli dai vari alfabeti per poi ricomparire con una pluralità di significati dove l'uomo è in relazione alla competizione o gara, alla famiglia, al grande artiglio del falco e alla madre terra.

Nulla che ci aiuti a dargli un senso compiuto.
 
Continuiamo a cercare!!!
 
NOTE:
[1]Yngling: La Saga degli Ynglingar è un'opera scritta in antico nordico intorno al 1225 dal poeta islandese Snorri Sturluson e basata su un'altra opera precedente, l'Ynglingatal, attribuita al poeta norvegese scaldo del IX secolo Þjóðólfr da Hvinir. La saga narra dell'arrivo degli dei norreni in Scandinavia e di come Freyr fondò la dinastia degli Ynglingar a Uppsala. Poi la saga segue la linea dei re svedesi fino a Ingjald, dopo il quale i suoi discendenti si stanziarono in Norvegia e divennero gli antenati del re norvegese Harald il Chiaro.

[2]Sturlunga: La saga degli Sturlungar saga, è una raccolta di saghe scritte da vari autori tra il XII° e il XIII° secolo; fu compilata intorno all'anno 1300. Narra soprattutto la storia degli Sturlungar, un potente clan islandese ai tempi dello Stato libero d'Islanda (1220-1264). La saga inizia raccontando la leggenda di Geimundr Heljarskinn, un regnante del tardo IX secolo di un piccolo stato incluso nell'attuale Norvegia, che scappò in Islanda per sfuggire al crescente potere di re Harald Bellachioma, l’unificatore della Norvegia. Questa saga è la fonte principale di notizie sulla storia dell'Islanda tra il XII° e il XIII° secolo, e fu scritta da persone che sperimentarono i contrasti interni per il potere, che terminarono con la firma del Gamli sáttmáli ("Vecchio Patto") e l'annessione dello Stato libero d'Islanda alla Norvegia di re Haakon IV nel 1262.

[3]Íslendingabók: scritto storico riguardante la Colonizzazione dell'Islanda. L'autore fu un religioso islandese, Ari Þorgilsson, che operò nei primi anni del XII secolo. Originariamente esistevano due versioni del libro, ma solo la più recente è giunta fino ai nostri tempi. La meno recente conteneva informazioni sui re di Norvegia.

[4]Landnámabók: (in islandese significa Libro dell'Insediamento), spesso abbreviato in Landnáma, è un manoscritto anonimo medievale islandese che descrive in dettaglio la colonizzazione dell'Islanda da parte dei Vichinghi nel IX e nel X secolo. Esso è una delle prime opere della letteratura islandese, ed è la fonte più preziosa esistente (insieme all'Íslendingabók) sull'Epoca della Colonizzazione islandese (870/4-930).

[5]Il Vatnajökull è una cappa di ghiaccio situata nell'Islanda sudorientale: con circa 8.100 km², è la più grande d'Europa
 

lunedì 19 ottobre 2015

Dalle Rune a Odino e la ricerca della Conoscenza - Similitudini con mitologia classica

Nella cultura nordica le rune contengono il segreto stesso dell’esistenza.  Ciascuna di esse rappresenta una delle fondamentali essenze della vita e del mondo.

In realtà le rune sono i simboli della più antica scrittura germanica, e il loro nome proviene da «rùn» (f. pl. rùnar), che significa «segreto», «mistero», termine che ha dato origine all’antico inglese «run» e all’alto tedesco «runa» connessi con la parola «ryna» che vuol dire «sussurrare» ma anche «fare un discorso segreto».
 
Storicamente la collezione di Rune più antica che si conosca è il Futhark Antico, chiamato Futhark Germanico che contiene 24 caratteri runici e prende il suo nome dal suono delle prime rune.
 
 
Esse non sono semplici segni alfabetici ma, come i geroglifici egizi che adornavano tombe e sarcofagi, le rune sono delle entità magiche vere e proprie. Esse sono incise o dipinte (talvolta col sangue o comunque con un colore che lo ricordi) dal mago-sacerdote su pietre runiche che hanno la funzione di abbellire ma anche di tramandare la sapienza nei luoghi sacri, come per la pietra runica di Noleby sulla quale si legge: « Rune dipingo, che derivano dagli dei ».
 
Difatti, alle Rune è attribuita un’origine divina. Sulla pietra di Sparlosa (Vastergotland, Svezia, IX sec.) è detto che esse furono fatte dagli dei e dipinte dal «cantore magicamente potente», termine con il quale si allude al sacerdote come mago (probabilmente Odino stesso) conoscitore dei segreti della vita.
 
Infatti Odino è la suprema divinità del panteon nordico, ma anche la più complessa e completa. Egli è un dio-creatore, un dio del «Verbo» inteso come veicolo magico per eccellenza, infatti come altri dei-creatori Odino è il sommo mago ed ha insegnato la magia agli uomini e donne che l’hanno meritato.
 
Esattamente come l’Ermes greco, il Mercurio romano, il Thot egizio e l’Ermete Trismegisto del Rinascimento Italiano, Odino ha una forma mutevole e indefinita, è personificazione di molteplici aspetti dell’esistenza, egli, più che un’entità materiale è un’Essenza, una Forza che pervade il cosmo e partecipa di ogni manifestazione visibile e invisibile dell’essere.
 
Più che un mago, Odino è la magia stessa.
 
Il sacrificio di Odino
 
Odino, è anche considerato il protettore degli uomini, dio della Sapienza e della Saggezza, sacrificatosi per rivelare all’umanità molti dei segreti della natura nascosti nelle Rune.
 
Egli si recò ai confini del mondo, fino all’albero Yggdrasil, il Frassino Cosmico, l’Albero dal quale, secondo la cosmogonia nordica è nata tutta la vita sulla terra.
 
Per questo motivo Yggdrasil custodiva dentro di sé i misteri della natura e, primo fra tutti, il segreto della Vita e ciò lo rendeva l’unico mezzo attraverso il quale giungere alla conoscenza.
 
Per conquistarla Odino ha dovuto superare diverse prove, tutte dal sapore iniziatico-sciamanico giungendo, così, presso la fonte del gigante Mìmir.
 
Situata in vicinanza della terza radice del Frassino Cosmico, quella che si protende fino a Jötunheim, la terra dei Giganti, la fonte dona la Saggezza a chi si abbeveri, tanto che il suo custode Mìmir è l’essere più saggio del mondo poiché beve alla fonte tutti i giorni attraverso il proprio corno.
 
Per ottenere il permesso di bere, Odino dona un suo occhio al gigante, quindi si trafigge con una lancia perché il suo sangue sgorghi ed egli germogli e si appende per i piedi a Yggradasil affinché il sacrificio di sé stesso lo conduca alla Conoscenza.
 
Nei miti nordici, Odino veniva chiamato “Dio degli Impiccati”. Si narra, nel canto eddico dell’Havamal, che venisse sacrificato a sè stesso secondo il rito tradizionale:
 
“Nove notti, ricordo, restai appeso, scosso dal vento all’albero e di lancia trafitto ed a me stesso dedicato, Odino a Odino fu immolato”.
 
 
Huggin e Munnin
 
Huggin e Munnim hanno il compito di sussurrare all’orecchio del dio Odino tutto quanto succede nel mondo, specialmente quanto compiono gli uomini.
 
Infatti questi ultimi sono le creature più crudeli della creazione, perché Odino ha regalato loro Conoscenza, ma non la Saggezza che può essere acquisita solo con l’esperienza, perciò, non essendo saggi, utilizzano male le proprie conoscenze.
 
Per questo motivo Odino si è ritirato nel Recinto degli dei lasciando il genere umano a sé stesso fino a che questi non acquisirà la saggezza, allora, il dio tornerà fra gli uomini.
 
La magia, dunque, non è il mezzo attraverso il quale il genere umano può soddisfare i propri capricci, ma un grande potere che, a volte può essere pericoloso.
 
In un’antica saga è infatti narrato di un giovane che intagliò delle rune al probabile scopo di far innamorare una ragazza. Egli però non era esperto, perciò le causò una malattia dalla quale ella poté guarire solo quando lo scaldo Egill bruciò le rune malvagie.
 
Non basta dunque conoscere le Rune, ma è necessario anche saperle interpretare, allo stesso modo, non è sufficiente possedere un potere, perché questo sia proficuo e non nocivo e distruttore è necessario saperlo adoperare con saggezza, cosa che, come dimostra la storia appena narrata, gli umani non sanno ancora fare.
 
Tuttavia essi non sono senza speranza. Attraverso le rune è possibile anche acquisire la saggezza, poiché la magia non è solo un potere, ma anche e specialmente un percorso iniziatico verso un sé più alto.
 
La magia è un mezzo, un’esperienza che, poco per volta, insegna sé stessa da sé stessa.
 
Le Norne
 
Secondi i norvegesi, le Rune sono opera delle Norne corrispondenti nella mitologia greca alle tre Parche.
 
Anche le Norne sono tre e, rispettivamente «Urdhr» (il Passato), «Verdhandi» (il Presente) e «Skuld» (il Futuro).
 
Durante il giorno le tre fate intagliano le rune su tavolette di legno, oppure intessono teli di lino o giocano tra loro mettendo in palio il destino degli uomini. Oltre che di gestire la sorte degli uomini e degli dei, hanno il compito di innaffiare le radici di Yggdrasil.
 
La «Predizione dell’indovina» sottolinea che le prime rune furono incise dalle Norne, perciò da esse inventate ponendo l’accento, in questo caso, la loro stretta connessione con il destino.
 
Difatti le rune sono anche un potente strumento divinatorio.
 
 
Anticamente erano incise su bacchette di legno, come mostrato in un’immagine da Olaus Magnus, in Historia de gentibus septentrionalibus, Romae 1555.
 
Col tempo, però, le bacchette lignee sulle quali erano incisi i segni divennero sempre più piccole fino a che non s’incise un solo segno grafico per bacchetta o lo si dipinse su un sassolino, dal cui lancio si traevano responsi, circa il futuro e il presente.
 
In tutte le epoche e in tutte le società, la divinazione ha ricoperto un ruolo importantissimo. Qui è connessa a tre fate che tessono non solo il destino umano ma, anche quello divino. Le Norne tessono il destino del cosmo intero, il suo nascere, evolversi e ripiegarsi su sé stesso nella catastrofe di Ragnarok per rigenerarsi nuovamente.
 
Perciò la funzione divinatoria delle rune non è da sottovalutare poiché è quella funzione che permette all’uomo di entrare in contatto con la Sapienza delle cose che le Rune contengono. La funzione divinatoria delle Rune le indica come depositarie del sapere delle epoche, come ponte fra le ere e i cicli, come entità che li trascendono e possono condurre alla trascendenza della realtà illusoria a essi soggetti che sarà distrutta con il Crepuscolo degli Dei per rinascere, rigenerata ma pur sempre illusoria, poco dopo.
 
L’ultimo dono di Mìmir
 
Secondo altre fonti Odino trovò le Rune nella Testa e nel Corno del Gigante Mimir.
 
Come abbiamo già detto, il gigante Mìmir era l’essere più saggio della terra, per questo motivo, Hoenir capo degli dei Vani, non prendeva alcuna decisione senza averlo prima consultato.
 
Perciò gli dei si convinsero che il gigante lo manipolasse, tennero consiglio, decisero di uccidere Mìmir e così fecero.
 
I Vani odiavano i guerrieri e per questo, inviarono la testa del gigante a Odino, appunto dio della guerra e capo degli Asi, il quale, riconoscente per il dono della saggezza ricevuto a suo tempo dal povero decapitato, imbalsamò la testa con diverse erbe e, attraverso la magia, le diede la facoltà di parlare ancora, « allora la testa di Mimir proferì suono e dal suono nacquero le Rune ed ogni cosa ».
 
Quindi Odino pose la testa di Mimir presso le radici di Yggdrasil e da allora ogni qualvolta deve prendere una decisione, il dio galoppa con Sleipnir, il suo cavallo ad otto zampe fino alla testa di Mimir per chiedere consiglio.
 
In questa storia la magia nasce dalla parola, dunque dal Verbo del Saggio, sacrificato e, unitamente ad essa tintinnano anche le Rune.
 
E’ qui sottolineata una triplice natura delle rune, quella magica (poiché esse nascono insieme alla magia), quella di ricettacoli di saggezza (poiché sgorgano dal verbo della saggezza) e infine quella di simboli direttamente connessi con il divino, perciò di contenitore di potere magico.
 
Le rune, sono, nella cultura nordica, il ricettacolo di tutta la magia esistente, di ogni potere, distruttore o generatore che sia. Esse possono portare fortuna o maledire, guarire e far ammalare, proteggere e perseguitare, donare saggezza o demenza.
 
Come gli dei e specialmente come Odino, esse possono tutto e il contrario di tutto, anzi, le rune vanno ben oltre gli dei.
 
Dalla nascita alla storia recente
 
L’alfabeto runico comparì per la prima volta tra le stirpi degli antichi Germani dell’Europa centrale ed orientale, intorno al I secolo a.C.,ma occorrerà aspettare sino al II Secolo d.C. per rinvenire iscrizioni runiche nella pietra. Alcune rune sono state ideate proprio da questi popoli, mentre altre sembrano derivare da altri alfabeti, come l’alfabeto greco, quello etrusco e l’alfabeto romano. In origine, le rune, ebbero esigue regole di scrittura.
 
Potevano essere scolpite, indifferentemente, da sinistra verso destra e da destra verso sinistra e spesso venivano capovolte. La runa ed la sua immagine speculare, avevano però lo stesso valore fonetico. Parecchie iscrizioni runiche identificano semplicemente la proprietà, le tombe, qualcosa o qualcuno. L’alfabeto runico germanico comprendeva 24 caratteri.
 
I primi 6 caratteri danno luogo alla parola “FUTHARK”, oggi usata per indicare le rune in generale.
 
Tra il V ed il VII secolo d.C., gli Angli, i Sassoni e gli Juti invasero la Britannia portandovi le rune e l’alfabeto degli Anglosassoni (Anglo-Saxon Runes) fu esteso a 32 simboli. Dal IX secolo d.C. le rune furono impiegate praticamente in ogni parte d’ Europa.
 
I Vichinghi portarono le rune in Islanda ed in Groenlandia. I vichinghi le utilizzarono molto per rappresentare l’unione di sangue e razza all’interno di una famiglia o clan. I secoli che seguirono si distinsero per la diffusione in Europa del cristianesimo e per l’affermarsi dell’alfabeto latino-romano e delle sue varianti, in questo modo le rune andarono pressoché in disuso.
 
Una versione più antica dell’alfabeto latino-romano, utilizzata nell’Inghilterra anglo-sassone durante il periodo precedente la conquista Normanna, comprendeva alcune lettere runiche come la “Þ” (thorn). All’inizio del secolo scorso, in Germania, il Nazismo ha fatto uso delle rune per le insegne militari e per la propaganda, contribuendo a promuovere la reputazione sinistra delle rune. Himmler, il capo delle SS, si interessò a lungo di “dottrine esoteriche” e fu molto affascinato dall’uso e dai significati delle Rune.
 
È proprio dall’unione di due Sieg (Rune della vittoria, che hanno la forma di un fulmine) che Himmler creò il simbolo delle SS. Alle SS fu dedicato un nuovo culto, che affondava le radici negli ordini dei Cavalieri e dei Templari, circondati da simbologie runiche o precristiane.

domenica 18 ottobre 2015

Dalla Cimatica ai Crop Circles

Può un suono modificare la materia ? Sì,

Niente è separato,  anche se per l'ordinaria valutazione sembra non sussistere relazione tra apparati differenti tra loro persino nelle funzionalità. Molto è  dovuto al fatto che ancora la risposta scientifica non soddisfa totalmente la domanda al riguardo, concludendo che ancora c'è molto da scoprire.

Ma se ancora  esistono settori per i quali occorre attendere i tempi necessari perché le teorie, le ipotesi, le probabilità e le supposizioni trovino i fondamenti  di riscontro per acclamare una nuova verità,  per altri settori la porta è già aperta.


Le figure di Ernst Chladni

Ernst Chladni, fisico e musicista tedesco,  pubblicò nel 1787  “Scoperte sulla teoria dei suoni”, il preludio di quella che poi sarebbe divenuta la scienza del suono. Egli trovò il metodo per rendere visibile le forme che le onde sonore generano.

Sfregando perpendicolarmente l'archetto di un violino lungo il bordo di scure lastre lisce ricoperte di sabbia, poté  dimostrare che ogni vibrazione emessa  dallo sfregamento dell'archetto, muoveva la sabbia e che questa si disponeva  in una figura geometrica sempre diversa. Ripetendo l'esperimento constatò che ad ogni specifica vibrazione corrispondeva  sempre la medesima  figura, e che le caratteristiche risultanti variavano  da forme geometriche più semplici, fino alle più complesse, con una costante di armonia e simmetria.

La sua scoperta fondò una nuova scienza : la  cimatica o scienza delle onde.

Successivamente lo studio è stato ripreso  dallo scienziato e naturalista  svizzero Hans Jenny, dapprima  insegnante di scienza nella scuola  steineriana e poi medico,  che nel  1967  pubblicò il primo volume intitolato “ Cimatica : lo studio dei fenomeni ondulatori”. A distanza di 180 anni dal primo pioneristico esperimento,  avendo a disposizione apparecchiature moderne  che ne potessero permettere anche la fotografia, ragguagliò notevolmente lo studio scientifico. 

Sperimentò come le vibrazioni sonore influissero sui diversi materiali attestando la prevedibilità della forma in corrispondenza  della  vibrazione. Modificando la frequenza e l'ampiezza dell'onda sonora, notò che la forma iniziale, basata su schemi geometrici  elementari,  in coincidenza di una  maggiore frequenza questa assumeva  una  maggiore complessità, pur rimanendo costante la simmetria  e se aumentava l'ampiezza i movimenti erano molto più rapidi.

Quindi una scala di frequenze in crescita, produceva disegni sempre più elaborati.  Attestò anche che i suoni degli antichi linguaggi come l'ebraico ed il sanscrito, disegnavano il simbolo alfabetico che veniva pronunziato. Risultò interessante anche il fatto che i disegni formati ricordavano le strutture cellulari  degli organismi viventi e la convinzione di Jenny fu che la vita molecolare fosse il risultato di specifiche vibrazioni.

“Il mondo è suono” ricordano le antiche scritture sanscrite (Nada Brahma), “In principio era il Verbo” -  La parola era con Dio e la Parola era Dio-   prologo sulla Bibbia dal  Vangelo di Giovanni.

Molta  conoscenza nei tempi antichi è stata  considerata nei testi sacri, detta, scritta e tramandata  e  nonostante non vi fossero strumenti adatti per poterne appurare i fondamenti, pur con largo contrasto di fazioni avverse, l'uomo ha ritenuto valido il precetto, portandolo avanti attraverso l'unica possibilità che aveva,  un continuo atto di fede.

Ha ritenuto vero ciò che non poteva  essere spiegato con nessun mezzo del tempo, gettando però le fondamenta necessarie per il  futuro.

In un frangente di tempo molto delicato, come  l' ultimo secolo, dove le scoperte scientifiche forniscono  spiegazioni su ciò che prima era ritenuto imperscrutabile e quindi di origine soprannaturale,  si crea  la tendenza ad oltrepassare  talvolta  il limite del dogma riuscendo in  parte a svelare  la fattibilità dell'inspiegabile, ma sarebbe auspicabile che fosse  ugualmente mantenuto  il senso “sacrale” della meraviglia del fenomeno, del valore intrinseco, affinché ogni mistero chiarito  non scada purtroppo nella banale consuetudine che, sciolto il segreto sopravviene il senso ordinario dove il valore si perde non appena tutto diviene scontato. 

Scienza non deve essere freddezza di analisi e calcolo della risposta,   ma l'utile ed indispensabile strumento che fornisce la spiegazione conciliandosi con l'etica formatasi proprio col tempo passato.

Solo procedendo di pari passo, le scienze e le tecnologiche non prenderanno il sopravvento sull'aspetto umano della vita. E' fondamentale, per mantenere il giusto orientamento visto l'avanzamento rapido delle scoperte e del progresso tecnologico,  che non sopravvenga lo spostamento mentale  sul versante opposto dopo secoli trascorsi al buio dalle spiegazioni, ma che le due polarità si incontrino. Nè  la spiegazione  scientifica a sé, né la devozione sorda alle risposte che verranno, potranno essere interpretate  separatamente, ma piuttosto che l'intelligenza fornitrice del perché, si unisca  al  fondamento acquisito e tuttora presente che ha insegnato il garbo di porsi verso il concetto  del sacro. Le due parti dovrebbero costituire  una nuova coscienza, una saggezza ulteriore.

Se questo non fosse, il mondo perderebbe la sua unicità, la sua umanità  e sarebbe solo materia riprogrammabile scientificamente in laboratorio, priva di spirito.

Il suono della creazione,  l'antico OM (Aum) fu  visto da Hans Jenny, spargendo la polvere di licopodio sulla lastra metallica come un cerchio con un punto centrale. Il concetto si ampia estendendosi  alla musicoterapia vibrazionale, la pratica del Nada Yoga (lo yoga del suono), al  Canto armonico e ai  Mandala sonori. In questi ultimi le  vibrazioni emesse formano una complessità di figure dettagliate, ricche di particolari e simmetrici ricami attraverso delle polveri colorate.

L'interazione suono e materia, è  quindi una porta aperta,  un interessante ed utile campo di indagine che continua ad essere esplorato e che consente di  formulare ipotesi anche nel caso dei crop circles.

Oramai sono anni che fisici e scienziati, come un'infinità di ricercatori avvalorano l'idea che la cimatica può essere la strada corretta per cercare la risposta. Tuttavia, anche all'interno di questa considerazione si  scindono due correnti. C'è  chi è più propenso a ritenere valida l'idea che le vibrazioni  creatrici del  disegno siano volutamente emanate da una fonte non conosciuta, ma che comunque si attiva all'applicazione affinché si materializzi, come chi invece  ritiene che si tratti di fenomeni naturali,  sempre  pertinenti  alla cimatica, ma senza intervento diretto di volontà. 

Nel libro “La verità sui cerchi nel grano” di Leonardo Dragoni, viene citata anche questa possibile teoria basata sull'interazione del magnetismo terrestre e solare, dove in sintesi si potrebbe ritenere che nei momenti di massimo magnetismo solare, quest'ultimo  influendo sul campo magnetico terrestre produrrebbe il fenomeno, ma non solo, più è forte l'intensità più dovrebbe risultare complessa la formazione.  Ma calcolando su un grafico un intero periodo che va dal 1988 al 2005 evidenziando i picchi solari maggiori, questi risulterebbero non coincidenti con la formazione massima dei pittogrammi che rivela invece un andamento diverso, sia nel numero che nell'articolazione  del disegno,  portando alla conclusione della  non sussistenza della relazione.

Non siamo  in grado di accertare l'origine, ma è un dato di fatto che, attraverso gli esperimenti di cimatica, effettuati anche presso varie università di tutto il mondo, sono stati riprodotti i medesimi disegni che vediamo nei crop circles e poiché una determinata vibrazione conferisce quella specifica raffigurazione, possiamo continuare ad attestare che la  relazione suono-forma esiste.

Con la creazione di un tonoscopio,  Hans Jenny mise a punto uno strumento capace di  catturare le vibrazioni emesse dalla voce umana, restituendo la relativa immagine morfologica,  attestando nuovamente, come nel caso del canto, che i toni bassi si presentavano  in schemi semplici, e gli alti  in figure più complesse. La sua interpretazione può divergere da chi si avvicina allo studio della cimatica solo sotto un profilo scientifico, in quanto Jenny, fedele alla sua formazione steineriana centrata sulla “scienza dello spirito”, riteneva che il mondo materiale fosse   una condensazione del mondo spirituale dove le tracce archetipe ne rappresentano l'essenza e quindi il naturale principio.

Da qualunque angolazione si voglia guardare il fenomeno, meramente fisico o antroposofico  resta comunque evidente l'oggettività della relazione suono-forma e le apparecchiature inventate che aiutano a mostrarne l'evidenza, tolgono un velo di mistero restituendoci in forma visiva un archetipo di un suono. Dimostrano quello che prima veniva raccontato.

Siamo liberi di formulare teorie e convinzioni sull'origine dei crop circles ed anche ci avvicinassimo a scoprirlo, sarebbe necessario domandarsi l'utilità delle formazioni.

Sono “pittogrammi” (che rappresentano la cosa vista e non la cosa udita come lo sono i segnali stradali) o disegni di suoni, o entrambe le cose ?

Il nostro linguaggio molto articolato di suoni che formano un enormità di parole, diventa inutile quando dobbiamo parlare  con chi non conosce la nostra lingua e sovente, in mancanza di un traduttore, adoperiamo il gesto che cerca di sostituire la parola, come esistesse un intendimento di base, essenziale, riconducibile in ogni dove del pianeta. Non si potrebbe fare altrimenti per comunicare  anche il semplice bisogno di fame a chi non ci comprendesse e mimando tradurremmo  in simbolo la nostra necessità. Non sarebbe però necessario nessun gesto, come nessuna parola, pur serbando la fame, se non avessimo di fronte qualcuno. Quindi l'azione, il gesto, la parola, essenziale e primitiva o articolata,  diventa comunicazione tra due parti. Non ci può essere comunicazione se non ci sono almeno due soggetti.

Nell'immensità dello spazio, rapportandoci su più vasta scala,  se ipoteticamente qualcun altro dovesse comunicare, sarebbe costretto a ricondurre il suo linguaggio ad una massima sintetizzazione  arcaica e come la gestualità umana nella necessità diventa il  tramite tra due parti, il disegno nel cerchio mimerebbe  il concetto, nell'unica maniera possibile , ovvero riproducendo nella forma visibile che rimane al suolo, l'intenzione celata nel suono attraverso l'essenzialità  prodotta dalla  cimatica , come un linguaggio base universale.

Il fatto che tali formazioni esistono,  non può  essere solo per puro caso o per la bellezza artistica della visione, ma anche se così fosse,  il risultato che va a muovere  ogni sorta di  immaginazione sarebbe stupefacente e in quanto tale, comunque utile all'essere umano così bisognoso sia di indagine  scientifica e di visione creativa.

Se alla fine scoprissimo che si tratta di formazioni naturali ancora non scoperte, nella solita maniera come  poteva apparire un'aurora boreale ad un primitivo stupefatto dalla visione o  un fulmine globulare a un etrusco, chissà se le nostre domande sarebbero soddisfatte o deluse da chissà quali altre aspettative.

Sembra quasi che togliere il mistero e svelare, porti un  beneficio momentaneo con il bisogno che  ricompaia presto all'orizzonte qualcos'altro di impenetrabile e soprannaturale, come se la naturalezza della vita non fosse già di per sé una straordinaria  verità.  Per dirlo con le parole di Rudolf  Steiner che Hans Jenny fece sue “la vita materiale è una condensazione del mondo spirituale”.

sabato 17 ottobre 2015

Reincarnazione e Vite precedenti: Perché non ricordiamo Nulla?

“Il ritorno e il karma sono necessari per lo sviluppo dell’anima.” Pitagora

“Le qualità innate che troviamo in un uomo e mancano in un altro non sono il grazioso regalo di qualche divinità sconosciuta, ma il frutto delle azioni personali di ogni uomo in un’altra vita.” Arthur Schopenhauer

Quando si parla di reincarnazione sorge spesso la domanda al riguardo delle vite precedenti, su ciò che si è vissuto in passato e sul perché non ci si ricorda più nulla. È una tematica costante, come se il termine reincarnazione riguardasse soltanto il passato e non, come le saggezze orientali insegnano, il presente che viviamo quotidianamente. La dottrina della reincarnazione è una delle più diffuse e antiche convinzioni di cui l’uomo si è fatto portavoce nel corso del tempo e che è sopravvissuta in contesti ed aree culturali anche molto distanti tra loro, tranne che, ovviamente, in buona parte dell’Occidente; specie dove dimorava e dimora tutt’ora il Cristianesimo. 

Ma al di là dei Cristiani scettici, vi è un altro tipo di scetticismo, e riguarda coloro che rinnegano la reincarnazione soltanto perché, per l’appunto, non ricordano nulla delle vite precedenti . Un vero è proprio paradosso e mi sembra opportuno a questo punto porre chiarezza sulla fatidica domanda: “Perché non ci ricordiamo nulla?”.

I greci avevano il mito secondo cui, prima della reincarnazione, le anime bevevano dalle acque del fiume Lete e dimenticavano tutto. Lo stesso fiume viene poi citato dal poeta romano Virgilio nella sua opera latina “L’Eneide” : “Le anime che per fato devono cercare un altro corpo, bevono sicure acque e lunghe dimenticanze sull’onda del fiume Lete”. Ma questa è mitologia ed è arrivato il tempo di fare alcune precisazioni. 

Le nostre conoscenze al riguardo di vite precedenti non vengono in verità dimenticate, così come non è vero che si debba ripartire da zero, anzi, è vero il contrario. Ogni essere umano, ad ogni nuova incarnazione su questo pianeta (o su altri pianeti!) ricomincia dal proprio livello evolutivo raggiunto nella vita precedente, e prima ancora, nelle altre vite passate. Quindi trasforma la sua conoscenza in sapere, sperimenta la propria maturità, le capacità e la disponibilità ad accumulare nuove conoscenze. Il paragone che calza a pennello è quello con il percorso scolastico. 

A scuola ad esempio, abbiamo imparato molte cose concrete che oggi non sappiamo più, non ricordiamo più. Regole matematiche, formule chimiche, nozioni storiche e geografiche e tanto altro che in un modo o nell’altro ci ha “educati”: questa educazione scolastica è un effetto che continua ad esistere anche se le conoscenze concrete sono andate perdute. L’alfabeto, ad esempio, ci consente di imparare a leggere e scrivere, ma una volta che lo scopo è raggiunto e sappiamo leggere e scrivere, ce ne possiamo anche disinteressare. Lo stesso vale per le vite precedenti, sono lezioni apprese, e quell’apprendimento è stato utile per l’ampliamento di coscienza.

Tutto quello che abbiamo imparato nelle incarnazioni passate si rispecchia nella maturità e nel livello di coscienza con cui la persona nasce. Da questo derivano le differenze di intelligenza, maturità, abilità e quant’altro ci rende differenti gli uni dagli altri: semplicemente non tutti siamo sullo stesso livello, ma ognuno occupa un posto diverso nella scala evolutiva. Gli esseri umani non sono tutti uguali, e dire che siamo tutti uguali, nel nome dell’uguaglianza globalizzata, è un grave errore. 

Abbiamo tutti gli stessi diritti, ma non siamo tutti uguali. Per capire meglio questo concetto ritorna utile il paragone con l’ambiente scolastico. 

Nella scuola tutti gli alunni hanno gli stessi diritti, devono essere trattati allo stesso modo, ma ognuno ha i suoi compiti e i suoi problemi proporzionati al livello al quale si trova. Quindi se immaginiamo le diverse incarnazioni come una corrispondenza con diverse classi di una scuola, possiamo concepire come gli esseri umani appartengano a diverse classi di apprendimento, e a nessuno, nel nome della uguaglianza, gli verrebbe in mente di chiedere ad un alunno di terza elementare il calcolo di un integrale indefinito. Non esistono problemi oggettivi, e di conseguenza non potranno mai esserci soluzioni di validità assoluta.

La premessa del paragone scolastico è importante da capire perché troppo facilmente la gente “dimentica” i diversi livelli di coscienza degli uomini. Prendiamo ad esempio l’attività missionaria religiosa, che è sempre sbagliata, perché per l’appunto trascura i diversi livelli evolutivi degli individui e proietta su tutti, indistintamente, il suo livello evolutivo. 

vite-precedenti

Per questo io personalmente ho scelto l’Esoterismo come Via, proprio perché è una materia che conosce bene i diversi livelli di evoluzione dell’uomo. L’esoterismo è sempre e soltanto un’offerta per coloro che scoprono da soli la propria affinità. Come ho già detto non siamo tutti uguali, e la differenza tra i singoli individui è il risultato delle esperienze fatte nelle vite precedenti. L’anima non dimentica nulla di quello che è essenziale. Viene “dimenticato” soltanto l’ambito e le circostanze in cui sono state fatte le esperienze, ma questo non ha alcuna importanza. Ed è giusto che sia così, altrimenti il “ricordare una vita precedente” ci porterebbe ad una grave mancanza di libertà, perché saremmo incapaci di vivere il nostro presente.

dejavu-sogni-coscienzaIl fatto che non ci ricordiamo delle nostre vite precedenti non è certo uno sciocco errore della natura o del Creatore, ma ha lo scopo di liberare la nostra coscienza da “pesi” inutili e di rendere più facile la ricezione del qui e ora. 

Dunque perché mai dovremmo andare contro natura e cercare di strappare i veli della dimenticanza? Per quale scopo? Eppure al giorno d’oggi sembra essere una “mania”, molte persone che si dichiarano “evolute” violano consapevolmente la natura umana, e tentano di forzare le porte che la Legge cosmica ha chiuso alla nostra memoria. La sola curiosità non dovrebbe mai essere la motivazione per desiderare di conoscere le proprie incarnazioni. 

La curiosità è la malattia del nostro tempo purtroppo, da sempre è considerata dai grandi Maestri come sintomo di immaturità e al tempo stesso è il mezzo più sicuro per bloccare la vera iniziazione. È necessario quindi comprendere che, nonostante sia così di moda, non è concesso conoscere le vite precedenti, tranne in rarissimi casi e per dei motivi eccezionali, e il più delle volte questi episodi precedenti appaiono in maniera “spontanea” e non forzata, ad esempio attraverso i sogni, i déjà-vu, e tutte quelle manifestazioni che hanno qualcosa di “inspiegabile” con la nostra attuale vita. Una dimostrazione lo sono anche i “bambini prodigio”, casi in cui l’evoluzione necessita ancora di qualche livello prima di arrivare al culmine.

È giusto che si precisi che ci sono dei casi in cui è possibile aiutare un’anima a liberarsi da fobie e altri malesseri mediante terapie regressive, come ad esempio l’ipnosi regressiva. Ma si tratta di casi eccezionali, sporadici, assistiti da persone altamente competenti ed evolute, e talvolta la guarigione avviene più per un effetto placebo che per altro, ovvero si dà la possibilità di dare una spiegazione alle proprie difficoltà, o comunque, di vederle sotto un diverso punto di vista. 

Perché altrimenti se la conoscenza delle nostre vite precedenti fosse di aiuto per vivere meglio, allora in cosa consisterebbe esattamente il cosiddetto karma, ovvero la Legge di causa ed effetto? Se il karma è davvero qualcosa che si deve affrontare o comunque vivere, come si può avere la pretesa di dissolverlo tramite una tecnica a pagamento? Perché dovrebbe venirci condonato attraverso una seduta di ipnosi regressiva?

dejavu-sogni-coscienza

Il karma non è certo una malattia che possa essere curata da un medico. Il karma è ciò che siamo ora, e ciò che siamo ora determinerà ciò che saremo in futuro. È inutile pensare di ricordare qualcosa che è passato, nonostante siamo stati noi a commettere quelle azioni, ora non siamo più la stessa persona, viviamo in un altro corpo e ci troviamo in un’altra classe. Abbiamo altre lezioni da apprendere se non vogliamo correre il rischio di essere bocciati!! 

Il voler attribuire delle colpe a fatti e persone che sono ormai solo dei fantasmi, inclusi gli antichi “noi stessi”, significa in sostanza rifiutarsi di guardare in faccia l’esistenza reale, e in fin dei conti evitare di vivere davvero. 

Per questo non ricordiamo nulla, per avere ulteriore possibilità per crescere e perfezionarci, ma sappiate che le conoscenze acquisite nelle vite precedenti perdurano, non ci ricordiamo gli eventi e i passaggi di ciò che è stato, ma l’anima custodisce ciò che ha imparato, e questo suo “sapere” si manifesta sotto forma di percezioni, intuizioni, consapevolezze, aspirazioni. Tutto ciò ci permette di evitare di commettere gli stessi errori in questa incarnazione e continuare così a progredire nella scala evolutiva dell’esistenza. In sostanza la reincarnazione altro non è che una nuova opportunità: sfruttatela bene!!

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