lunedì 31 agosto 2015

Il Messianismo ebraico dalle origini al II secolo d.C. - di Paolo Sacchi

Per messianismo si intende la credenza ebraica che Dio garantisca la venuta di un uomo o di una serie di uomini, dotato o dotati di particolari carismi, in un certo giorno e con uno scopo voluto da Dio, per instaurare un mondo migliore. In questo articolo, una panoramica storica su questa credenza.

Messianismo

Già pubblicato in E. NACAMULLI - S. ROSSO - E. TURCO, Storia di un rapporto difficile. Ebrei e Cristiani nell’età antica, Torino, Amicizia Ebraico-Cristiana, 2003, pp. 59-79.

Melchidedek compie la sua offerta. Ravenna, Mosaici di San Vitale
Melchidedek compie la sua offerta. Ravenna, Mosaici di San Vitale

La parola “messia” è la trascrizione italiana della parola ebraica mashìah, che significa “unto”. Naturalmente l’unzione deve essere intesa in senso sacrale. Il rito dell’unzione non esisteva solo in Israele. E’ documentato anche presso gli egiziani e presso gli ittiti. In Egitto soggetto del rito era soltanto il faraone, dio sulla terra, che ungeva alti funzionari e vassalli. Quindi l’unzione sembra l’atto con cui il faraone conferiva in certi casi una certa autorità, faceva entrare l’unto nella propria sfera.

In Hatti invece il rito dell’unzione poteva variare sia quanto al soggetto, sia quanto all’oggetto. Unto era il re e non è chiaro chi fosse il soggetto del rito. Ma l’unzione poteva farsi anche per privati. Per esempio, poteva riguardare una schiava liberata o una fidanzata al momento del matrimonio. Anche oggetti di culto potevano essere unti. Probabilmente l’unzione marcava il passaggio da una sfera sociale a un’altra. Nel caso del re o di un oggetto destinato al culto, l’unzione gli conferiva la sacralità1.

Nell’Israele preesilico l’unzione riguardava soltanto il re. Pertanto il termine di “unto” indicava il re nel suo aspetto sacrale. Il re al momento dell’incoronazione, cioè quando assumeva la pienezza del potere, entrava in qualche modo nella sfera del divino. Un salmista in occasione di una intronizzazione si rivolge al nuovo re dicendo: «Dio, il tuo Dio ti ha consacrato con olio di letizia» (Sal 45, 8). Il vero re d’Israele era YHWH e l’unto era colui che lo rappresentava sulla terra.

Il termine “messianismo”, come tutti i nomi astratti di questo tipo, non esiste nell’ebraico biblico. E’ stato coniato dagli studiosi per indicare una funzione di salvezza che alle origini era legata alla funzione del re in quanto rappresentante di Dio sulla terra, cioè Suo unto. Si può dire che il messianismo è una categoria costruita su due elementi fondamentali. Il primo consiste nel credere che Dio garantisca che ci sarà un uomo o una serie di uomini, dotato o dotati di parti­colari carismi, il quale o i quali verranno in un certo giorno con uno scopo voluto da Dio. Il secondo punto della cate­goria è dato dal contenuto di questo scopo che in linea generale può essere definito come l'instaurazione di un mondo buono. Ma le caratteristiche di questo mondo buono possono variare, e di fatto variarono moltissimo, fra una situazione storica e ideologica e l'altra.

Seguendo la logica di questa definizione, per illustrare il messianismo sceglierò passi, presi un po' da tutte le epoche, il cui testo sia sufficientemente chiaro per permettere una rico­struzione della storia su basi le più sicure possibile.

Prima dell’esilio

E’ idea comune che il passo che fonda il messianismo ebraico sia la profezia di Natan2, quale è narrata in 2Sam 7: "la tua casa e il tuo regno staranno saldi per sempre davanti a me3 : il tuo trono sarà stabile per sempre". A me sembra però che il testo abbia un valore essenzialmente politico, in quanto la profezia fonda una dinastia. Inoltre si tratta di un testo che, almeno nella forma in cui ci è giunto, è certamente molto poste­riore al fatto narrato e rispecchia essenzialmente l'ideolo­gia di salvezza del redattore dei libri storici4, che era un monarchico convinto.

Ha invece carattere prevalentemente religioso - ma in una società arcaica distinguere il religioso dal politico è molto più difficile che nella società odierna - il testo di Isaia 11, che inoltre ha il vantaggio di essere databile in maniera suffi­cientemente precisa: siamo intorno all'anno 700 a.C.5 Se al mes­sianismo ebraico vogliamo trovare un punto di partenza, a me sembra questo.

In questo passo Isaia afferma che verrà un "tempo buono" e che questo tempo buono sarà legato alla figura di un discendente di David dotato di particolari carismi. Abbiamo pertanto i due elementi fondamentali di ogni messianismo: il mondo buono del futuro e lo strumento umano, in questo caso un discendente della casa di David. Si parla perciò di messianismo davidico. Alle sue origini il messianismo fu regale e davidico.

"Un virgulto spunterà dal tronco di Yesse,
un virgulto spunterà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.
Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire;
ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.
La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento;
con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio.
Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia,
cintura dei suoi fianchi la fedeltà"
(traduzione C.E.I.).

Funzione di questo re del futuro sarà quella di giudicare con giustizia i dallim "i miseri, oggi diremmo gli emarginati". Quindi stabilirà un regno dove ci sarà la giustizia, da intender­si in termini umani, ancora lontani dal mondo buono dell'apoca­littica, che avrà le caratteristiche della perfezione e dell'as­senza assoluta del male.

Più tardi, verso la fine del VII sec, troviamo affermazioni messianiche in Geremia e di un messianismo ancora davidico. In Geremia 23, 5 si legge: "Ecco, verranno giorni, oracolo del Signore, in cui farò sorgere a David un germoglio giusto. Egli governerà come re, sarà saggio ed eserciterà giudizio e giustizia sulla terra. Ai suoi giorni Giuda sarà salvo e Israele abiterà nella sicurezza". Anche in questo passo troviamo i due elementi fondamentali della categoria messianica: il futuro radioso e il personaggio che lo instaurerà sulla terra.

Durante e dopo l’esilio

Con Ezechiele (prima metà del VI sec. a.C.) cominciano le reinterpretazioni, le riletture delle profezie messianiche: il messianismo resta regale, ma non è più davidico. Il regno indipendente di David è finito: è pur vero che resta la speranza del ritorno ed Ezechiele di questa speranza è portatore vivace; è pur vero che esi­stono anche in Babilonia discendenti di David, quelli che Ezechiele spera che tornino sul trono; ma Ezechiele non è favorevole a una restaurazione pura e semplice del passato. Egli condanna in blocco il passato monarchico di Israele (45, 9) e vede, sia per motivi politici contingenti - Israele è sottomesso a Babilonia - sia e soprattutto per convinci­mento personale, l'Israele del futuro organizzato sotto due guide, due unti, il principe e il Sommo Sacerdote.

Il David storico diventa così pura figura del re ideale che verrà un giorno a salvare Israele: sarà questo il vero David. Si legge in 34, 23-24 "Farò sorgere su di loro un pastore, il quale li pascerà, il mio servo David: egli li pascerà e sarà per loro un pastore". Dunque, David, quello vero, deve ancora venire e sarà il pastore di Israele. Prima David era l'antenato del re-messia. Ora ne è diventato figura.

E ancora in 37, 24: "Il mio servo David sarà re su di essi; un solo pastore sarà per tutti loro; seguiranno i miei comanda­men­ti, osserveranno le mie leggi e le metteranno in pratica... Da­vid, mio servo, sarà loro re per sempre. Farò con loro un patto di pace, che sarà per loro un patto eterno.. .". Di dina­stia davidica non si parla più: Ezechiele attende un nuovo David che realizzi quelle spe­ranze che ci si aspettava una volta da un discendente storico della casa davidica. La speranza messianica comincia a trasformarsi. Questo primo passo va dal discendente di David a un David ideale non necessariamente discendente di quello storico. In seguito i passi si faranno sempre più audaci.

E' luogo comune citare come passo messianico anche Isaia, 60,17 (appartenente a Isaia Terzo o Tritoisaia - fine del VI secolo)."Invece di bronzo, porterò oro; invece di ferro, porterò argento;...renderò il tuo governo pace e i tuoi governanti giusti­zia." A questo proposito qualcuno parla di messia­nismo senza messia7. Ma dato il modo con cui ho definito il mes­sianismo, eviterò di parlare di questo tipo di messianismo, che corre il rischio di rendere il discorso così largo, da invadere tutta la religione di Israele: in questo caso alla categoria "messianismo" viene a mancare il primo dei due elementi fondamen­tali: il personaggio che sta di mezzo fra Dio e l'uomo. In questo passo è Dio che interviene in prima persona per portare la giu­stizia a Israele. In questo caso mi sembra che messianismo ed escatologia vengano a coincidere.

Intorno agli anni 20 del VI secolo Israele ebbe l'impres­sione che le sue speranze messianiche si stessero realizzando. Nel 521 arrivò a Gerusalemme una grossa carovana di esuli, guida­ta da due capi, uno laico e uno sacerdotale: Zorobabele e Giosuè. Zorobabele era discendente di David, e pur amministrando la Giudea come governatore (péhah) nominato dal Gran Re di Babilonia, si poteva presentare agli ebrei col titolo di nasì’ cioè di “re vassallo”. Gli ebrei stavano cercando di realizzare, nei limiti della dipendenza dal potere persiano, la costi­tuzione di Ezechiele, che voleva il popolo ebraico sotto la guida di due capi: il re e il Sacerdote; e il re era un discendente di David. Il profeta Zaccaria che visse in quel periodo poteva dichiarare al popolo: "Questi sono i due figli dell'olio che stanno alla presenza del Signore di tutta la terra" (4, 12.14). I due capi sono manifestamente entrati entram­bi nella sfera sacra della regalità: sono entrambi "unti".

Ma governare in due è difficile. In un primo momento ebbe il predominio Zorobabele, come si può evincere da Zaccaria 3, 6: "Ecco, io mando il mio servo, il Germoglio" con indubbio riferi­mento al capo laico. E' lo stesso appella­tivo che aveva usato Geremia per indicare il grande re del futuro che avrebbe stabili­to la giusti­zia in Israele; le speranze del profeta e di una parte del popolo si dovevano appuntare su Zorobabele proprio in questa prospetti­va. Da Aggeo, un altro contemporaneo, sappiamo che la rifonda­zione del tempio fu iniziata effettivamen­te dai due, ma Zoroba­bele è sempre nominato al primo posto.

Questo capitolo 3 di Zaccaria ci mostra un Giosuè penitente, che fa autocritica e solo dopo di ciò viene confermato Sommo Sacerdote. Sembra che ci sia stato un primo scontro fra prin­cipe e sacer­dote, ma che si sia risolto a favore del primo. Al momento però della dedicazione del nuovo tempio (515 a.C.) è presente solo Giosuè (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, XI, 79). Non solo è scomparso Zoro­babele, ma al suo posto non troviamo nessuno dei suoi figli, che pure esistevano: non fu eliminata una perso­na, fu eliminata un'istituzione. Il testo di Zaccaria 6 che parlava originariamen­te di due corone preparate dal popolo per essere poste sulla testa di Zorobabele e di Giosuè fu riadat­tato per essere letto in funzione di una testa unica, quella di Gio­suè10. Era avvenuta una delle più grosse rivoluzioni di Israele sul piano politico (l'abolizione della dinastia) e si era pro­dotta la prima delusione messianica: invece della salvez­za, gli ebrei ebbero una guerra civile (cfr. Zaccaria 12, che potrebbe risalire a questo periodo11).

Ma della grande delusione restò nel pensiero di Israele qualcosa destinato a grande vitalità. Intanto il messianismo aveva perso l'unicità del personaggio salvatore: i messia erano diventati due. L'attesa del messia poteva stemperarsi nell'attesa di più messia. Non solo, ma il concetto di messia non è più legato alla figura di un re: almeno il sacerdote può essere anch'esso messia. La funzione messianica, che è funzione di salvezza, facendosi autonoma ri­spetto alla regalità, è ora più adatta a caricarsi di valenze religiose.

Un altro passo del libro di Zaccaria merita di essere ricor­dato: (9, 9) "Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te sta per arrivare il tuo re. Egli è giusto e vitto­rioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio di asina. Farò sparire da Efraim i carri da guerra, i cavalli da Gerusalemme; l'arco da guerra scomparirà, egli annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra." (Testo secondo la tradizione masoretica).

Il problema più grave per interpretare questo brano, appar­tenente alla seconda sezione del libro di Zaccaria, il cosiddetto Deuterozaccaria, è il fatto che la sua datazione è incerta e oscilla di parecchi secoli: dall'età di Geremia all'epoca macca­baica. La maggior parte dei commentatori è oggi favorevole a una datazione verso la fine del IV sec., ma altri la pongono in tempi più antichi, in quelli stessi di Zaccaria12. A me l'identifica­zione del re umile e vittorioso con lo Zorobabele dei primi anni del suo governo sembra la più naturale, almeno scegliendo fra i non numerosi personaggi del periodo postesilico che conosciamo. Anche se il passo è nato in una precisa situazione storica, con confini politici ben concre­ti, una volta che Zorobabele apparten­ne al passato, il brano non poté che essere riletto su base puramente religiosa: diventò una profezia messianica, che ripete­va e riattualizzava quella di Isaia, con in più il particolare della vittoria e dell'umiltà del re.

La traduzione greca di questo libro (ca. II sec. a.C.) sottolinea l'interpretazione messianica del passo, sostituendo a "farò spa­rire" lo stesso verbo, ma alla terza persona, con sog­getto quindi "il re". Nel II secolo la profezia era certamente letta con categorie messiani­che.

A parte l'incertezza che riguarda la cronologia di questo testo, dopo il tempo di Zorobabele l'ideologia messianica non fu più produttiva. Non già che si possa affermare che era scomparsa, se non altro, perché i testi messianici continuavano ad essere letti, ma non fu più attiva per circa tre secoli, almeno in seno alla cultura della classe predominante in Gerusalemme.

L'opera più grande nella sua complessità che illumina il periodo persiano, scritta intorno al IV sec. a.C. è il libro delle Cronache. L'autore non ha speranze messianiche, perché, in qualche modo, esse per lui sono già state realizzate. Israele godeva, sotto il dominio persiano oltre a tutto legittimato dalla parola dei profeti13 e non certo avversato dal grande legislatore Ezra14, di una discreta tranquillità. Questa pace fu interpretata come segno di un favore divino che doveva dipendere dalla giustizia di Israele15.

Interessante l'interpretazione dei "privilegi di David"16, quale il Cronista accetta, prendendola da Isaia Secondo. Essi non sono più intesi come strettamente riferiti a David, ma a tutto il popolo. Questa estensione dei "privilegi di David" a tutto il popolo può però, a sua volta, essere letta in due modi: uno antimessianico e uno messianico. Da un lato, se i privilegi di David sono passati a tutto il popolo, questo non ha più bisogno di intermediario, non ha più bisogno di un messia, dall'altro, essendo il popolo tutto erede della promessa davidi­ca, può egli stesso diventare, in qualche modo, messia. Questa interpretazione è garantita da un'antichissima glossa apparsa in uno dei canti del "Servo di YHWH" (Isaia 49, 3), che identifica il servo con Israele.

Figure messianiche

In pieno contrasto con l'atteggiamento della cultura dominante in Gerusalemme, nel pensiero ebraico comincia­rono ad apparire durante il periodo persiano delle figure che avevano tratti superumani: queste non erano dei messia nel senso che la parola aveva avuto fino a quel momento, ma poiché adem­pivano a funzioni che erano state tipiche del messia, rappre­sentavano bene un qualche sviluppo dell'idea messia­nica. Anche queste fi­gure aiutavano a realizzare piani di Dio sulla terra, rivelavano strumenti di grazia prima ignoti, avevano in defi­nitiva funzioni di salvezza. Oggi sono note quattro di queste figure superumane: due di queste risalgono al periodo per­siano, le altre due sono posteriori.

Cerchiamo di presentarle nei loro tratti essenziali. Nel­l'ultima parte del libro di Malachia, che viene conside­rata normalmente aggiunta posteriore, anche se non è chiaro di quanto, compare la figura del profeta Elia, come destinata a tornare sulla terra in un giorno futuro. (3, 23-24) "Ecco, io manderò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile di YHWH , perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; affinché io non venga e colpisca il paese di sterminio (herem)".

Dunque, Elia è un uomo con caratteristiche decisamente particolari, perché non è morto e vive ancora in qualche parte del cielo. Un giorno tornerà dal cielo sulla terra per sanare le discordie interne di Israele, affinché Dio, nella sua ira, non abbia a sterminarlo. Egli non stabilirà il regno buono futuro, ma collaborerà in qualche modo alla salvezza di Israele. Ha le funzioni salvifiche del messia, pur non essendo né re né sacer­dote. Ma forse è qualcosa di più.

Un altro personaggio dalle caratteristiche superumane è Enoc. La Bibbia canonica accenna appena al fatto che non morì (Genesi 5, 24: "non fu più, scil. sulla terra, perché Dio l'aveva preso"); poi non ne parla più17. Egli è invece figura centrale di una vasta letteratura, che dal suo nome può essere definita enochica e che appartiene a quel gruppo di testi che, non essendo stati accolti in nessun canone18, sono detti apocrifi. Nel Libro dei Vigilanti19 Enoc si trova in una posi­zione addirittura supe­riore a quella degli angeli, con funzioni che possono essere definite di mediazione e di rivelazione (più che di salvezza vera e propria). Egli porta messaggi da parte degli angeli peccatori a Dio, del quale invocano il perdo­no: porta la risposta negativa di Dio.

Enoc conosce tutta la struttura celeste (Libro dell'Astrono­mia [Sigla LA] = 1H, 72-82), i movimenti degli astri e la natura dei venti; conosce il vero calendario (secondo la Bibbia visse 365 anni!); dunque, era riconosciuto come il fondatore dell'a­stronomia da tutti, anche da coloro che appartene­vano a quella parte del giudaismo, da cui sono derivati i testi diventati canonici. E' anche il primo che fa un viaggio agli inferi (1H [LV], 22), dove visita all'estremo occidente il luogo in cui stanno le anime dei de­funti, già giudicate singolarmente e in attesa del Grande Giudi­zio collettivo e finale, i buoni separati dai malvagi20.

Proseguo questa presentazione delle figure superumane della mitologia giudaica, per darne un quadro completo, anche se le due seguenti sono più tarde del periodo persiano. Riprenderemo in seguito il discorso storico, seguendo la cronologia dei documen­ti.

Un terzo personaggio superumano è Melchisedek. Fino a poco tempo fa non conoscevamo l'esistenza di questo Melchisedek supe­rumano, e credevamo che si trattasse di un fenomeno molto tardo da porsi in relazione alle origini cri­stiane. Della sua esistenza sapevamo soltanto da due testi: uno è l'Epistola agli Ebrei 7,3: "Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni, né fine di vita, fatto simile al figlio di Dio, e rimane sacerdote in eterno”. L'altro testo è l'apocrifo contemporaneo dell'Epistola agli Ebrei noto come Enoc Slavo21, dove si narra che fu figlio di Nir, personaggio altrimenti ignoto alla tradizione ebraica, fi­glio di Matusalemme, figlio di Enoc. Si tratta perciò di un personaggio prediluviano, che nacque, secondo questo testo, verginalmente da Sofonim, moglie di Nir, quando questi era già stato proclamato dal popolo Sommo Sacerdote. Il bambino nacque avendo già le insegne sacerdo­tali e capace di parlare come un adulto. Egli è "Sacerdote dei sacerdoti per sempre" (2H, 71, 29). Quando il tempo del diluvio si avvicinò, l'arcangelo Michele scese dal cielo, prese il bambino e lo portò in salvo nell'Eden, dove vive ancora e per sempre.

Ora abbiamo trovato un frammento di Qumràn, 11QMelch, scrit­to materialmente verso la metà del I sec. a.C., il quale attesta che il mito di Melchisedek era già attivo assai prima di quanto pensassimo. Anzi, sia pure con un indizio negativo, ma piuttosto forte, possiamo risalire fino al II sec.: il libro apocrifo dei Giubilei, risalente al II sec. a.C., che è un midrash della Genesi, pur avendo l'abitudine di ampliare il testo con numerosi particolari, tuttavia omette completamente l'episodio di Melchi­sedek, quale è narrato in Genesi 14, 17-20. Evidentemente Melchi­sedek era una figura, della quale l'autore preferiva tacere o addirittura lasciar credere che non fosse mai esistita22.

Una quarta figura superumana, ancora più tarda, ma la più grande di tutte, è quella del "Figlio dell'Uomo" del Libro delle Parabole23. Questi personaggi agiscono tutti per ordine diretto di Dio e la loro opera ha funzione salvifica per Israele: in qualche modo, dunque, hanno le stesse funzioni che una volta aveva il re unto: è giusto parlare di funzioni messianiche.

Epoca asmonea

Ma torniamo al racconto storico. Col II secolo assistiamo a una netta ripresa del messianismo. Essa è legata alla tristezza del periodo storico attraversato da Israele, che si trovò a vivere in mezzo alle tensioni fra Tolomei d'Egitto e Seleucidi di Siria, diviso in se stesso fra partigiani degli uni e degli altri, sul piano politico, e sul piano ideologico frammentato in un numerose sette rivali. Fu periodo di prove e di guerre, per­durato con brevi pause fino alla distruzione del tempio e oltre. In questo periodo l'utopia e il messianismo trovarono facile alimen­to. Quanto più la "salvezza" appariva lontana, tanto più il popolo era portato ad attenderla da qualche intervento di Dio. Quando quest'attesa dell'intervento di Dio si unisce all'idea che Dio avrà uno strumento storico per realizzarla, abbiamo una forma di messianismo.

Tralascio di parlare del cap. 7 del libro di Daniele, perché non credo che abbia carattere messianico. La figura del Figlio dell'Uomo che vi appare è solo figura del popolo eletto, come è chiaramente dichiarato dall'autore stesso.

C'è però un libro contemporaneo, il Libro dei Sogni (LS)24, databile con certezza agli anni immediatamente successivi al 164, perché l'ultimo avvenimento che conosce è la morte di Antioco IV25. Esso contiene una storia di Israele che l'autore immagina narrata da Enoc al figlio Matusalemme per averla letta nelle tavole celesti e riguardante quindi il futuro. Si tratta di un futuro che l'autore naturalmente conosce bene fino al suo tempo; dopo non conosce più nulla. Ciò non toglie che il suo discorso proceda anche oltre il 164, ma fino a quel tempo riguarda cose note; dopo il 164 diventa vera e propria profezia, perché l'au­tore attende qualcosa, nella cui venuta crede con la massima certezza. Egli attende che Dio, sceso sulla terra, faccia il giudizio 1) degli angeli peccatori, 2) delle pecore cieche (gli ebrei "cattivi", che la pensano diversamente da lui), 3) di tutti i popoli.

Fatto questo giudizio, Dio farà scomparire il tempio, ne costruirà uno nuovo e questo nuovo tempio (1H[LS], 90, 29) segne­rà l'inizio di un mondo nuovo, dove comparirà un bue dalle grandi corna. Nel linguaggio metaforico del nostro autore, gli ebrei sono sempre detti pecore, gli angeli uomini, i popoli stranieri sono raffigurati come animali feroci o immondi. Di mezzo, fra gli angeli e gli uomini, nel suo linguaggio fra gli uomini e le pecore, ci sono i buoi, cioè figure della tradizione biblica particolarmente benedette da Dio, come Adamo (che sulla terra fu un giusto) o Noè, che, unico fra gli esseri viventi diventò addirit­tura un uomo, cioè un angelo (1H[LS], 89, 1. 9); sono ancora buoi Sem, Abramo e Isacco, ma Giacobbe è già simboleggiato in una pecora, come pecore sono i dodici capostipiti delle dodici tribù d'Is­raele. Sono pecore e non buoi anche Mosè e Aronne (1H[LS], 89, 17 e 18)26.

Il bue atteso è evidentemente un uomo che riavrà la stessa benedi­zione che ebbero Adamo e i patriarchi fino ad Isacco. Egli governerà tutti i popoli, che lo temeranno e pregheranno (1H [LS], 90, 37). Con­viene non badare al verbo "pregare", che ci è arrivato in una traduzione etiopica di un testo greco tradotto dall'aramaico. Preferisco limitarmi ad osservare la struttura dello schema men­tale: la storia è destina­ta ad andare sempre peggio, finché non interverrà Dio (schema analogo a quello del libro di Daniele) per punire tutti gli empi, ebrei o non ebrei che siano. Dopo il Grande Giudizio Dio farà un nuovo tempio e finalmente avremo un regno di giustizia governato da questo essere eccezionale, che torna ad essere messia nel senso di "re", ma senza essere legato alla casa di David. Il messia verrà dopo il Giudizio e avrà la funzione di amministrare sulla terra l'or­dine e la giustizia voluti da Dio.

Messianismo essenico

Veniamo adesso al libro dei Giubilei, un apocrifo di tipo essenico27 databile verso la fine del II secolo. Esso, come abbiamo già visto, ha una forte antipatia per la figura di Mel­chisedek, che cancella dal suo racconto, per quanto normalmente abbondi in aggiunte. Prima si poteva pensare che questa antipatia fosse dovuta al fatto che la figura di Melchisedek potesse ser­vire a giustificare la condotta degli Asmonei, che furono insieme re e sacerdoti, contrariamente alla tradizione ebraica. Ma la scoperta del frammento qumranico 11Qmelch mostra che l'autore dei Giubilei poteva avere motivi più precisi e più gravi per far scomparire dalla sua storia la figura di Melchisedek. Questi era un antagonista di Enoc con caratteri di salvatore decisamente marcati.

11QMelch è molto frammentario e non sempre il senso appare chiaro, ma qualche frase, qualunque sia il contesto, ci lascia sconcertati ed è in ogni caso del massimo interesse. Si legge alle ll. 5-6: "Melchise]dek che li farà ritornare in sé e pro­clame­rà per loro la liberazione, affrancandoli da[l peso di] tutte le loro iniquità"...e alla l. 8: "quando sarà compiuta l'espiazione per tutti i figli [della luce] e per gli uomi[ni] del partito di Mel[chi]sedek". A lui viene riferito il salmo 82, 1 dove si legge "Elohim ha preso posto nell'assemblea di El" (l. 10). Alla l. 13: "Melchisedek eseguirà la vende[tta] dei giudizi di El". A lui è riferito Isaia 52, 7 "Il tuo elohim regna". Sembra essere detto anche "[un]to dello spiri[to] (l. 18). E alla fine avrà la funzione di liberare gli ebrei dalla mano di Belial.

In un altro testo qumranico (4Qamram b) appare il grande antagonista di Dio col nome di Mlkrsh`: è difficile non leggere sotto questo nome, altrimenti ignoto, un nome composto alla rovescia su quello di Melchisedek, per indicare il diavolo.

Dal testo 11Qmelch si deducono alcune cose: 1) Melkisedek è un essere sovrumano, un ’elohim 28. 2) Ha il compito di riportare gli ebrei sulla retta via, di farli convertire. 3) Ha il compito di ricondurli in patria dall'esilio. 4) Ha il compito, se non di eseguire il Giudizio (il testo non è chiaro), certamente di eseguire la vendetta di Dio. Queste funzioni sono tipicamente messianiche, perché funzioni salvifiche. Va però notato che l'im­portanza di queste funzioni è enormemente cresciuta rispetto al messianismo più antico. E alla crescita dell'importanza delle funzioni si accompagna, se così può dirsi, la crescita della natura del personaggio messianico, che assume connotati via via sempre più superiori all'umano. Se il messia futuro del Libro dei Sogni avrà la natura dei patriarchi, Elia, Enoc e ora Melchisedek sono decisamente al di sopra dell'umano.

Intanto fra il II e il I sec. a.C. nell’ambiente essenico di Qumràn si andava sviluppando un tipo nuovo di messianismo, che derivava da quello duplice di Zaccaria, sia pure per via letteraria e non storica. E' quello che possiamo chiamare messianismo "duplice", o forse meglio "sacerdotale" per i motivi che vedremo. Gli unti sono due, quello di Aronne e quello di Israele. Non si parla né di David, né di Sadoq, ma si cerca un denominatore più vasto; ciò che è fondamentale è la netta distinzione fra le due funzioni, quella civile e quella reli­giosa; due funzioni salvifiche proiet­tate nel futuro. I due messia devono ancora venire e, quando verranno, si disporranno gerarchicamente in modo che la posizione più alta tocchi al messia di Aronne. E' un messianismo duplice, che può pertanto essere definito anche sacerdotale, dato il prima­to del Messia sacerdote su quello laico. Si veda Regola della Comunità 9, 1129, Testamento di Ruben, 6, 830 e soprat­tutto Test. di Giuda, 21, 4: "Come il cielo è più alto della terra, così il sacerdozio di Dio è più alto del regno terreno".

Il messia sacerdotale avrà il compito di dare l'interpreta­zione definitiva della Legge in tutti i casi di incertezza sulla halakhah31, avrà il compito di legare Satana ("Beliar sarà legato da lui" [Test. di Levi, 18, 12]). Satana ha qui un’ importanza che non ha nei testi canonici. Siamo in ambiente essenico. Il mondo è diviso in due grandi partiti, due goralìm, quello della luce e quello delle tenebre; uno sotto la guida dell'angelo della luce, generalmente interpretato come Michele, e uno sotto la guida dell'angelo delle tenebre, che può essere indicato coi nomi più diversi, ma è sempre il diavolo (cfr. Regola della Comunità, 3, 15-21). Il sommo sacerdote avrà funzione altissima e salvifi­ca, culminante nella liberazione del mondo da Satana, cioè dal male (Vedi Test. di Levi, citato sopra).

Ma questo sacerdote del futuro non ha nulla a che fare col sacerdozio storico di Israele, nemmeno con quello più autentico. Sarà un sacerdozio di natura eccezionale. Si legge nel Test. di Levi, 18, 1-7:

"Quando il Signore avrà fatto vendetta di loro,
Allora il Signore farà sorgere un sacerdote nuovo, 
al quale tutte le parole del Signore saranno rivelate.
Egli farà sulla terra un giudizio di verità, durante molti giorni.
Questi brillerà come il sole sulla terra
e farà scomparire ogni tenebra di sotto il cielo;
vi sarà pace su tutta la terra.
Ai suoi giorni i cieli esulteranno,
e le nubi si rallegreranno...
La gloria dell'Altissimo sarà pronunciata sopra di lui,
e lo spirito di intelligenza e di santità riposerà sopra di lui...
Egli darà la maestà del Signore ai suoi figli, in verità e per sempre. 
Egli non avrà successori, di generazione in generazione e per sempre...
Sotto il suo sacerdozio scomparirà il peccato...
Darà da mangiare dell'albero della vita ai santi... 
Beliar sarà legato da lui...".

Nell'insieme si ha l'impressione che l'autore dei Testamenti dei Dodici Patriarchi attendesse un mondo diverso che sarebbe stato istituito dagli unti di Levi e di Giuda. Interessante che scompaia il nome di David, per essere sostituito da quello più ampio di Giuda. L'autore non attende più il regno davidico, ma nella restaurazione del regno di Israele crede ancora sulla base delle profezie dell'antico messianismo davidico. Si legge in Test. di Giuda, 22, 2-3:

"Il mio regno finirà per opera di stra­nieri, 
finché non giunga la salvezza di Israele,
fino alla parusia del Dio di giustizia, cosicché Giacobbe e tutti i popoli vivranno in pace.
Egli (il discendente di Giuda) custodirà la forza del mio regno per sempre,
perché con giuramento il Signore mi ha giurato 
di non togliere il regno alla mia discendenza, per sempre”.

C'è però un testo del I sec. a.C., nel quale ricompare anche il messianismo davidico. Si tratta dei Salmi di Salomone, un'opera composta verso la metà del I sec. a.C., perché conosce sia la conquista di Gerusalemme da parte dei Romani (63 a.C.), sia verisimilmente la morte di Pompeo, il profanatore del tempio.

L'autore se la prende violentemente contro gli Asmonei, perché li considera degli usurpatori: il trono di Gerusalemme non può che appartenere, per volere divino, ai discendenti di David.

"Tu, Signore, scegliesti David, come re su Israele, giurasti a lui per sempre a proposito della sua progenie di non far cessare il suo potere regale...
...ci hanno cacciati via (chi scrive è evidentemente un profugo) loro ai quali non l'avevi promesso...
Hanno devastato il trono di David con tracotante cambiamen­to. Ma tu, o Dio, abbattili ed elimina la loro progenie dalla terra, facendo sorgere contro di loro un uomo estraneo alla nostra stirpe...
Guarda, Signore, e fa' sorgere per loro (scil. gli ebrei) il loro re, il figlio di David, per l'occasione che hai scelto, o Dio, perché il tuo servo regni su Israele." 
(Salmo 17 passim, traduzione Maurizio Lana).

Da un lato, in questo testo cogliamo la fede nell'eternità del regno davidico, dall'altro si ha l'impressione che la ten­sione escatologica si sia allentata. L'autore del Libro dei Sogni sembrava attendere il Grande Giudizio che avrebbe instaurato il regno del messia per un tempo ormai prossimo; sperava di vederlo. L'autore dei Salmi di Salomone vive la sua speranza con un certo distacco. Sa di non conoscere i tempi e usa una formula che lascia molto spazio alla pazienza di Dio: "All'epoca che tu sceglierai".

Ma il punto d'arrivo della storia non può che essere questo. E la funzione del discendente di David, quando verrà, sarà quella di realizzare la giustizia sulla terra, giustizia intesa nel senso di uguaglianza sociale, secondo un tipo di pensiero docu­mentato anche nel non molto posteriore Libro delle Parabole: " Tu li guiderai nell'uguaglianza" si legge nello stesso Salmo (17, 46). E' il secondo elemento della categoria messia­nica: la rea­lizzazione di un regno di giustizia.

La mediazione

Parallelo al problema messianico è quello della mediazione; anzi, più che parallelo è solo un risvolto del primo. Abbiamo visto che Enoc aveva avuto anche funzioni di mediatore in quanto, stando fra Dio e gli angeli peccatori, portava messaggi in en­trambe le direzioni. D'altra parte il discorso sulla mediazione è indispensabile per introdurre l'ultima grande figura di salvezza, quella del Figlio dell'Uomo, quale appare nel Libro delle Parabole". Lasceremo da parte il problema neotestamentario, anche se mi par chiaro che, quando nei Vangeli si parla del Figlio del­l'Uomo, la gente capisce bene di chi si parli e quali funzioni eserciti. Vedi Marco 2, 10.

Nell'Epistola di Enoc32 (EE) si trova scritto (1H [EE], 91, 15) che il Grande Giudizio non sarà fatto da Dio direttamente, ma dagli angeli Vigilanti: è una novità all'interno del pensiero ebraico33. E gli angeli che faranno il Giudizio saranno i Vigi­lanti, cioè quegli stessi angeli che nella tradizione enochica più antica avevano peccato e avevano fatto peccare. E' chiaro che all'interno della tradi­zione apocalittica stessa c'era qualcuno che protestava contro certe idee della sua stessa tradizione. Gli ripugnava che esi­stessero angeli peccatori e che il peccato fosse stato portato in qualche modo sulla terra da fuori. "Come un monte non è mai diventato, né mai diventerà un servo...così il peccato non fu mandato sulla terra, ma sono gli uomini che lo hanno creato da se stessi e quelli che lo hanno fatto sono destinati alla grande maledizione" (1H [EE], 98, 4).

Queste funzioni di mediatore e di messia si trovano cumulate nella figura del Figlio dell'Uomo del Libro delle Parabole. Qui compare una strana figura di Figlio dell'Uomo che certamente deriva da Daniele 734. Ma nel libro di Daniele il Figlio dell'Uomo era simbolo del popolo dei santi di Dio; invece nel Libro delle Parabole diventa una figura autonoma vera e propria, che viene identificata con Enoc (1H [LP], 71, 14) e dichiarata Messia (1H [LP], 52, 4). Quindi Il Figlio dell'Uomo sembra un titolo che spetta a una figura superumana che ha funzioni messianiche e che il Libro delle Parabole identifica con Enoc.

Esso è creato prima del tempo (1H [LP], 48, 2-3); questo personaggio assume nel libro tre titoli diversi: prima è il "Giusto", poi l’Eletto", infine è il "Figlio dell'Uomo". Dio lo rivelerà al momento opportuno ed avrà il compito di travolgere tutti i malvagi, che per l'autore sono essenzialmente i politici e coloro che comunque detengono il potere, mentre buoni sono per definizione i poveri, gli umili e gli emarginati in genere. Rovescerà i re dai loro troni, spezzerà i denti dei peccatori; sarà lui quello che eseguirà il Grande Giudizio e sarà lui quello che condannerà i malvagi. Il suo giudizio sarà durissimo. Egli eseguirà da solo la funzione che l’Epistola di Enoc aveva attri­buita all'insieme degli angeli Vigilanti. Instaurerà così il regno di Dio sulla terra.

Messianismo più recente

Vorrei ancora presentare due apocrifi, entrambi del I sec. d.C.: l'Apocalisse Siriaca di Baruc detto comunemente 2 Baruc, e il Quarto libro di Ezra, detto comunemente 4 Ezra. Baruc dovrebbe essere anteriore al 100 e 4 Ezra dovrebbe essere un po' poste­riore. Sono le datazioni secondo le edizioni più recenti: fino a qualche tempo fa i due apocrifi erano considerati entrambi della fine del I secolo e 4 Ezra anteriore magari a 2 Baruc. Comunque la cosa ha un'importanza relativa per il nostro discorso.

In 2 Baruc assistiamo alla diminuzione dell'importanza del messia. Nell'insieme della sua ideologia il ruolo del Messia è limitato assai di più di quanto non appaia da questa esposizione. Compito del Messia sarà quello di preparare il mondo per il Grande Giudizio. Questo Messia è un uomo, di cui però si dice che è rivelato (29, 3; 39, 7) da Dio e che alla fine del suo compito ritornerà (30, 1), sembra, al cielo. Questo testo è incerto. Tuttavia egli farà giustizia dei pagani, darà stabilità ad Israele: il suo ultimo atto consisterà nel giudicare e giustiziare sul monte Sion l'ultimo re delle genti (40, 2). Dopo ciò il suo compito sarà finito e il suo regno durerà fino alla fine del mondo, fino al momento in cui "il mondo della corruttibilità sarà finito" (40, 3). Allora avremo il regno dell’incorruttibilità.

In 4 Ezra la funzione del Messia è simile a questa. Ma mentre in 2 Baruc il Messia ha tratti superumani, sia pure non accentua­ti, in 4 Ezra ha tratti più umani, sia pure di un'umanità supe­riore a quella dei comuni mortali: sembra che l'idea che il messia debba essere al di sopra dell'umano sia completamente affermata in questo primo secolo della nostra era. Anzi, il Messia di 4 Ezra torna ad essere di stirpe davidica (12, 32). Egli presiederà al Grande Giudizio e farà giustizia dei pagani. Ma la sua vita durerà ben quattrocento anni. Alla fine di questi quat­trocento anni morirà e con la sua morte finirà il mondo della storia. Da questo momento il mondo ritornerà al silenzio primor­diale: per sette giorni, tanti quanti quelli della prima crea­zione, ci sarà silenzio assoluto. Poi avremo la nuova creazione, il nuovo mondo, quello finalmente senza male.

Non ho toccato il problema cristiano; è chiaro che per me deve essere inserito in questo tema storico. Credo, comunque, che il mistero di Gesù, la sua meravigliosa convinzione di prendere su di sé il peccato del mondo per liberare gli uomini dal male, debba essere indagato sulla linea del Figlio dell'Uomo, non su quella del messianismo classico. I testi neotestamentari stessi mi sem­brano respingere l'interpretazione di Gesù messia regale, nel senso umano del termine. Se fu re, non fu re di questo mondo. Gesù evitò di applicare a sé il termine “Messia”, perché poteva avere troppi significati e quello di “re storico” era uno di questi. Comunque, al tempo di Gesù la figura messianica tendeva a caricarsi di valenze prete­rumane. Il termine "messia", se riferito a Gesù, va inteso in questa accezione più alta, non in quella tradizionale del messia regale. L'attesa di un giudice escatologico, di un salva­tore, di un Figlio dell'Uomo non è documentata solo nei vangeli: è patrimonio giudaico del tempo di Gesù già da parecchio tempo. Gesù indicò se stesso sempre col termine “Figlio dell’Uomo”. La sua regalità appare solo in uno degli ultimi atti della sua vita: nel processo davanti al sinedrio e in quello davanti a Pilato.

Il Vangelo di Marco pone fra i primi episodi che racconta la guarigione del paralitico, al quale Gesù rimette i peccati prima di guarirlo. "E affinché sappiate che il Figlio dell'Uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino, disse al paralitico, alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua" (Marco, 2, 10-11). Si noti il trapasso dalla terza persona alla prima. Il senso che ne deriva può essere sintetizzato così: Affinché comprendiate che il Grande Giudice (la gente doveva capire così) ha il potere non solo di condannare, ma anche di perdonare, io, per dimostrare che ho questo potere, ti ordino...".

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